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Discussione: Ripensando al....

  1. #1
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    Predefinito Ripensando al....

    …cowboy


    La prima cosa che viene in mente, ripensando a Ronald Reagan, è che non era un riformista. Era un rivoluzionario, e per questo ha introdotto nel suo paese e nel mondo riforme possenti, che si sono accompagnate a formidabili risultati.
    Come la signora Thatcher, altro caso di liberale decisionista al quale non si attaglia l’etichetta ormai smorta di riformista, Reagan era un outsider: lei la figlia del droghiere, lui l’attore mancato.
    Reagan ha conquistato l’establishment mondiale, che adesso gli tributa omaggi ed encomi strabilianti dopo averlo linciato per una quindicina d’anni, passando per il popolo e offrendo al sovrano politico della democrazia il decisionismo, il gusto del rischio calcolato, la piena aderenza al mandato imperativo che per due volte aveva chiesto e ottenuto.
    Ma non era un populista o, se lo era, era un populista democratico.
    Non si è mai discostato dalla lectio costituzionale dei padri fondatori americani, come dimostra la sua formidabile retorica intorno al matrimonio di libertà & responsabilità combinata con
    la vittoriosa tendenza, tipicamente neoconservatrice, ad armare l’America e a proiettarla nel mondo per esportare la democrazia
    oltre il limes sovietico del muro di Berlino.
    Ha guidato la società che rappresentava, dal popolino al ceto medio al big business alle grandi lobby pro mercato, dentro le istituzioni, riscattando la particolare debolezza che la società politica americana aveva ereditato nei vent’anni che procedono dall’elezione leggendaria di John Kennedy alla prova rovinosa di Jimmy Carter.
    Vent’anni di grandi cambiamenti, dalla desegregazione razziale alla “grande società” di Lyndon Johnson, dalla tragedia del Vietnam al free speech movement al Watergate.

    Via il senso di colpa occidentale
    Prima di Reagan l’America si sentiva in colpa, si era fatta pervadere dall’egemonia della adversary culture individuata dal sottile critico Lionel Trilling, credeva di essere l’Impero del Male e subiva, sia con le presidenze democratiche sia con quelle repubblicane, l’assalto antagonista di quel modello sociale che pretendeva di curare con i miti dell’egualitarismo e del pacifismo i mali del mondo.
    Lo stesso realismo dei Nixon e dei Kissinger, che produsse la visionaria apertura alla Cina di Mao e ripiegò dalla trappola vietnamita in cui erano finiti i predecessori della nuova frontiera, fu una variante difensiva intelligente di questa inclinazione a dimenticare il ruolo storico della democrazia costituzionale più antica della terra.
    Un ruolo riscoperto tanto da Bill Clinton, che ne diede una versione apparentemente bonaria e riformista, e infatti combinò poco al di là della sua fortuna, e da Bush numero 43, il George W. che, al contrario di suo padre diretto successore di Reagan, nell’epoca del reaganismo si era fatto le ossa ed era cresciuto in quella cultura, diventando anche lui, in quanto texano e traditore della East Coast, un “cowboy”.
    “Tear down this wall, Mr Gorbaciov”: con l’invocazione a tirare giù il muro di Berlino finì il lungo inverno degli Stati Uniti come potenza imperiale, per quanto riluttante, che negava se stessa. La vittoria nella guerra fredda, che fu ottenuta con il concorso decisivo della predicazione di Giovanni Paolo II e della lotta nazionale e di classe degli operai di Lech Walesa, aveva radici solide e antiche.
    Nell’impostazione manichea di Reagan, già sindacalista e fervente anticomunista nella Hollywood degli anni duri, c’era anche un po’ di Joe Mc-Carthy, il solitario cacciatore di streghe della metà degli anni Cinquanta che fu isolato, battuto, emarginato e anche personalmente calunniato e dannato oltre le sue colpe dall’America liberal e dai suoi poteri diffusi, principalmente quello dell’esercito.
    Nessuno riabiliterà mai quel focoso ubriacone, e i suoi collaboratori in sospetto di sodomia nella pubblicistica poco liberal dei liberal; nessuno lo riabiliterà a causa della sua spietata retorica populista e della sua demagogia di americano del Grande Sud: ma quel disperato cold warrior che fece vergognare di sé l’America rispettabile, il delatore Joe che di comunisti pro sovietici nel Dipartimento di Stato e altrove ne aveva pizzicati a derrate, fu tra gli esemplari precursori della durezza sorridente, con i denti d’acciaio, con cui Reagan si sbarazzò più tardi dei filosofi della coesistenza tra regimi sociali diversi, per dare poi l’assalto vittorioso all’impero sovietico, esportando a est con missili e scudi stellari la democrazia di cui ora un meschino Romano Prodi si fa ridicolo e usurpato vanto.

