IV GESU’ CON ME
“Sarò con voi fino alla consumazione dei secoli”. (Matt. 28, 20)
• La Presenza Reale • La “Visita” a Gesù • Gesù, Ti adoro! • Amare la “Casa di Gesù”
LA PRESENZA REALE
La Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è mistero divino, è dono divino, è amore divino. Durante la S. Messa, negli attimi della Consacrazione, quando il Sacerdote pronuncia le divine parole di Gesù, “Questo è il mio Corpo ... Questo è il Calice del mio Sangue” (Matt. 26, 26-7), il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Gesù. La sostanza del pane e del vino non c’è più perchè trasformata (“transustanziata”) nel divino Corpo e Sangue di Gesù. Il pane e il vino conservano solo le loro apparenze (o “accidenti”) a esprimere la realtà del “cibo” e della “bevanda”, secondo le parole di Gesù. “La mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda” (Giov. 6, 56).
Sotto i veli dell’Ostia, quindi, e dentro il Calice c’è la Divina Persona di Gesù con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità, che si dona a chiunque lo riceve nella S. Comunione, e rimane permanentemente nelle Ostie consacrate chiuse nel Tabernacolo.
S. Ambrogio insegna: “Come fa il pane a diventare il corpo di Cristo? Per mezzo della Consacrazione. La Consacrazione con quali parole viene effettuata? Con le parole di Gesù. Venuto il momento di compiere il sacro mistero, il sacerdote cessa di parlare da sè, parla in persona di Gesù”.
Le parole della consacrazione sono le parole più strabilianti che Dio abbia donato alla Chiesa. Hanno il potere di trasformare un po’ di pane e vino in Gesù Dio Crocifisso! Realizzano un mistero arcano di somma potenza che supera il potere dei Serafini, e appartiene solo a Dio e ai Sacerdoti. Non dovremmo meravigliarci, allora, se ci sono stati Santi sacerdoti che soffrivano angosciosamente quando pronunziavano quelle divine parole. S. Giuseppe da Copertino e, ai nostri giorni, P. Pio da Pietrelcina apparivano visibilmente oppressi da angoscia mortale, e solo stentatamente, a strappi, riuscivano a terminare le due formule della consacrazione. Il P. Guardiano volle chiedere a S. Giuseppe da Copertino: “Come mai pronunci in modo limpido tutta la Messa, e inciampi a ogni sillaba della consacrazione?”. Il Santo rispose: “Le parole santissime della consacrazione sono sulle mie labbra come carboni ardenti; pronunciandole, devo fare come chi deve ingoiare cibi bollenti”.
È per quelle divine parole della consacrazione che Gesù è sui nostri altari, è nei nostri Tabernacoli, è nelle candide ostie. Ma come?
“Com’è possibile - chiedeva uno studioso maomettano ad un Vescovo missionario - che il pane e il vino diventino carne e sangue di Cristo?”. Il Vescovo rispose: “Quando nascesti eri piccolo; sei cresciuto perchè il corpo ha trasformato in carne e sangue il nutrimento che hai preso. Se il corpo dell’uomo è capace di trasformare in carne e sangue il pane e il vino, tanto più facilmente lo potrà Iddio”. Il maomettano chiese ancora: “Com’è possibile che in un’ostia così piccola sia presente Gesù tutto intero?”. Il Vescovo rispose: “Guarda il paesaggio che hai qui davanti, e pensa quanto il tuo occhio è più piccolo in confronto ad esso. Eppure nel tuo occhio così piccolo c’è l’immagine di questa campagna così vasta. Non può Dio fare in realtà, nella sua persona, quello che in figura è in noi?”. Ancora, il maomettano chiese: “Com’è possibile che lo stesso corpo si trovi contemporaneamente presente in tutte le vostre Chiese e in tutte le ostie consacrate?” E il Vescovo: “A Dio nulla è impossibile, e questa risposta potrebbe bastare. Ma anche la natura risponde a questa domanda. Ecco uno specchio; buttalo a terra e frantumalo: ogni frammento riporterà la stessa immagine che riproduceva lo specchio intero. Così, lo stesso e medesimo Gesù si riproduce, non in figura, ma in realtà, in ogni ostia consacrata; Egli è veramente in ognuna di esse”.
