La strage nel complesso "oasis" si è svolta a 48 ore
da un congresso cha ha riunito nel Qatar eminenti
personalita' del mondo cristiano e islamico.
Quattro testimonianze di sopravvissuti utili a metter
a punto le modalita' del dialogo.
1) il giordano
«Ho dovuto mentire sulle mie radici»
Nizar Hajazin è un cristiano giordano che lavora nel ramo
computer. Era arrivato in Arabia Saudita per proporre un
programma appropriato agli ospedali. Ha riferito alla
stampa di essersi salvato perché ha mentito riguardo alla
propria fede.
«Ho cercato riparo nella stanza di un collega giordano,
Hazem al-Damin, ma sono entrati due uomini vestiti di nero
sui vent'anni, armati uno di pistola e uno di mitraglietta,
che ci hanno chiesto se fossimo arabi oppure occidentali».
«Siamo arabi - ho risposto immediatamente - e a riprova ho
mostrato il Corano del mio collega».
«E dove stanno gli europei e gli americani? ci ha chiesto
uno dei terroristi. Abbiamo risposto che non lo sapevamo.
E loro si sono messi a darci dei consigli sulla necessità
di espellere gli occidentali dai Paesi musulmani e ci
hanno assicurato di aver preso il controllo dell'edificio».
Ho detto a questo punto che noi appoggiavamo la loro azione
ed eravamo contro l'America e l'Europa. Ho dovuto dirlo».
Hajazin e il suo amico sono stati lasciati liberi nella
stanza. I terroristi non gli hanno neppure sequestrato i
telefoni cellulari. Così hanno potuto mantenersi in contatto
con il centralino del comprensorio e seguire alla tv le fasi
dell'attacco delle forze di sicurezza saudite.
«Abbiamo sentito gli spari, esplosioni e rumore di vetri
infranti. Poi mi hanno chiamato dal centralino e mi hanno
detto che non c'era più niente da temere». (C.E.)
2) l'americano
«Il passaporto arabo è stato il mio scudo»
Abu Hashem è americano di origine irachena, della città
sciita di Najaf, oggi al centro dei combattimenti. Lavora
come ingegnere in una società. Ha due figli, un maschio e
una femmina, e sua moglie è in attesa di un terzo.
Stava con la sua famiglia nel loro appartamento quando è
stato sorpreso dall'irruzione di uomini armati.
«Uno di loro mi chiese: Sei musulmano? Gli risposi di sì.
Chiese di vedere il mio foglio di soggiorno e io glielo
mostrai, ma non gli è bastato e si mise a porre la stessa
domanda a mio figlio Hashem, di sette anni: Tuo padre è
musulmano o no? Mio figlio gli rispose di sì. Gli ho
mostrato anche i miei documenti americani specificando
di avere origini arabe. Allora hanno visto il cuoco
svedese del ristorante italiano Casa Mia e gli hanno
sparato. Sono rimasto atterrito dal sangue. Notai del
sangue anche sulla mano di uno di loro. È mio, mi ha
precisato l'uomo, perché sono ferito. Poi si mise a farmi
la predica dicendo: non vogliamo arrecare nessun danno
ai musulmano in questa regione».
«Si sono anche scusati con me per la violenta irruzione
nel mio appartamento: Non ti uccideremo né ti faremo
male, mi dissero, anche se hai la cittadinanza americana.
Siamo interessati solo a ripulire Penisola arabica dagli
infedeli». (C.E.)
3) il filippino
«Sei un infedele e meriti di morire»
Non sei musulmano? Allora sei un infedele e meriti di
morire!
Il filippino Jerry, impiegato presso una società di
ricerche ubicata nel palazzo della Petrolium Center, è
morto perché non ha voluto mentire. O forse perché la
sorpresa e la paura (anche i martiri provano paura) gli
avevano impedito di affermare la sua fede cristiana.
Jerry era riuscito proprio la settimana scorsa a portare
la sua famiglia dalle Filippine in Arabia Saudita.
La sua morte è raccontata, con viva emozione, dal suo
collega saudita Musaid al-Oteibi.
«A quell'ora - erano le otto meno un quarto del mattino -
ci trovavamo in sette in ufficio: tre sauditi e quattro
filippini. Mi apprestavo ad avviare il computer quando
sono risuonati in aria due colpi di pistola. Ero convinto
che si trattava di spari, ma i miei colleghi sospettavano
un contatto elettrico che proveniva dall'ufficio del
direttore. Uno di noi ha cercato di avviarsi in quella
direzione, ma spuntarono improvvisamente due uomini
vestiti di nero che imbracciavano le mitragliatrici.
Portavano berretti neri con caricatori sul petto e zaini
alla schiena. Uno di loro ci intimò di non muoverci.
L'altro disse: Non vogliamo voi, ma solo gli infedeli.
Poi uno di loro si rivolse a Jerry, il vice capo del
settore, e gli chiese se ero musulmano. Non rispose
sotto lo choc. Are you muslim? Gli fece la domanda in
inglese per due volte. Stesso e identico silenzio
carico di incredulità e stupore. A questo punto il
terrorista alzò il mitra, lo puntò contro Jerry e sparò
contro la sua testa un colpo». (C.E.)
4) la libanese
«Mi hanno detto: va e convertiti all'islam»
La libanese Aurore Naufal è stata la prima a denunciare
la selezione discriminatoria tra gli ostaggi.
Suo marito Nakhlé, direttore e ingegnere presso una
società petrolifera, stava ancora nel suo ufficio quando
i terroristi hanno sfondato la porta del loro appartamento
in cui si trovava insieme con il figlio Alex, di quattro
anni.
I due armati che indossavano abiti militari - ha
raccontato subito dopo la sua liberazione - le chiesero
dove fossero gli «infedeli» e gli stranieri. Poi le
chiesero se era musulmana o cristiana. «Ho risposto:
sono libanese e non ci sono qui stranieri». «Va' e
convertiti all'islam, mi disse, poi copriti completamente
e torna al tuo Paese».
Prima di passare dai Naufal, i terroristi avevano sfondato
la porta di un'altra delle quattro famiglie libanesi che
abitano nel complesso residenziale, quella dei Hakawati,
che si trovava al completo: Abdul-Salam, di 38 anni, già
scampato alla strage di Riad dello scorso novembre, la
moglie Ghina e il figlioletto di due anni, oltre alla
donna di servizio.
I quattro terroristi portavano in mano delle granate.
«Ci siamo nascosti nel piano superiore, racconta Abdul-
Salam, ma dopo un po' la luce della scala si è accesa e
mi sono trovato di fronte un giovane armato di circa 28
anni e con la barba».
«Mi salutò poi si informò della mia nazionalità e
religione e gli risposi che ero libanese e musulmano».
«Quando dopo otto ore lasciarono la casa li ho sentiti
guardare agli oggetti d'arte orientali e dire che
quell'appartamento indicava che il suo titolare era
effettivamente musulmano». (C.E.)
Camille Eid
(C) Avvenire, 1-6-2004
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