    Economia, ideologia, geopolitica
    La forza di Reagan, anche in economia e non solo nella geopolitica, è che si comportava da quell’uomo semplice che era. Disponeva di un’ideologia pragmatica, rozza e persuasiva. Quando Berlusconi entrò in politica, fu Gad Lerner sulla Stampa a capire in fretta che aveva toni “da Reagan della Brianza”.
    Con una differenza, purtroppo.
    Reagan nel privato professionale aveva dato risultati minori, era un attore mancato, e da outsider imparò ad amare la politica, costruì formidabili staff che ancora durano e si perpetuano nelle diverse amministrazioni, fece un apprendistato decisivo nel governo della California, non rinnegò la tradizione politica americana, non ne trascurava l’impatto e la solidità, piuttosto la interpretò; Berlusconi invece le sue vere, grandi soddisfazioni le ha avute come imprenditore privato, e da quella matrice non è riuscito fino ad ora a staccarsi, rendendo più tortuoso e difficile un credibile profilo politico e istituzionale, nonostante risultati indiretti di colossale portata.
    Anche Reagan se ne infischiava della cultura come ornamento, ed era uomo di grandi gaffe, gaffe da condottiero impavido, da uomo laser focalizzato sui risultati e non sugli effetti delle sue azioni nel circuito washingtoniano: disse perfino che Cipro era in Italia, raccontava barzellette senza impaccio, sfidava perbenismi e consuetudini delle corporazioni “riformiste”, quelle che non vogliono mai cambiare alcunché.
    Ma diede spazio alla formidabile macchina di governo degli Stati Uniti, scelse la scuola economica di Chicago e al monetarismo restò fedele a scorno dell’impopolarità presso i riccastri liberal così preoccupati in apparenza del destino dei poveri di fronte alle insidie del mercato.
    Sua una battuta che brilla ancora della luce dell’individualismo responsabile del conservatorismo americano:
    “Ho un solo modo di aiutare i poveri, ridurne il numero diventando ricco”.
    Quello era il genio del cowboy che menti raffinate e sciocche hanno sempre disprezzato.
    Era il genio dell’America come motore dell’occidente e del suo modello di democrazia costituzionale. Tu puoi farti dominare dal big government, dalle oligarchie che ti pagano il welfare con la concertazione e l’opacità dello Stato universale, e ti promettono un destino di servo tranquillo, di impiegato globale; oppure no, puoi darti una mano senza aspettare il soccorso pubblico, puoi ridurre il potere dello Stato e aumentare il tuo, quello della società, affrontando certe durezze della vita e della politica con spirito ottimista, credendo nella competizione come tecnica e nella libertà come soccorso privato, come cooperazione e sfida nel mercato del lavoro, dei beni, della finanza e delle tecnologie. Il cowboy dalla voce vellutata e dal pugno di ferro diede agli americani quello che agli europei continentali continua a mancare: il riconoscimento di sé in un orgoglio temperato dalla civiltà della tolleranza, ma irriducibile.
    Per questo adesso lo piangono quasi tutti, e a Washington venerdì gli saranno tributati gli onori del mondo, tra il vero rimpianto americano e le lacrime di coccodrillo degli europei.

    Così lo saluta e lo rimpiange Giuliano Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Hey, ma è vero che sto Saddam era stato messo lì a fare il presidente dell'Iraq dal grande Ronnie?

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da brunik
    Hey, ma è vero che sto Saddam era stato messo lì a fare il presidente dell'Iraq dal grande Ronnie?
    --------------------------
    Fosse vero sarebbe un'altra dimostrazione della grandezza di Reagan: chi meglio di Saddam poteva fermare l'espansione della "guerra religiosa" proveniente dall'Iran komeinista.
    Chi, meglio di Prodi, "interessato" liquidatore dell'Iri, potrebbe governare l'Italia....pensa brunik?

  4. #4
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    Predefinito Oggi l'America corre....