Ricordiamo S. Rosa da Lima, la B. Angela da Foligno, S. Caterina da Siena, S. Filippo Neri, S. Francesco Borgia, S. Giuseppe da Copertino, e tanti altri Santi, che avvertivano sensibilmente la Presenza Reale di Gesù nel Tabernacolo e nelle Ostie consacrate, vedendolo con i loro occhi o gustandone l’ineffabile fragranza.
Ricordiamo l’episodio di S. Antonio di Padova, che a un incredulo fece vedere un mulo affamato inginocchiarsi di fronte all’ostensorio con il Santissimo, anzichè buttarsi sul cesto di biada posto accanto all’ostensorio. Ricordiamo S. Alfonso M. de’ Liguori che, infermo, ricevette la S. Comunione in cella. Una mattina, appena ricevuta l’ostia, il Santo si mise a gemere ad alta voce fra le lacrime: “Ma che avete fatto? Mi avete portato un’ostia senza Gesù, un’ostia non consacrata...”. Si indagò sulla cosa e si scoprì che il Sacerdote celebrante quella mattina, per pura distrazione, era passato dal Memento dei vivi al Memento dei morti (Canone Romano), saltando intemente la consacrazione del pane e del vino. Il Santo aveva avvertito l’assenza di Gesù in quell’ostia non consacrata!
Si potrebbero ricordare tanti altri episodi tratti dalla vita dei Santi. Così come si potrebbero ricordare gli atti degli esorcismi sugli ossessi liberati dal demonio mediante l’Eucaristia. E si potrebbero elencare quelle grandi manifestazioni di fede e di amore che sono i Congressi Eucaristici, e i celebri Santuari Eucaristici (come Torino, Lanciano, Siena, Orvieto, S. Pietro a Patierno...) che ancora oggi conservano le testimonianze vive degli episodi strepitosi accaduti a conferma della Presenza Reale.
Ma più essenziale di ogni episodio o testimonianza, è la Fede su cui si basa la verità della Presenza Reale e su cui deve basarsi la nostra incrollabile certezza che è così. Gesù è verità (Giov. 14, 6) e Lui ci ha lasciato l’Eucaristia come un mistero di fede a cui credere con tutta la mente e con tutto il cuore. Quando a S. Tommaso d’Aquino, il Dottore Angelico, venne portato il S. Viatico, egli si sollevò dalla cenere, su cui si era fatto distendere, si inginocchiò e disse: “Anche se esistesse una luce mille volte più splendente di quella della fede, io non crederei con maggiore certezza che Colui che sto per ricevere è il Figlio dell’eterno Dio”.
“Mistero di fede”: con queste due parole il Papa Paolo VI ha voluto intestare la sua enciclica eucaristica, proprio perchè le realtà divine non hanno fonte di verità e di certezza più alta della fede teologale. Era per questa fede che i Santi vedevano Gesù nell’Ostia e non avevano bisogno di altre prove. Il Papa Gregorio XV ebbe a dire che S. Teresa di Gesù (da lui canonizzata) “vedeva così distintamente, con gli occhi dello spirito, nostro Signore Gesù Cristo presente nell’Ostia, che affermava di non invidiare per nulla la felicità dei Beati, che contemplano nel cielo il Signore faccia a faccia”. E S. Domenico Savio scrisse una volta nel suo quaderno di diario: “Per essere felice non mi manca nulla in questo mondo: mi manca solo di vedere in cielo Gesù, che ora con occhio di fede miro e adoro sull’altare”.
È con questa Fede che noi dobbiamo accostarci alla Eucaristia, dobbiamo stare alla sua Presenza, dobbiamo amare Gesù Eucaristico e farlo amare.
