Iraq, la svolta di Bush: non cambia niente.

Washington

Va tutto male, continuiamo così. Il presidente George Bush si presenta alla nazione con il volto ammaccato per una caduta dalla bicicletta e con un indice di approvazione che risente del disastro in Iraq. Annuncia il trasferimento dei poteri a un governo di iracheni, sovrano di nome ma di fatto tenuto al guinzaglio dagli americani. Proclama la fine dell'occupazione e nello stesso tempo annuncia che 130 mila soldati americani resteranno nel paese per combattere contro i ribelli. Illustra una risoluzione presentata al Consiglio di sicurezza nel tentativo di placare l'ansia degli alleati e l'indignazione del resto del mondo. Vuole accontentare il premier britannico Tony Blair e il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, che per lasciare le truppe in Iraq hanno bisogno di una «vera svolta», e nello stesso tempo ribadire il suo slogan preferito: «We'll stay on the course», tireremo dritto.

I tre canali televisivi di informazione (Cnn, Fox News, Msn-Nbc) e i servizi radio di Cbs e Abc hanno accettato di trasmettere in diretta le parole di Bush alle due di notte, ora italiana. Le altre reti non hanno rinunciato ai varietà della sera, interrotti da lucrose pubblicità. Il discorso è il primo di sei. Bush intende leggerne uno alla settimana fino al 30 giugno, data in cui la coalizione occupante dovrebbe cedere il potere in Iraq a un nuovo governo designato dall'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi e riconosciuto dal Consiglio di Sicurezza. Nel fine settimana ha imparato a memoria il testo e in un comizio in Louisiana ha dato un'idea del contenuto. «Noi americani - ha esclamato - non siamo il tipo di gente che scappa. Quando il nostro paese prende un impegno lo mantiene».

In parole povere, questo significa che la fine della guerra non è in vista. La ricerca di credibilità del presidente che ha deciso l'invasione dell'Iraq è affidata a una bozza di risoluzione presentata ieri Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il testo è vago, per limitare il disaccordo. Bush vorrebbe ottenere il consenso di Francia e Russia prima del 6 giugno. Quel giorno sarà in Normandia per celebrare l'anniversario dello sbarco americano con il presidente francese Jacques Chirac e il russo Vladimir Putin. Vuole evitare contrasti in pubblico. Spera che il Consiglio di sicurezza approvi la risoluzione prima del 10 giugno.

Per questo motivo sono state rinviate ad altra occasione le richieste più controverse. Gli Stati Uniti vogliono che la forza multinazionale sotto il loro comando in Iraq sia immune da ogni azione giudiziaria del governo iracheno e del tribunale internazionale per i crimini di guerra. Dopo lo scandalo dei prigionieri torturati questa è una pretesa destinata a suscitare qualche grido di indignazione, ma gli americani si sentono in grado di farla digerire al governo iracheno. Non per nulla resterà nelle loro mani il controllo di tutte le forze di sicurezza e dei fondi per la ricostruzione.

Le presenza delle truppe straniere sarà regolata da uno «statuto delle forze», ancora da negoziare. Sarà costituito anche un «consiglio nazionale di sicurezza», in cui un iracheno avrà la presidenza nominale e i generali americani e britannici prenderanno le decisioni importanti. Su questi punti spinosi tuttavia il dibattito si aprirà in un secondo tempo. Per il momento Bush si limita a tracciare un percorso senza grossi ostacoli fino al 30 giugno. La prima fase sarà l'annuncio del nuovo governo. L'Iraq avrà un presidente, due vicepresidenti, un primo ministro e un gabinetto di 26 ministri. L'inviato dell'Onu, Lakhdar Brahimi, annuncerà i nomi tra pochi giorni.

La risoluzione presentata ieri all'Onu dichiara che questo governo avrà «una sovranità piena» dal primo luglio. In pratica, ai suoi ministri sarà affidata soltanto l'ordinaria amministrazione fino alla elezioni, da tenere entro il gennaio 2005. Saranno loro ad amministrare i ricavi del petrolio, ma sotto supervisione internazionale, a prevalenza americana. Il ruolo dell'Onu dipenderà dalle condizioni di sicurezza. Nel paragrafo che autorizza un ruolo maggiore delle Nazioni Unite nel processo elettorale e nella stesura della costituzione il segretario generale Kofi Annan ha fatto inserire un ammonimento: «se le circostanze lo permetteranno».

La bozza di risoluzione incoraggia i paesi dell'Onu a fornire truppe per una forza multinazionale sotto comando americano. Il testo proposto da Usa e Gran Bretagna non pone limiti di tempo al mandato di questa forza, come chiedono Russia e Francia, ma precisa che sarà rivisto una volta l'anno, oppure su richiesta del governo transitorio che sarà eletto in gennaio. Di fatto, se la guerra continuerà, il rinnovo del mandato potrebbe essere quasi automatico.

Un paragrafo della risoluzione afferma «l'importanza del consenso del governo sovrano dell'Iraq per la forza multinazionale» ma conclude: «La forza multinazionale avrà l'autorità per prendere tutte le misure di sicurezza necessarie». Alla faccia della sovranità. I soldati iracheni prenderanno ordine dagli americani ma, il Dipartimento di Stato ha assicurato che potranno chiedere di volta in volta l'esonero da operazioni tali da mettere in imbarazzo il loro governo. Nessun paese è disposto a mandare truppe, salvo quelli della coalizione occupante. La forza di occupazione cambia nome ma rimane la stessa. Bush annuncia la svolta e tira dritto. Il suo ex inviato in medio oriente, generale Anthony Zinni, commenta: «In Iraq avevamo una strategia sbagliata, peggiorata con l'esecuzione. Qualcuno dovrebbe rispondere di questo fallimento. Siamo come una barca avviata verso le cascate del Niagara, con un presidente che rifiuta di cambiare rotta».