Intervista al segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti:
«Dal governo arrivano segnali allarmanti, ma il 4 giugno bisognerà
evitare a tutti i costi la scorciatoia dello scontro»
«Non cadiamo in quella trappola»
ANDREA COLOMBO


Nei giorni scorsi, Fausto Bertinotti ha ripetuto che, nonostante la
tensione crescente, le manifestazioni della settimana prossima a Roma
hanno ottime probabilità di rivelarsi pacifiche, come accadde a
Firenze, nel novembre 2002.

Bertinotti, ti sembra che il governo stia cercando di esasperare la
tensione in vista delle manifestazioni del 2 e del 4 giugno?

Penso che il governo si sia mosso un po' a zig-zag. Ci sono state
posizioni più caute, e ce ne sono altre che contribuiscono a creare un
clima non adatto e in un certo senso pericoloso. Ma non c'è solo il
governo. C'è un intero coro di opinioni, anche nei grandi giornali, che
lavora in questo senso. In particolare, trovo inaudito e irresponsabile
ogni riferimento a Genova.

E il discorso del ministro Pisanu ad Assago?

Molto preoccupante, tanto più perché viene da un uomo di solito
prudente e ragionevole. Se si denunciano «minacce gravi e preoccupanti»
bisogna poi circostanziare l'accusa, procedere anche a livello di
magistratura. Altrimenti la denuncia serve solo a determinare un clima
come questo. Identico discorso vale per l'ipotesi di proibire l'accesso
in piazza Venezia. Una scelta incomprensibile, il cui unico risultato
sarebbe aumentare la tensione.

Direi che di elementi inquietanti ce ne sono parecchi...

Certo. Anche se io preferisco dirlo con cautela. Mi astengo da
commenti più drastici proprio per sfuggire a questa spirale.

Di fronte a un eventuale atteggiamento provocatorio, quale dovrebbe
essere la reazione dei manifestanti?

Bisogna assumere una divisa di massa della non violenza. Escludere
qualunque idea di reazione militare.

Avverti nel movimento una spinta di questo genere?

Le reazioni del movimento, negli ultimi giorni, mi sono parse
improntate a grande attenzione. Migliori di quanto non siano state nei
giorni precedenti.

Vuoi dire che sono state commesse delle imprudenze?

Voglio dire che in questa situazione va assolutamente evitata
qualunque ambiguità, non solo in termini di comportamento, ma anche di
linguaggi e di spettacolarizzazione.

Alludi alla vicenda dei pacifisti «incappucciati»?

Sì. Sia chiaro, non è che questi comportamenti autorizzino o
giustifichino il clima d'allarme che è stato creato. Però va evitato
tutto ciò che può essere usato contro la manifestazione. Che deve
essere enorme, grandissima e segnata da una non violenza che esalti
ancora di più il no a Bush.

Perché dici che un comportamento rigorosamente non violento
esalterebbe ulteriormente il no a Bush?

Che il capo dell'amministrazione Usa venga a Roma per usare, insieme
al governo italiano, la Liberazione a fini scopertamente politici, e si
ritrovi poi di fronte a un rifiuto di massa non significa solo un no a
questa guerra, ma a un'intera strategia politica, alla filosofia della
guerra preventiva. Un risultato così grande vale ogni prudenza.
Inoltre, il contesto non violento non può che far risaltare
maggiormente il monopolio della violenza, che oggi è degli Usa.

In concreto: se viene proibito l'accesso a piazza Venezia, cosa
dovrebbero fare i manifestanti?

Trovare forme di protesta che evitino a ogni costo la scorciatoia
dello scontro. Il che, a mio parere, è molto nelle corde di questo
movimento. Prendi Melfi. Lì c'era una lotta che tutti riconoscevano
giusta. C'è stata una forma consistente di disobbedienza, con lo
sciopero a oltranza protetto dai presìdi. Arriva la carica che rompe il
presidio, il quale però non reagisce, evita lo scontro militare. La
carica ottiene il suo risultato, perché le corriere entrano in
fabbrica. Ma a vincere sono i lavoratori, perché su quelle corriere non
sale nessuno. Questo dimostra che c'è un'intelligenza dei movimenti che
va esaltata e che è in grado di spiazzare l'avversario. Allo stesso
tempo, però, una strategia come quella di Melfi è stata preparata,
studiata, discussa con la Fiom. Non è avvenuta solo spontaneamente.

Un giudizio sul comportamento del Listone in merito alla
manifestazione del 4 giugno?

La non partecipazione mi sembra un errore. Certo, penso che si possa
partecipare con diverse modalità. Ma rinunciare a una manifestazione
promossa da uno schieramento così ampio, con dentro forze che prendono
a riferimento, come rappresentanza politica, proprio la Lista, e in più
su un tema così legato alla politica contro la guerra, mi sembra
sbagliato.

Non è la prima volta che le forze moderate del centrosinistra fanno
errori simili. Come te lo spieghi?

Con due distinte motivazioni. Primo, la convinzione errata secondo
cui, per essere forza di governo, si devono evitare contrasti troppo
acuti con le grandi potenze, in particolare con gli Usa. Secondo:
un'eccessiva preoccupazione di esporsi agli occhi dell'opinione
moderata, che usa l'argomento ipocrita della Liberazione per ridurre
l'avversione nei confronti del governo americano