LA “VISITA” A GESÙ
Con la Presenza Reale, Gesù è nei nostri Tabernacoli. Lo stesso Gesù portato dall’Immacolata nel suo grembo verginale sta rinchiuso nel piccolo grembo di una candida ostia. Lo stesso Gesù che fu flagellato, coronato di spine e crocifisso come vittima per i peccati del mondo sta nel ciborio come Ostia immolata per la nostra salvezza. Lo stesso Gesù che risuscitò da morte e ascese al cielo dove ora regna glorioso alla destra del Padre, sta sui nostri altari circondato da una moltitudine quasi infinita di Angeli adoranti, come la Beata Angela da Foligno potè contemplare in una visione.
Gesù è proprio con noi, quindi. Si, Gesù è là! Il S. Curato d’Ars non poteva finire di ripetere queste tre parolette senza sciogliersi in lacrime. Anche S. Pietro Giuliano Eymard esclamava rapito: “Gesù è là! Dunque tutti a Lui”. E S. Teresa di Gesù quando sentiva chi diceva: “Se fossi vissuto al tempo di Gesù... Se avessi visto Gesù... Se avessi parlato con Gesù...”, rispondeva con vivacità: “Ma Gesù non è presente vivo, vero e reale nell’Eucaristia? Perchè cercare altro?”. I Santi davvero non cercavano altro. Sapevano dove era Gesù e non desideravano che di poter stare con Lui inseparabilmente con il cuore e con il corpo. Stare sempre con chi si ama, non è forse un’altra esigenza primaria del vero amore? Per questo, sappiamo che le Visite al Santissimo e la Benedizione Eucaristica erano la brama segreta e manifesta dei Santi. Il tempo della Visita a Gesù è tutto tempo d’amore, che ritroveremo in Paradiso, perchè solo l’amore “dura per sempre” (1 Cor. 13, 8). Non sbagliava S. Caterina da Genova a dire: “Il tempo trascorso davanti al tabernacolo è il tempo più bene speso della mia vita”.
Ma vediamo alcuni esempi dei Santi.
Il B. Massimiliano M. Kolbe, apostolo dell’Immacolata, fin da giovane studente faceva in media dieci Visite al SS.mo ogni giorno. Durante l’anno scolastico, nei momenti di intervallo fra un’ora e l’altra di scuola, correva in Cappella, e così in mattinata riusciva a fare cinque visite a Gesù. Nel resto della giornata faceva altre cinque Visite, tra cui quella durante il passeggio pomeridiano che aveva sempre come tappa obbligatoria, a Roma, una Chiesa in cui ci fosse il SS.mo esposto.
Anche S. Roberto Bellarmino, da giovane, nell’andare e tornare da scuola passava quattro volte dinanzi a una Chiesa: quattro volte al giorno si fermava a far Visita a Gesù.
Quante volte anche a noi non capita di passare dinanzi a una Chiesa? Possibile che siamo così insensibili e duri? I Santi speravano di poter incontrare qualche Chiesa lungo le strade da percorrere; noi invece siamo completamente indifferenti anche se ci capitano davanti! “Quando vi sono due strade per arrivare in un luogo - scriveva il venerabile Olier - passo per quella in cui si incontrano più Chiese, per stare più vicino al Santissimo Sacramento. Al vedere un luogo dove sta il mio Gesù, sono tutto contento e dico: ‘Siete qui, mio Dio e mio tutto’”.
S. Stanislao Kostka, giovane angelico, approfittava di ogni momento libero per correre vicino a Gesù Eucaristico; e quando non poteva proprio andarci, si rivolgeva al suo Angelo Custode e gli diceva confidenzialmente: “Angelo mio caro, va’ là tu per me”. Questa e una trovata veramente angelica! Ma perchè non farla nostra? L’Angelo Custode sarebbe lietissimo di obbedirci. Anzi, non potremmo dargli incarico più nobile e felice.
S. Alfonso Rodriguez era portinaio. Gli toccava spesso passare davanti alla porta della Cappella. Ebbene, non c’era volta che almeno non si affacciasse a mandare uno sguardo d’amore a Gesù! Quando poi usciva di casa e quando tornava, si recava sempre da Gesù a chiederGli la benedizione.