    ….più dell’Europa

    Quando Ronald Reagan iniziò la sua ascesa politica e avanzò le sue ricette economiche, la “reaganomics”, venne deriso dai liberal degli Stati Uniti come un attore di Hollywood che nulla sapeva di economia.
    Non era vero perché il curriculum di studi di Reagan, per quanto ufficialmente modesto, era fatto di buone esperienze.
    Il programma della “reganomics”, chiamata anche “supply side economics”, economia dell’offerta, fu molto innovativo e per nulla dilettantesco.
    Lo si può sintetizzare con un binomio “Chicago e Virginia”, le due scuole scientifiche della “nuova economia” liberale, che contava allora due premi Nobel del gruppo di Chicago (Milton Friedman e George Stigler) e due assi della scuola di Virginia, James Buchanan e Ronald Coase (poi passato a Chicago), divenuti in seguito anche loro premi Nobel.
    Le teorie della scuola di Virginia (ove io ho avuto il privilegio di insegnare e di scrivere saggi con Buchanan) suggerirono a Reagan soprattutto il taglio delle imposte e la riduzione delle spese dirette del governo centrale.
    Quelle di Chicago gli suggerirorono soprattutto la deregolazione (un cavallo di battaglia di Friedman e Stigler). Ma Reagan adottò anche una politica fiscale quasi keynesiana (il “quasi” è importante), secondo gli insegnamenti fiscali-monetari di Harry Johnson (un grande economista della scuola di Chicago, morto troppo presto per avere il premio Nobel).
    William Niskanen, consulente di Reagan, celebre per la sua teoria economica della burocrazia e principale depositario della dottrina della “reganomics” la sintetizza in tre principi:
    la riduzione dell’imposta progressiva sul reddito,
    la riduzione del “big government” cioè del governo elefantiaco,
    la deregolamentazione.
    Tre obiettivi fra di loro interconnessi, con cui si mira non solo alla crescita del prodotto nazionale, ma anche a una politica di benessere sociale migliore e maggiore di quella predicata dai fautori del “big government” burocratico e del connesso stato del benessere, con progressività fiscale giustizialista (ed ipocrita).
    I risultati della ricetta applicata da Reagan furono poco apprezzati (in qualche caso derisi), nell’immediato, non solo dagli economisti con simpatie liberal, ma anche da molti di quelli provenienti dalla scuola ortodossa che hanno deprecato l’indebitamento pubblico.
    Ma i critici non sono riusciti poi a spiegare come mai esso anziché essere di freno alla domanda globale (in relazione al timore di nuove imposte future per finanziare l’onore del debito), l’indebitamento sia stato accompagnato da una vigorosa domanda di consumi, che ha dato luogo, assieme ad altri fattori (come il boom tecnologico) all’espansione prolungata dell’economia americana dell’ultimo decennio.
    Espansione che ha avuto una pausa solo nel periodo dell’attacco alle Torri, coinciso per altro con lo sgonfiamento della bolla speculativa di Wall Street.
    E se ora l’economia Usa si è ripresa in un modo che non riesce alla vecchia Europa molto lo si deve alla reaganomics.
    Dovrebbe essere chiaro che essa ha trasformato strutturalmente gli Usa e che la “supply side economics” produce i suoi effetti positivi economici e sociali (vanno sottolineati quelli sociali) già subito, ma, dal punto di vista fiscale, si autofinanzia soprattutto nel medio e lungo termine.
    La cosiddetta curva di Laffer, per cui la riduzione delle aliquote fiscali amplia la materia imponibile, in parte grazie alla maggior produzione e in parte grazie alla tassazione di redditi che con le alte aliquote si occultavano legalmente o illegalmente, esplica effetti positivi via via maggiori con il trascorrere degli anni, quando le somme prima pagate dai ricchi (e che non vanno più al fisco) vengono investite in nuovo capitale di impresa, che genera progresso economico e tecnologico, assieme a politiche fino a quel momento ancora non sperimentate sul lato della domanda. Il taglio medio dell’Irpef programmato da Reagan in un 30 per cento delle aliquote esistenti, per redditi alti, medi e bassi, fu poi del 23 per cento su tre anni.

