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Discussione: Facce nuove per....

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    Predefinito Facce nuove per....

    ...acchiappar voti

    Lilli….Lilli….….Lilli!
    Il popolo diessino innamorato: “ndo la portamo famo bella figura”

    Roma. Lilli? “Sembra fragile, una piccola Venere in miniatura, ma ha un carattere di ferro… è brava ma è anche bellissima” (Gente). Lilli? “All’Auditorium di via Biondi non era possibile accogliere tutti quelli che premevano per vedere e ascoltare Lilli Gruber” (Corriere di Romagna).
    Lilli? “Un’autentica ovazione è stata riservata alla giornalista” (Corriere di Lucca).
    Lilli? “Bellissima e impeccabile” (Corriere di Lucca / 2).
    E Lilli qua e Lilli là, e Lilli su e Lilli giù. E “Ostia per Lilli” e “Un drink per Lilli”, e persino incoraggiamenti via Internet: “Forza e coraggio/ che dopo maggio viene il seggio”.
    Con falcata teutonica, “la Cavaliera Rossa” (copyright Giampaolo Pansa) varca dal Lazio il confine toscano, ricala sulla capitale, plana sul mercato di Sora e passa in rassegna l’intero frusinate, ispeziona Umbertide, in terra umbra.
    Giorni fa, al cancello numero uno, ha arringato gli operai della Fiat di Piedimonte San Germano, issata su un camion con vecchie
    trombe da anni Cinquanta, manco una Teresa Noce o un’Anna Magnani quasi onorevole Angelina.
    “Sono una piccola prussiana”, racconta di se stessa Lilli.
    I militanti diessini che nel Lazio la portano dalla piazza al centro
    anziani, dalla fabbrica al caseggiato, raccontano: “All’inzio non tanto, ma adesso tira, eccome se tira. Ce la chiedono da tutti i paesi: c’avete Lilli pe’ noi?”.
    Ah, Lilli Lilli Lilli, come cantava Venditti nei tardi anni Settanta (a parte il fatto che la sua Lilly aveva la ipsilon ed era piuttosto sfigata).
    Lilli che, come le scrivono gli ammiratori “è la sola giornalista italiana capace d’intervistare e dialogare in lingua originale -tedesco, italiano, francese, inglese e spagnolo – con un presidente, un ministro, uno scrittore, un business man o tout
    court con l’uomo della strada!”.
    Lei ride: “Sembro la Madonna pellegrina”, e intano disciplinatamente va, gira, parla, invoca, sale e scende: “Bisogna non solo vincere, ma stravincere!”, così che un vecchio compagno, sulla piazza di Civitavecchia, insegue l’entusiasmo: “Spezzeremo le reni a Berlusconi”.
    Che poi, quante ingiustizie nella giusta tenzone per la libera informazione.
    Dice Lilli e tutti sanno di chi parli. Dici Michele e qualcuno, enzosicilianamente, domanda: “Michele chi?”, e se svelto non aggiungi Santoro la memoria s’ammoscia e crudelmente Cucuzza nell’immaginario avanza.
    E pure se dici (se riesci a dirlo) Dietlinde anziché Lilli, anche la casalinga di Sora comprende, apprende (e magari approva).
    E la vedi lì, alle prese con le signore del centro anziani “Giuseppa Ledda” di Civitavecchia, che pure la tombola interrompono, e la Carla, che a tutti dice “bellezza, sei una bellezza, stai una bellezza” – persino al locale deputato diessino, Pietro Tidei, “ti sei fatto più bello”, facendo intendere sottovalutate migliorie – le certifica che “è più bella di persona che in televisione”, mentre un’altra arriccia il naso, “carina, ma piccolina, ma in televisione perde tanto, dicono”, e una terza ripone la cartella della tombola e si offre alla causa, “aiutamola, poverella, è tanto brava”.