Della sua mamma S. Monica, S. Agostino ha lasciato scritto che ogni giorno, oltre la S. Messa, si recava due volte da Gesù, il mattino e la sera. Lo stesso faceva l’altra santa mamma di sette figli, la B. Anna Maria Taigi. E S. Venceslao, re di Boemia, usciva più volte, di giorno e di notte, anche nel rigore dell’inverno, per visitare il SS. Sacramento nelle Chiese.
Un esempio graziosissimo in casa di sovrani: quando Sant’Elisabetta d’Ungheria, fanciulla, giocava con le compagne nella reggia, sceglieva sempre un luogo vicino alla Cappella, perché ogni tanto, senza farsi notare, si fermava davanti alla porta, baciava la serratura e diceva a Gesù: “Mio Gesù, io gioco, ma non ti dimentico: benedici me e le mie compagne. Arrivederci”. Quando si ama!
Dei tre cari pastorelli di Fatima, Francesco era un piccolo contemplativo e aveva la passione particolare per le visite eucaristiche; voleva recarsi spesso e intrattenersi più a lungo che poteva in Chiesa, per starsene vicino al Tabernacolo, accanto a “Gesù nascosto”, com’egli chiamava l’Eucaristia con fanciullesca e profonda espressione. E quando la malattia lo immobilizzò sul suo povero lettino, egli confidò alla cuginetta Lucia che la sua pena più grande era quella di non poter più andare a visitare “Gesù nascosto”, e pregava la cugina di andare lei da “Gesù nascosto” a portargli tutti i suoi baci e i suoi affetti. Ecco un ragazzo che ci insegna come si ama!
Ancora: S. Francesco Borgia faceva almeno sette Visite al Santissimo ogni giorno. S. Maria Maddalena de’ Pazzi, in un periodo della sua vita ne faceva trentatrè al giorno. Lo stesso faceva la B. Maria Fortunata Viti, umile monaca benedettina dei nostri tempi. La B. Agata della Croce, terziaria domenicana, arrivò a farne cento al giorno (tra Chiesa e casa). Che dire infine di Alexandrina Da Costa, che immobilizzata sul letto per anni e anni, non faceva che volare col cuore presso tutti i “Santi Tabernacoli” della terra?
Forse a noi recano stupore questi esempi, e ci possono sembrare eccezioni anche fra i Santi. Ma non è così. Le Visite a Gesù sono un fatto di fede e di amore. Chi più ha fede e amore, più sente il bisogno di stare con Gesù. E i Santi di che cosa vivevano se non di fede e amore?
Un bravo catechista spiegava un giorno ai suoi ragazzi: “Se venisse a voi un Angelo del cielo e vi dicesse: “Gesù in persona è nella tal casa e vi attende”, non lascereste subito tutto per correre da Lui? Interrompereste ogni divertimento, sospendereste ogni occupazione; vi stimereste anzi fortunati di poter fare un piccolo sacrificio per andare da Gesù. Ebbene, sappiate e ricordate che Gesù sta nel Tabernacolo, e vi aspetta sempre perché vuole avervi vicini e desidera ricolmarvi delle sue grazie”.
A quale tensione di amore i Santi avvertivano la presenza fisica di “Gesù in persona” nel Tabernacolo e il desiderio che Gesù ha di averci vicini? A tensione così alta da far dire a S. Francesco di Sales: “Centomila volte al giorno noi dovremmo visitare Gesù nel SS. Sacramento!”.
Impariamo dai Santi ad amare anche noi le Visite a Gesù Eucaristico. Andiamo da Lui. Tratteniamoci con Lui, parlandogli con affetto di ciò che ci sta a cuore. Egli ci avvolge con il suo sguardo di amore e ci attira al suo Cuore. “Quando noi parliamo a Gesù con semplicità e con tutto il cuore - diceva il S. Curato d’Ars - egli fa come una mamma che tiene la testa del suo bambino fra le sue mani, per coprirlo di baci e di carezze”.