    Le entrate federali rappresentavano nel 1980 il 20,2 per cento del pil (il prodotto interno lordo). Scesero al 18 nel 1984, erano al 19,2 per cento quando lui lasciò la Casa Bianca: solo lo 0,5 per cento in meno di quando aveva tagliato l’Irpef.
    Dunque, quel robusto taglio fiscale, si era autofinanziato quasi per interno. Carter aveva consegnato a Reagan una inflazione del 13,5 per cento e una disoccupazione strutturale al 7-8 per cento. Nel periodo di Reagan - tra il 1981 e il 1989 - il pil degli Usa crebbe del 3,1 per cento annuo, contro il 2,4 del precedente periodo 1973-80 e contro il 2 per cento del 1988-95 (dopo di cui vi fu il boom).
    La produttività aumentò dell’1,5 annuo contro lo 1,2 precedente e l’1,1 successivo. L’inflazione, quando Reagan lasciò la presidenza era al 4,1 per cento, la disoccupazione al 5,5: il muro della disoccupazione strutturale era stato abbattuto e il potere del sindacato era stato decentrato a livello locale e aziendale.
    Il risparmio annuo delle famiglie era sceso, ma poiché il reddito reale pro capite era cresciuto del 10 per cento in sette anni,
    la discesa della percentuale di risparmio dallo 8,5 al 6,5 per cento fu più che compensata dal maggior volume assoluto di
    risparmi.
    Analogo rilievo vale per il restringimento della classe media. Infatti una parte di essa, con la crescita economica, è diventata ricca.
    Quanto ai poveri “divenuti più poveri”, altra leggenda della sinistra anti-reaganiana, ciò è vero solo se si considera che l’arricchimento della classe media è maggiore di quello della bassa: che per altro migliorò il suo tenore di vita data la crescita del pil e dell’occupazione.
    Le famiglie di colore ebbero un aumento di reddito pro capite in termini reali dell’11 per cento contro il 9,8 di quelle bianche. Attualmente il sistema capitalistico Usa è molto flessibile, è capace di una crescita elevata, senza preoccupante inflazione perché la produttività cresce di continuo. Certo, ciò è dovuto all’era informatica, ma anche di questa il merito va a Reagan.
    Il quale mentre ridusse notevolmente la spesa civile dilatò quella militare, soprattutto nel settore ad alta tecnologia.
    Proprio quel settore aveva impedito una riduzione del deficit (cosa che sarebbe stata possibile con il taglio delle spese civili e il passaggio agli Stati e agli enti locali di una parte della spesa sociale).
    Ha determinato però non solo il crollo dell’Urss, ma anche l’Internet del secondo millennio.

    Francesco Forte su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Il filosofo della classe lavoratrice: Marx?...

    ....no! Reagan

    Questo articolo di Tom Wolfe è apparso su National Review il 5 agosto del 1988, nell’ambito di una serie di interventi sull’eredità di Ronald Reagan.