    Più preferenze di Berlusconi
    Ah, Lilli Lilli Lilli. Su tutti i muri del centro Italia (foto by Elisabetta Catalano), fulmina, prima che i passanti elettori, i diretti concorrenti lì a fianco appesi: né un cartaceo polista pensoso, né un ardimentoso ulivista effigiato, possono reggere il confronto. Lei si tiene la testa con la destra, con la sinistra agita un mazzo di fogli, ti sorride ma poca confidenza, si concede ma non esageriamo.
    “Ma ’ndo la portamo famo bella figura!”, giurano i diessini de’ Roma.
    E mica solo tra i militanti, che magari la vedono e ammirati calcolano: “Aho, ma quanto pesa, dodici chili?”, ma pure i pesi massimi di città e Provincia, Walter Veltroni ed Enrico Gasbarra, che l’altra mattina l’hanno scortata nella sede dell’ex comitato elettorale del giovane presidente, “che ’sto posto porta fortuna”, nove fotografi nove, e Lilli che li fronteggia, “avessi saputo che eravate così tanti mi facevo più carina”, e tutti intorno a dire che no, va bene così, mejo de’ questo che cercate, Maria pe’ Roma? Le dicono che vale, ma tanto lei lo sa.
    Domanda: vuoi prendere più preferenze di D’Alema? “Spero che D’Alema prenda più preferenze di Berlusconi nel suo collegio”. Domanda: vuoi prendere più preferenze di Berlusconi? “E chi lo sa?”. Ma Lilli lo sa.

    Ah, Lilli Lilli Lilli. Dice che “tanta gente non sa ancora che sono in lista, in televisione non sono invitata da nessuna parte, sono partita tardi rispetto agli altri candidati”.
    Per caso (guarda tu che curiosità del cavolo possono venire) il collega Francesco Giorgino le ha telefonato per farle gli auguri? “No, credo di no”.
    Figurarsi il direttore Clemente J. Mimun, che anzi, batti e ribatti, qui tra poco si rischiano querele.
    “Se le cose dovessero peggiorare, ci penserà chi di dovere. Questa l’unica cosa da dire”, informa Lilli.
    Scavalca e si gode il momento: “Dove vado io, le piazze sono piene”.
    E poi, ma chissenefrega del Tg1! Beh, certo, Lilli ne parla, e dell’avvenuta fuga ancora si consola, “una scelta di libertà: di fronte al pensiero unico omologato alla linea di governo ho detto basta”, ma ben altro radioso avvenire l’attende.
    Prodi ce l’ha nel cuore, forse la vorrebbe un giorno al governo, Fassino ce l’ha capolista e adesso se la tiene stretta, magari qualche candidato ulivista rosica, ma i Ds prima dubbiosi si sono ora convertiti.
    E sempre, se cita l’autonomia, Lilli non tralascia la trasparenza, pure aggiunge la passione, “che arriva più al cuore e alla pancia dell’elettorato”.
    Bacia Walter, bacia Enrico, e riparte Lilli.

    Ah, Lilli Lilli Lilli. Nel pomeriggio, con giubbotto da scavalco, in pelle con borchie vagamente sadomaso, si riprende la fatica del vagare in provincia. Il centro anziani di Castel di Guido, “seicento entusiasti”, un altro centro anziani, un altro ancora; un mazzo di margherite, un mazzo si rose. Infine, bagno di folla nella piazza Regina Margherita.
    Lei arriva, tutti applaudono, parte l’inno ulivista ancora in vigore,
    “alzati che si sta alzando la canzone popolare”, Lilli si alza sui tacchi, pure la piazza si alza, insomma cordiale parapiglia, e così nessuno più presta attenzione al povero Giorgio Pasetto, popolare della Margherita, che sta parlando.
    E pure quando Lilli se ne va, e la parola tocca a un altro della Margherita, Lapo Pistelli, solito parapiglia, fuggi fuggi dalla piazza, caccia all’autografo, foto con futuri elettori, e Pistelli sbotta: “Ho capito che faccio la parte del ragazzo pon pon…”, e un funzionario diesse dietro il palco confida:
    “E’ la seconda volta che lo dice. Per me, a quello gli rode”.
    Lei, prima di abbandonare la città portuale, ai quattrocento presenti assicura che “la guerra all’Iraq era sbagliata, ingiusta e illegale dall’inizio”, rammenta che è candidata indipendente, “lo ero anche da giornalista”.
    Butta lì: “Dite sempre: voi donne siete più sagge e concrete. E allora sfruttateci!”.
    Momento di perplesso silenzio. “Non votateci soltanto, ma fateci andare anche nei posti di vero potere!”. Ah, sospiro di sollievo. Arriva con l’inno e parte con l’inno, Lilli. Unica, tra tutti i candidati, musicalmente scortata.