Se non sappiamo fare le Visite con il colloquio personale, procuriamoci il bellissimo e ineguagliabile libretto di S. Alfonso, Visite al SS. Sacramento e a Maria SS. Come non ricordare la Visita al SS. e a Maria SS. (di S. Alfonso) che P. Pio da Pietrelcina leggeva ogni sera con voce di pianto ai piedi di Gesù esposto, prima della Benedizione Eucaristica?
Incominciamo e siamo fedeli almeno a una Visita giornaliera a Gesù che ci aspetta con ansia di amore. Cerchiamo poi di aumentarle più che possiamo. E se non abbiamo il tempo di fare le Visite lunghe, facciamo le “Piccole Visite”, ossia: entriamo in chiesa ogni volta che possiamo, inginocchiamoci e fermiamoci pochi istanti davanti al SS. Sacramento, dicendo con amore: “Gesù, sei qui; Ti adoro, Ti amo; vieni nel mio cuore”. È cosa semplice e breve, ma tanto salutare. Ricordiamo sempre le consolanti parole di S. Alfonso M. de’ Liguori: “Siate certi che di tutti gli istanti della vostra vita, il tempo che passerete davanti al Divin Sacramento sarà quello che vi darà più forza durante la vita, più consolazione nell’ora della morte e durante l’eternità”.
GESÙ, TI ADORO!
Quando si ama davvero, e si ama tanto, si adora. Amore grande e adorazione sono due cose distinte, ma formano un tutt’uno: diventano amore adorante e adorazione amorosa.
Gesù nel Tabernacolo viene adorato solo da chi lo ama davvero, e viene amato in modo eminente da chi Lo adora.
I Santi, artisti dell’amore, sono stati adoratori fedeli e ardenti di Gesù Eucaristico. Anzi, l’adorazione eucaristica è stata sempre considerata l’immagine più reale dell’adorazione eterna che costituirà tutto il nostro Paradiso. La differenza sta solo nel velo che nasconde la vista di quella realtà divina di cui la fede ci dona certezza incrollabile.
L’adorazione eucaristica è stata la grande passione dei Santi. Adorazione per ore e ore, a volte per giornate o per nottate intere. Lì, “ai piedi di Gesù” come Maria di Betania (Luc. 10, 39), in unione amorosa con Lui, da Lui assorbiti in contemplazione, essi consumavano il loro cuore in oblazione pura e fragrante d’amore adorante. Ascoltiamo Fratel Carlo De Foucauld che scriveva ai piedi del Tabernacolo: “Che dolcezza delle dolcezze, mio Dio!... Più di quindici ore senza aver altro da fare che questo: guardare a Voi e dirVi: Signore, Vi amo! Oh che dolcezza!...”.
Dai grandi Dottori della Chiesa come S. Tommaso e S. Bonaventura, ai Sommi Pontefici come S. Pio V e S. Pio X, ai Sacerdoti come il S. Curato d’Ars e S. Pietro G. Eymard, alle umili creature come Santa Rita, S. Pasquale Baylon, S. Bernardetta Soubirous, S. Gerardo, S. Domenico Savio, S. Gemma Galgani..., tutti i Santi sono stati appassionati adoratori dell’Eucaristia. Essi, che amavano davvero, non contavano le ore di adorazione di amore che trascorrevano di giorno e di notte ai piedi di Gesù nel Tabernacolo.
Pensiamo a S. Francesco d’Assisi, che trascorreva tanto tempo, spesso le notti intere, ai piedi dell’altare, e vi stava con tale devozione e umiltà da commuovere chiunque si fermasse a osservarlo. Pensiamo a S. Benedetto Labre, chiamato “il povero delle Quarant’ore”, che trascorreva le sue giornate nelle Chiese in cui c’era il Santissimo solennemente esposto. Per anni e anni questo Santo fu visto peregrinare a Roma di Chiesa in Chiesa là dove c’erano le “Quarant’ore”, e stava lì, dinanzi a Gesù, sempre in ginocchio, assorto in preghiera adorante, per otto ore immobile, nonostante gli insetti, suoi amici, che gli torturavano tutto il corpo!
