La lista unitaria "Divisi nell'Ulivo" si spacca anche su Barroso
Non “leggerà Socrate durante le vacanze” il presidente della prossima Commissione europea, José Manuel Durao Barroso, come invece gli augurava il leader verde Daniel Cohn-Bendit.
I 413 voti a suo favore al Parlamento europeo – 21 più di Romano Prodi nel ’99, ma in un Pe allargato – confermano la scelta dei capi di Stato e lo costringono a un’estate di lavoro straordinario per riuscire a presentare entro il 23 agosto la composizione del nuovo collegio, con i nomi dei commissari e la distribuzione dei portafogli. I 251 europarlamentari contro Barroso – 179 meno di Prodi – non hanno accettato la proposta di “complicità positiva con il Pe” avanzata “per poter dire di no ai governi”.
Ma non ne è scoraggiato il presidente, che, “onorato di diventare un servitore dell’Unione”, vuole ora costruire “una coalizione dinamica” anche con i gruppi che gli sono ostili, socialisti in primis. Ma dentro il Pse il candidato del Cav. può già contare sul sostegno degli amici del Cav.: l’ottantina di voti in più ottenuti da Barroso provengono dai laburisti britannici e dai socialisti spagnoli e portoghesi, segnano la sconfitta dell’intransigenza franco-tedesca dentro il Pse e potrebbero prefigurare un’inedita maggioranza Ppe-lib-lab dentro al Parlamento.
Brutte notizie per l’asse franco-tedesco anche sul fronte del supercommissario all’economia.
Per affermare la sua indipendenza dagli Stati membri, e ancor più dai grandi paesi, Barroso ha chiarito al Pe che non intende nominare supercommissari, rassicurando sul fatto che sarà lui a “distribuire i portafogli, senza imposizioni da parte dei governi”.
I posti economici sono ambiti da troppi, su competitività e politica industriale l’esecutivo comunitario ha solo poteri di coordinamento, i promotori del supercommissario
– Londra, Parigi e Berlino - sono troppo divisi sulle azioni da condurre, e soprattutto la Francia preferisce l’opzione “Mister euro” in seno all’Ecofin, togliendo così poteri alla Commissione. Per accontentare i tedeschi, Barroso non esclude di affidare a qualche commissario un incarico di coordinamento. Günter Verheugen all’Economia? “Il presidente della Commissione ha compreso una cosa che i grandi Stati non hanno ancora capito”, risponde il presidente liberale Graham Watson.
“In un’Europa a 25 siamo tutti minoranze”.
La spaccatura nell’elezione del presidente del Pe, con i Ds schierati con lo spagnolo Josep Borrell e la Margherita a favore del polacco Bronislaw Geremek, si è ripetuta nel voto su Barroso. Un imbarazzato Massimo D’Alema inizialmente finge di “non credere” che i compagni di lista prodiani possano votare il candidato che “rappresenta un’idea dell’Europa opposta a quella per cui mi sono presentato alle elezioni”.
Per Claudio Fava “si tratta di un passaggio dolente che avremmo dovuto neutralizzare per tempo”, mentre il correntone dice che non ha senso “parlare di federazione o di partito unico” quando la lista unitaria costruita per l’Europa si divide.
Corrono ai ripari Lapo Pistelli e Enrico Letta: “Nei Ds è prevalsa una lettura politica, noi abbiamo dato una connotazione istituzionale”, dice il primo; “non c’è nessun entusiasmo per Barroso e non potevamo rompere la continuità di Prodi”, gli fa eco il secondo.
Unica consolazione, non tutto il centrodestra ha sostenuto il candidato del Cav. La Lega, spiega Mario Borghezio, ha votato infatti contro Barroso.
saluti




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