    Ricordate le “piccole vecchie signore in scarpe da tennis”?
    Era l’espressione fantasiosamente coniata negli anni Sessanta per definire la base elettorale del movimento conservatore nella versione di Barry Goldwater.
    Dopo la disastrosa sconfitta subita da Goldwater nelle elezioni del 1964, sembrò davvero un’espressione perfetta.
    Fu impiegata di nuovo due anni dopo quando un altro conservatore, Ronald Reagan, si candidò alle elezioni per il governatore della California.
    E vinse, ottenendo un risultato così straordinario che, per i successivi dieci anni, i giornalisti parlarono dell’elettorato californiano definendolo “volubile”.
    Comunque, in California la popolarità di Reagan continuò ad aumentare; venne rieletto con un’altra strepitosa vittoria.
    Alla base del suo successo stava il sostegno delle nuove, giovani e numerose famiglie della working class californiana.
    Negli anni Quaranta, quando un’economia di guerra trasse finalmente gli Stati Uniti fuori dalla Depressione, in California il boom scoppiò prima che altrove, grazie alle industrie areonautiche e militari.
    Gli stipendi aumentarono rapidamente.
    Fu in California che il termine “operaio” (worker) cessò di indicare una persona che è definita (o schiavizzata) dal suo lavoro.
    L’operaio californiano divenne un proprietario: per prima cosa, di un’automobile; poi, poco dopo, di una casa (e successivamente di una seconda automobile).
    Cominciò a pensare alla vita civica allo stesso modo di un proprietario. […] Voleva sentirsi libero dalle interferenze del governo, e soprattutto non voleva essere oppresso da tasse elevate.
    Voleva una politica pubblica che favorisse le persone come lui, che si erano guadagnate con il proprio lavoro ciò che possedevano.
    Voleva essere orgoglioso di ciò che aveva realizzato; e le due forme privilegiate in cui questo orgoglio si esprimeva erano l’ottimismo e il patriottismo.
    Quanto di tutto questo aveva capito Reagan attraverso un ragionamento analitico?
    Probabilmente quasi niente, anche se mi sembra sia stato sempre un politico più interessato alle questioni fondamentali (mi verrebbe voglia di dire “intellettuale”) di quanto siano disposti ad ammettere coloro che lo definiscono il “grande comunicatore”.
    In ogni caso, le sue opinioni erano in armonia con quelle della nuova working class californiana (sembra anche opportuno ricordare che è il solo membro dei sindacati a essere diventato presidente).
    A partire dagli anni Sessanta la prosperità e il senso etico della working class californiana si sono diffusi in tutta l’America, tanto che i termini “working class” e “worker” sono diventati obsoleti. Oggi elettricisti, tecnici di apparecchi per l’aria condizionata, installatori di antifurti e antennisti sono assegnati alla middle class.
    Molti meccanici hanno un tenore di vita che avrebbe lasciato a bocca aperta persino il Re Sole.
    Questi lavoratori formano ora una nuova classe che, nel corso degli ultimi 25 anni, ha trasformato la struttura politica del paese. Reagan è stato il loro primo portavoce, il loro primo capo, il loro primo filosofo. E l’esistenza di questa classe continua a sconcertare i leader del partito democratico. […]

    saluti

  6. #6
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    Predefinito A un grande Presidente accosto...

    ....un grande Papa

    Un Papa in divisa e moschetto che parla di “violenza giustificata”

    La società ha “un preciso diritto, addirittura un dovere”, di assicurare un giusto governo controllando l’esercizio del potere e criticando i suoi errori. Quando ciò fallisce, i membri della società hanno il diritto alla resistenza passiva. E quando questa fallisce, hanno una opzione finale: “resistenza attiva contro un potere legale ma ingiusto”.
    Così don Karol Wojtyla ammetteva l’uso della “violenza giustificata” nella Polonia del secondo dopoguerra in un suo testo rimasto finora inedito.