    Incontro al casello, il baciamano di Matteoli
    Ah, Lilli Lilli Lilli. Pure con tanto di curioso incontro bipartisan, prima del comizio, al casello di Civitavecchia sud. Così va la faccenda. Sotto il sole, alcuni militanti diessini, con il supporto del locale onorevole Tidei, aspettano la macchina di Lilli. Fianco a fianco, un altro gruppetto. Militanti pure loro. Di An, però. Che aspettano che sbuchi dal casello il ministro Altero Matteoli, anche lui da queste parti a comiziare.
    Arriva prima il governativo. Si ferma, e tra scorte e militanti e segretari si crea un certo ingorgo autostradale. Baci e abbracci. Ecco Lilli. Il clima è di perfetta condivisione, i militanti delle due fazioni politiche fraternizzano. “Tu che fai?”. “Tu dove vai?”. “Ah, che fatica!”. “Ah, almeno tu al Parlamento europeo ci metti piede”. “In bocca al lupo”. “Crepi il lupo”.
    Perfetto baciamani del ministro di An a Lilli, poi uno viene destinato dai suoi al lungomare, l’altra trasportata verso la piazza. Con sosta in un bar per una spremuta d’arancia.
    La proprietaria osserva Lilli, osserva la folla, osserva le macchine. Perplessa scruta, di suo valuta, infine domanda: “Che fate, un film?”.
    Che poi, vuoi mettere la galanteria del ministro Matteoli con le cose che l’altro giorno Maurizio Gasparri ha detto per l’appunto di Lilli (e pure di Santoro)? Con una ricaduta più che nel fascismo nel Mastrolindo, il ministro delle Comunicazioni ha informato, creando qualche imbarazzo, che i due “sono calcare da scrostare dalla Rai”.
    A domanda, Lilli risponde che non risponde, precisamente: “Non rispondo al pattume”, ma Gasparri è a suo (involontario) modo una mano santa (magari prima debitamente lavata) per la campagna elettorale, dove parecchio, dell’attuale Rai, male si dice.

    Ah, Lilli Lilli Lilli. Con gli appassionati alla sua nuova sorte politica che le inviano sul sito (con le dovute maiuscole) messaggi del genere: “In Europa dobbiamo mandare gente come Lei, colta (parla quattro lingue), esperta, ottima comunicatrice… Lei è molto brava, e quindi vada a Bruxelles, e ci resti tutto il tempo che vuole… anche se in Italia ci vuole più disciplina e una altoatesina ci starebbe tanto bene” (Adriano de Carolis). oppure: “Spero che tu possa trasformare la tua grande e meritata popolarità in così tanti voti da far tremare il palazo”, nientemeno (Massimo Fontanelli).
    Del resto, pure al centro anziani di Civitavecchia, un futuro elettore, momentaneamente smesso il tresette, dialogava della faccenda con un collega di partita: “La mejo sexy giornalista d’Italia. Mica pe’ gnente sta con noi!”. E peccato se si lamenta Franco Marini o se D’Alema prima di votarla aspetta precise indicazioni dalla sua sezione. Lilli ha ben altro sostegno. Da bambina voleva farsi suora, “passavo il pomeriggio a fare le prove con il velo” (insomma, suor Dietlinde: quella che al catechismo ti mena), e ha comunque conservato il sostegno delle monache dove ha studiato, le Piccole Figlie di San Giuseppe.
    Suor Rosita le ha raccomandato, dalle pagine dell’Arena di Verona, di “essere sempre contro la guerra” e di ridare
    “entusiasmo a un Paese dove tutti ormai sono sfiduciati da chi li governa attualmente”. E di pregare.
    E Lilli? “Mi dice che lo fa”.
    E un’altra sorella, suor Donangela:
    “Mai trovata una volta impreparata”.
    Ah, Dietlinde Dietlinde Dietlinde.

    saluti

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    Predefinito Michele...