Quando si volle fare un quadro di S. Luigi Gonzaga e si discusse in quale atteggiamento raffigurarlo, si concluse di ritrarre il Santo in adorazione davanti all’altare, perché l’adorazione eucaristica fu la caratteristica più espressiva della sua santità.
S. Margherita M. Alacoque, la prediletta del Sacro Cuore, in un giovedì Santo arrivò a stare quattordici ore di seguito prostrata in adorazione. E S. Francesca Sav. Cabrini, in una festa del Sacro Cuore, stette in adorazione per dodici ore continue, assorta e come magnetizzata da Gesù Eucaristico, tanto che, alla domanda di una suora se le era piaciuto l’addobbo speciale di fiori e drappi che ornavano l’altare, ella rispose: “Non ci ho fatto caso: ho visto un solo Fiore, Gesù; null’altro”.
Anche a S. Francesco di Sales capitò, dopo una visita al Duomo di Milano, di sentirsi chiedere: “Ha visto, Eccellenza, che profusione di marmi, che grandiosità di linee?”. E il santo Vescovo rispose: “Che volete che vi dica? La presenza di Gesù nel Tabernacolo ha talmente assorbito il mio spirito, che è scomparsa davanti ai miei occhi tutta la bellezza dell’arte”. Quale lezione è questa risposta per noi che con grande leggerezza ci mettiamo a visitare le Chiese celebri come se fossero sale di museo!
A proposito dell’intensità del raccoglimento durante l’adorazione, al B. Contardo Ferrini, professore all’università di Modena, successe questo fatto. Entrato in una Chiesa per una Visita a Gesù, cadde così assorto in adorazione, con lo sguardo fisso al Tabernacolo, da non accorgersi che qualcuno gli stava rubando il mantello togliendoglielo da sopra le spalle.
“Neanche un fulmine potrebbe distrarla”, si diceva di S. Maria Maddalena Postel, a vederla così raccolta e amorosa durante l’adorazione eucaristica. A S. Caterina da Siena, invece, accadde una volta, durante l’adorazione, di sollevare lo sguardo verso una persona che le passava accanto. Per quella distrazione di un istante, la Santa si afflisse tanto, da piangere a lungo esclamando: “io sono una peccatrice, io sono una peccatrice”.
Come non vergognarci noi con il nostro comportamento? Anche dinanzi a Gesù solennemente esposto noi siamo così facili a girarci per guardare a destra e a sinistra, ci muoviamo e ci distraiamo per dei nonnulla, senza provare, e questo è terribile, nessun dispiacere. Ah, la delicatezza d’amore dei Santi! S. Teresa insegnava: “Noi dobbiamo stare alla presenza di Gesù in Sacramento come i Santi nel cielo davanti all’Essenza Divina”. È così che ci stavano i Santi; il Curato d’Ars adorava Gesù Eucaristico con tale fervore e raccoglimento da indurre il popolo a convincersi che il Santo vedesse con gli occhi Gesù in persona. Lo stesso si diceva di S. Vincenzo de’ Paoli: “Egli vede là dentro Gesù”. Lo stesso avveniva per S. Pietro G. Eymard, l’apostolo impareggiabile dell’adorazione eucaristica, del quale fu devoto imitatore P. Pio da Pietrelcina che si iscrisse fra i Sacerdoti adoratori e tenne per quarant’anni l’immaginetta del B. Eymard sul suo tavolino.
Ricordiamo, anzi, che il Signore sembra aver premiato in modo singolare alcuni Santi facendo loro compiere anche dopo la morte qualche atto di adorazione all’Eucaristia. Così, S. Caterina da Bologna, da più giorni morta, dinanzi all’altare del Sacramento si sollevò in preghiera di adorazione. Il cadavere dì S. Pasquale Baylon, durante la S. Messa esequiale, all’elevazione dell’Ostia e del Calice, aprì due volte gli occhi in segno di adorazione all’Eucaristia. Il Beato Matteo da Girgenti, trasportato in Chiesa per la S. Messa esequiale, congiunse le mani in adorazione verso l’Eucaristia. Il B. Bonaventura da Potenza, a Ravello, mentre il suo corpo veniva trasportato passando dinanzi all’altare del Santissimo, fece un devoto inchino a Gesù nel Tabernacolo.