    A rivelarlo è il numero del 6 giugno scorso dell’Our Sunday Visitor, il più ufficiale tra i settimanali cattolici statunitensi, il quale ha pubblicato in esclusiva una lunga corrispondenza da Varsavia in cui parla diffusamente di un testo inedito, scritto da Karol Wojtyla nei primi anni Cinquanta. Si tratta di lezioni di dottrina sociale cattolica, firmate Karol Wojtyla, pubblicate in due libretti dattiloscritti e diffusi col titolo “Etica sociale cattolica”.
    Questo testo, in polacco, è stato considerato apocrifo dalla monumentale biografia scritta da George Weigel, che lo ha attribuito a un altro sacerdote, Jan Piwowarczyk.
    Ma Jonathan Luxmoore e Jolanta Babiuch, autori del reportage, riportano testimonianze di prima mano per confermare il fatto che l’opera in questione è da attribuire senza dubbio al giovane Wojtyla. E sottolineano che uno degli aspetti più interessanti di questi testi inediti è appunto quello riguardante la “violenza giustificata” (violence justified).
    In realtà le parole di Wojtyla non dovrebbero sorprendere più di tanto. La sua posizione contraria alla guerra in Iraq e anche alla prima guerra del Golfo non può essere ridotta a un generico pacifismo, alla non violenza assoluta.
    Pacificatore, non pacifista, s’è detto.
    E non bisogna andare troppo indietro nel tempo per verificarlo. Nel suo recentissimo libro “Alzatevi, andiamo!”, infatti, dopo aver ricordato che gli “è sempre piaciuto cantare”, il Papa ha specificato di aver intonato con i giovani anche “per le feste, l’anniversario dello scoppio della guerra o l’insurrezione di Varsavia, canti militari e patriottici”. “Tra questi ultimi – ha aggiunto – mi piacciono in particolare ‘I papaveri rossi di Monte Cassino’, ‘La prima brigata’ e, in genere, i canti dell’insurrezione e della resistenza…”. E proprio ricordando l’anniversario della battaglia di Monte Cassino, lo scorso 18 maggio, il Papa ha parlato di “eroi caduti”, del dovere di “opporsi ad ogni costo”.
    Lo ha fatto con parole accorate, rivolgendosi al presidente polacco Aleksander Kwasniewski ricevuto in Vaticano:
    “Ogni polacco – ha detto – ricorda con orgoglio quel combattimento che, grazie all’eroismo dell’esercito comandato dal generale Anders, aprì agli alleati la strada per la liberazione dell’Italia e per la sconfitta degli invasori nazisti. Al cimitero militare di Monte Cassino si trovano tombe sulle quali furono poste croci latine e greche, e anche lapidi con la stella di Davide. Lì riposano gli eroi caduti, uniti dall’ideale di lottare per ‘la nostra e la vostra libertà’, che comprende in sé l’amore per la propria patria, ma anche la sollecitudine per l’indi-pendenza politica e spirituale di altre nazioni. Tutti sentirono il dovere di opporsi ad ogni costo non soltanto alla sopraffazione dei singoli e delle nazioni, ma anche al tentativo di annientare le loro culture e la loro identità spirituale”.
    E il giorno dopo, rivolgendosi ai pellegrini polacchi presenti all’udienza generale del mercoledì, il Papa ha ribadito il concetto:
    “Saluto tutti i miei connazionali. Oggi in modo particolare desidero rivolgermi ai combattenti, partecipanti alla battaglia di Monte Cassino. La vostra presenza qui è legata al sessantesimo di questa vincita, che – grazie all’eroica attitudine dell’esercito condotto dal generale Anders – aprì agli alleati la strada per Roma. Fu un evento, al quale si riferiscono con orgoglio susseguenti generazioni dei polacchi. Esso è diventato un simbolo dei più nobili valori dello spirito polacco, e soprattutto del coraggio e della prontezza di dare la vita ‘per la nostra e la vostra libertà’”.
    Anche in questo caso il Papa non ha avuto remore a parlare di “vincita”, di “eroica attitudine”, di “combattenti”.
    Con un linguaggio non proprio “pacifista”.
    Non bisogna dimenticare d’altra parte che di Wojtyla è nota, ed ampiamente diffusa, da ultimo l’ha fatto Panorama del 20 maggio scorso, una foto particolarmente inusuale, almeno per i papi dell’epoca contemporanea.
    Quella che lo ritrae durante il servizio militare, in divisa e con tanto di moschetto al braccio.

    saluti

  7. #7
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    Parlando di Ronald Reagan non posso evitare di entrare in un campo molto personale.
    Qui in Polonia, per tutti noi Reagan è una figura importantissima. Perché? Perché ci ha dato la libertà.
    Non lo si potrà mai ripetere abbastanza da parte di un popolo che è vissuto sotto l’oppressione per mezzo secolo.
    I polacchi hanno combattuto per la loro libertà per lunghissimi anni, e hanno grande stima per chi li ha appoggiati nella loro battaglia.
    Il sostegno per la loro causa era il principale test d’amicizia.
    Il presidente Reagan è stato un autentico amico.
    Nei giorni bui della Guerra fredda, la sua politica di sostegno ai movimenti democratici in Europa centrale e orientale ha avuto per noi uno straordinario significato.
    Sapevamo che Reagan credeva in pochi e semplici principi, come i diritti umani, la democrazia e la società civile.
    Era un uomo convinto che sia lo Stato a dover essere a servizio del cittadino, e non il contrario, e che la libertà sia un diritto naturale.
    Mi sono chiesto spesso perché Ronald Reagan si assunse il rischio di appoggiare Solidarnosc e altri moivimenti dissidenti nei paesi della cortina di ferro, avviando allo stesso tempo un programma di riarmo che portò al collasso l’economia sovietica. Non dimentichiamo che gli Stati Uniti si trovavano in quel momento in una fase di recessione e che l’opinione pubblica americana era molto più interessata alle questioni di politica interna.
    Era necessaria l’ampiezza di visione di un grande leader per convincerla che vi erano cose più importanti in nome delle quali combattere.
    Cercava di trarre qualche vantaggio dalla sua politica?
    Sebbene i nostri movimenti di libertà rispondessero alla linea di politica estera scelta dagli Usa, ne dubito fortemente.
    Secondo me ci sono due tipi diversi di politici.
    I primi considerano la politica come un gioco tattico.
    Per i secondi, invece, la politica è un mezzo per difendere e promuovere dei valori. Per loro, si tratta di un impegno morale, necessario in quanto vedono minacciati i valori in cui credono. Sono convinti che vi siano dei valori per cui vivere, combattere e persino morire.
    Altrimenti la vita perde qualsiasi significato.
    Solo questi sono dei grandi politici, e Ronald Reagan era uno di loro.