    ....Koppel


    Se l’autrice di quest’articolo fosse Maureen Dowd non starebbe scrivendo quest’articolo, o almeno non su questo giornale: sarebbe a casa, a riordinare i suoi editoriali del New York Times per il libro che ha in uscita a fine estate, in compagnia del suo fidanzato che da quando non è più autore di “West wing” ha molto tempo libero.
    Se Fabio Fazio fosse David Letterman sarebbe all’Ed Sullivan Theater a registrare la puntata con Bob Woodward da mandare in onda venerdì, invece che a Napoli a cercare di far fare bella figura a un pugno di candidati. (Finita la registrazione, se ne tornerebbe a casa senza sentirsi rinfacciare gli alti emolumenti o i bassi ascolti).
    Se Massimo D’Alema fosse presidente del Consiglio…
    Siccome la storia non si fa con i se; siccome il passato è spesso glorioso ma va rievocato con moderazione e mai, proprio mai, bisogna cadere nella tentazione di ricordarlo meglio di com’era; siccome a maggior ragione non bisogna illudersi sul presente, tutti, alla manifestazione elettorale alla Mostra d’Oltremare a Napoli evitano di giocare al “se fossi”.
    Tutti hanno sufficiente senso del ridicolo.
    Tutti. Quasi tutti.
    “Mettiamo che io sono Ted Koppel”. Michele Santoro sembra una persona normale.
    La giacca nera gli tira sulla pancetta, Ruotolo gli trotterella dietro, la vita ricomincia a cinquant’anni e se non ti fanno più fare il conduttore televisivo puoi sempre fare il candidato, così finalmente tutti quelli che ti accreditavano una vocazione da tribuno della plebe lo faranno a ragione.
    L’immedesimazione in Ted Koppel arriva a tradimento.
    Certo, qualche segnale di mancanza di senso dell’umorismo c’era stato. Tipo: la prima domanda gliel’aveva rivolta Luca Sofri, riguardava le ragioni della sua candidatura (un’alternativa alla tv o una scorciatoia per tornare a fare tv); Santoro aveva risposto con una parodia degna dei migliori Guzzanti: “Ti ringrazio per la domanda”; Fazio aveva cazzeggiato, “Ah, proprio un incipit da politico”, e le avvisaglie di catastrofe si erano srotolate sotto gli occhi di tutti: Santoro stava davvero ringraziando per la domanda, e davvero proseguiva con “perché mi dà modo di dire una volta per tutte che”.
    Però era ancora tutto salvabile. Non importa che parlando di se stesso e di Biagi e di Luttazzi (ognuno fa campagna con quel che può, e l’emergenza rifiuti non sembra appassionare Santoro quanto l’emergenza reality show) dicesse che “il punto è che nessuno deve avere il diritto di dire chi sta e chi non sta in televisione” (vale a dire telecamere accese, gente in fila col numeretto, libero accesso democratico e avanti il prossimo? mmmh, non pare un palinsesto vincente. Meglio accontentarsi di applicare il divieto di gestione dei palinsesti a presidenti del Consiglio e proprietari di reti concorrenti, no?).
    Non importa perché si sa che su questi temi non è lucido, d’altra parte non lo saremmo neppure noi, se ci spegnessero i riflettori di botto. Non importa perché non siamo certo qui per sentire Santoro parlare dell’editto bulgaro, non è certo per quello che l’ha candidato l’Ulivo, no: è per le sue competenze in materia di comunicazione. E’ perché ci dica, finalmente, cosa farebbe se fosse Ted Koppel.

    Compagno di lista di Formentini
    All’inizio del mese, Ted Koppel ha fatto 40 minuti di “Nightline” (il suo programma sulla Abc) facendo vedere le foto dei soldati
    americani morti in Iraq, e leggendone i nomi.
    Un omaggio, ha spiegato poi.
    Ovviamente ci sono state polemiche (per dire: un titolo di The Nation si chiedeva se fosse un pericoloso comunista, il che già lo distanzia da Santoro, in lista con Formentini).
    Koppel ha chiarito (simbolicamente: in un incontro con gli studenti di Berkeley, oasi d’elezione dei pacifisti di laggiù) che non è affatto contro la guerra: ha riserve su come viene portata avanti, ma non è contrario.
    Santoro a Berkeley non c’era, quindi qui a Napoli dice che quelle foto (che Michele confonde: dice che Ted ha mostrato quelle dei morti americani e quelle degli iracheni torturati trasmesse in realtà dalla concorrenza, ovvero “60 minutes”), che Koppel le ha trasmesse perché ci sono le elezioni, e ha capito che “se perde Kerry” poi lui non sarà mai più libero di trasmetterle.
    Non si capisce se intenda sostenere che, in caso di vittoria già certa di Kerry, Koppel si sarebbe tenuto in saccoccia l’idea (che ha alzato di un terzo gli ascolti di “Nightline”).
    E visto che si confonde fra prigionieri torturati e soldati caduti in battaglia è anche complicato chiarire se Michele non pensi addirittura che, disponendo di un indiscutibile scoop quale quello delle foto dei torturati –quelle vere – la Cbs si sarebbe astenuta, a elezioni non imminenti. Difficile giudicare.
    Michele è inarrestabile, sta già dicendo che, fino al momento in cui Koppel si è ricordato di essere stato un oppositore del Vietnam, nessuna tv americana aveva fatto informazione sulla guerra.
    Il pubblico applaude (accade spesso, quando un oratore la spara grossa), ed evita di chiedergli se stia dicendo che lui, le trasmissioni su Dell’Utri, non le ha fatte per il piacere di informare, ma per sindrome preelettorale.

    da il Foglio del 26 maggio
    saluti

 

 

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