    Gli anni 80 sono stati uno strano periodo: il momento in cui si riconobbe che si stava per aprire una nuova era.
    Il comunismo era in punto di morte.
    Aveva esaurito tutti i suoi mezzi e le sue risorse. Il terreno era pronto per un cambiamento. Ma per realizzare questo cambiamento era necessaria una profonda collaborazione e reciproca comprensione tra diversi attori politici.
    Dalla prospettiva attuale, sembra ovvio che, come le tessere di un enorme puzzle, Ronald Reagan, Giovanni Paolo II, Margaret Thatcher e persino Mikhail Gorbaciov si unirono per dare l’avvio a questa nuova era in Europa.
    Anche noi di Solidarnosc ci riconosciamo una parte di merito nella vittoria contro la guerra fredda.
    All’Europa degli anni 80 Reagan offriva una nuova visione. In Europa centrale e orientale significava la libertà dai sovietici. Reagan non era un persona che chiudeva gli occhi davanti ai problemi, sperando che scomparissero da soli. Era convinto che i problemi dovessero essere affrontati.
    Ed è esattamente ciò che fece.
    Ogni volta che lo incontravo, nel suo ranch privato in California o qui a Danzica nei cantieri navali Lenin, rimanevo stupito dalla sua modestia e dalla sua calma. Non corrispondeva affatto allo stereotipo del leader mondiale. In privato, eravamo come i due poli opposti di una calamita: lui sempre controllato e compassato; io un vulcano di emozioni, impaziente di passare all’azione. Eravamo diversissimi l’uno dall’altro, ma ci siamo sempre capiti benissimo.
    Ricordo soprattutto la sua onestà e il suo buon umore, due cose che mi ispiravano fiducia nelle sue politiche e nelle sue decisioni. Sosteneva la mia battaglia, ma ciò che veramente ci univa era senza dubbio la condivisione degli stessi valori e degli stessi obiettivi.
    Negli Stati Uniti mi è stato chiesto spesso di firmare un poster che per molti americani ha un grande significato.
    Preparato in occasione delle prime elezioni parlamentari virtualmente libere in Polonia nel 1989, il poster ritraeva Gary Cooper nella parte dello sceriffo solitario del film western “High Noon”. Sotto il titolo, c’è il simbolo di Solidarnosc e la data delle elezioni, 4 giugno 1989.
    Era una trovata semplice ma efficace e, in quei giorni, fu del tutto fraintesa dai comunisti che cercarono di ridicolizzare il movimento polacco per la libertà presentandolo come un’invenzione del “selvaggio” West.
    Ma il poster ebbe l’effetto opposto: i cowboy erano diventati un simbolo di grande potenza per i polacchi: combattevano per la giustizia, contro il male e per la libertà, tanto fisica quanto spirituale.
    In quelle elezioni, Solidarnosc inflisse loro una pesante sconfitta, aprendo la strada per la nascita di un governo democratico in Polonia. E’ sempre un momento di profonda emozione per me quando qualcuno mi chiede di firmare questo poster, che è diventato il simbolo della battaglia che abbiamo combattuto insieme.
    Noi siamo profondamente debitori verso tutti coloro che ci hanno sostenuto.
    Forse nei primi anni non abbiamo espresso sufficientemente la nostra gratitudine. Eravamo troppo impegnati a introdurre nel nostro rinato paese tutte le necessarie riforme economiche e politiche. Ma il presidente Reagan si è ugualmente reso conto di quali straordinari cambiamenti è stato responsabile, e con lui se n’è reso conto anche tutto il mondo. E spero che si senta gratificato. Ne ha tutte le ragioni.

    Lech Walesa
    © WSJ per concessione di Milano Finanza

    su il Foglio del 12 giugno

    saluti

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    Ho incontrato Ronald Reagan per la prima volta nel 1967, poco dopo la sua elezione a governatore della California.
    Abbiamo parlato dei suoi progetti per la riforma dell’istruzione superiore.
    Aveva una profonda comprensione del sistema economico sul quale si basava l’istruzione superiore californiana (un sistema in virtù del quale i residenti di Watts sovvenzionavano l’istruzione dei bambini di Beverly Hills), ed era deciso a fare qualcosa.
    Mi sono reso contro di quale straordinaria persona fosse per la prima volta all’inizio del 1973 quando trascorsi un giorno indimenticabile percorrendo in lungo e in largo la California per promuovere la sua Proposition 1, un emendamento della Costituzione dello Stato californiano che avrebbe posto un limite alle spese concesse ogni anno allo Stato.
    Su un piccolo aereo privato, passammo da un posto all’altro; a ogni fermata era prevista una conferenza stampa.
    Durante i viaggi, Reagan parlava liberamente della sua vita e spiegava le sue opinioni.
    Quando tornammo a Los Angeles per la conferenza stampa finale, alla domanda di un giornalista che mi chiedeva se avrei sostenuto la candidatura di Reagan alla presidenza risposi con un entusiastico sì.
    E, posso ben dirlo, non mi sono mai pentito della scelta.

    La Proposition 1 non venne approvata, ma diede avvio a un movimento ancora molto vivo, come dimostrato dalla recente approvazione di una proposizione del tutto analoga in Colorado. Per di più, era soltanto un mezzo per raggiungere un importante obiettivo della sua politica fin dai primi giorni della sua carriera pubblica: controllare le spese governative non destinate alla difesa come mezzo per limitare l’intervento del governo.
    Le spese per la difesa militare erano un’altra faccenda. Queste servivano a finanziare una funzione essenziale del governo federale, e Reagan ne fece uso per vincere la Guerra fredda costringendo l’Unione Sovietica alla bancarotta e senza sparare un colpo.
    Basterebbe guardare un grafico per rendersi conto visivamente dello straordinario successo con cui Reagan ha mutato il corso delle spese non destinate alla difesa.
    Prima di Reagan, la tendenza era quella di un socialismo galoppante. Se fosse continuata, queste spese federali sarebbero ora almeno il doppio di quelle attuali.
    Ma Reagan ha fermato quel cavallo al galoppo.
    Lo ha fatto in tre modi.
    Primo, riducendo le tasse e quindi tagliando i fondi del Congresso.
    Secondo, mostrandosi pronto ad affrontare il rischio di una grave recessione pur di porre fine all’inflazione. A mio parere, nessun altro presidente del periodo postbellico sarebbe stato disposto a sostenere la rigida presa di posizione dei Volker Fed nel 1981-1982. Posso testimoniare personalmente che Reagan sapeva ciò che stava facendo. Capì che non era possibile eliminare l’inflazione senza restrizioni monetarie e una temporanea recessione. Come in ogni altra occasione, rimase ancorato ai suoi principi mantenendo una prospettiva di lungo termine.
    Terzo, attaccando le regolamentazioni governative. Anche in questo caso basterebbe un’occhiata a un grafico che riportasse in scala il numero di pagine aggiunte ogni anno al registro federale per toccare con mano la rivoluzione provocata da Reagan. Questo registro contiene le migliaia di regolamentazioni che le agenzie federali sfornano a ritmo incessante ogni anno.
    Non sono leggi, eppure hanno valore di legge, e come tali impongono costi e restirizioni sulle attività.
    Anche in questo caso, il periodo precedente alla presidenza Reagan mostra i segni di un socialismo all’attacco.
    Gli anni di Reagan sono stati anni di ritirata per il socialismo; quelli successivi alla sua presidenza sono stati invece caratterizzati dal suo strisciante ritorno.
    Per Reagan, naturalmente, tenere a freno le spese governative era un mezzo per raggiungere un fine, e non un fine in se stesso. Questo fine era la libertà, il diritto di ogni individuo a perseguire i suoi obiettivi e i suoi valori senza però interferire con i corrispondenti diritti del prossimo.
    E’ stato questo il suo fine supremo in ogni momento della sua straordinaria carriera.
    C’è ancora molto da fare prima di realizzare il vero regno della libertà.
    Ma pochi uomini nella storia hanno contribuito più incisivamente di Ronald Wilson Reagan al raggiungimento della libertà umana.

    Milton Friedman
    © Wall Street Journal

    su il Foglio del 12 giugno

    saluti

 

 

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