È proprio vero che “l’amore è più forte della morte” (Cant. 8, 6) e “chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59). L’Eucaristia è Gesù Amore. L’Eucaristia è Gesù Vita. L’adorazione eucaristica è amore celeste che vivifica e fa essere “uno” con Gesù Vittima che “incessantemente intercede per noi” (Ebr. 7, 25). Ricordiamolo: chi adora si fa “uno” con Gesù Ostia nell’intercedere presso Dio Padre per la salvezza dei fratelli. Questa è la carità suprema verso tutti gli uomini: ottenere loro il Regno dei cieli. E solo in Paradiso vedremo quante anime sono state strappate all’inferno dall’adorazione eucaristica riparatrice dei santi conosciuti e sconosciuti. Né dobbiamo dimenticare che a Fatima l’Angelo in persona insegnò ai tre pastorelli la bellissima preghiera eucaristica riparatrice, che dovremmo imparare anche noi: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli del mondo, in riparazione dei peccati con i quali Lui stesso è offeso. Per i meriti infiniti del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, io vi domando la conversione dei peccatori”. L’adorazione eucaristica è l’estasi dell’amore divino ed è l’azione salvifica più possente nell’apostolato per la salvezza delle anime.
Per questo il B. Massimiliano M. Kolbe, il grande apostolo mariano, in ogni sua fondazione, prima ancora delle celle per i frati, voleva che si costruisse la Cappella per introdurre subito l’adorazione perpetua al Santissimo esposto. E un giorno, in Polonia, mentre accompagnava un ospite in visita alla “Città dell’Immacolata”, arrivato nella grande Cappella dell’adorazione, disse all’ospite indicando con la mano il Santissimo Sacramento: “Tutta la nostra vita dipende da qui”.
P. Pio da Pietrelcina, il frate stimmatizzato del Gargano, a cui accorrevano folle da ogni parte, dopo le sue ore giornaliere di confessionale, trascorreva quasi tutto il tempo del giorno e della notte presso il Tabernacolo in adorazione con Maria SS. (recitando Rosari a centinaia). Una volta il Vescovo di Manfredonia, Mons. Cesarano, scelse il convento di P. Pio per farvi otto giorni di Esercizi Spirituali. Ogni notte il Vescovo si alzava ad ore diverse per recarsi in Cappella, e ogni notte, a tutte le ore, trovava sempre P. Pio in adorazione! Il grande apostolo del Gargano operava invisibilmente su tutta la terra (e talvolta anche visibilmente con le bilocazioni) stando lì, prostrato ai piedi di Gesù, con il Rosario fra le mani. E lo diceva lui stesso ai suoi figli spirituali: “Quando volete trovarmi, venite vicini al Tabernacolo”.
Don Giacomo Alberione, altro grande apostolo a noi contemporaneo, a fondamento di tutta la sua dinamica opera, la “Società Apostolato Stampa”, pose espressamente l’adorazione eucaristica, con la Congregazione delle Pie Discepole del Divin Maestro, che hanno la missione unica e specifica di adorare giorno e notte Gesù Eucaristico solennemente esposto.
Davvero l’adorazione eucaristica è l’“ottima parte” di cui parla Gesù nel rimprovero a Marta che si affaccenda dietro “molte cose” secondarie, trascurando l’“unica necessaria” scelta da Maria: l’adorazione umile e amorosa (Luc. 10, 41).
Con quale impegno, quindi, non dobbiamo anche noi amare l’adorazione eucaristica? Se Gesù è “la consistenza di tutte le cose” (Col. 1, 17), andare da Lui, stare con Lui, unirsi a Lui significa trovare, acquistare, possedere la consistenza di se stesso e dell’universo intero. “Solo Gesù è tutto, il resto è nulla”, diceva S. Teresina. E allora, rinunciare al nulla per il Tutto, consumare se stesso per il Tutto anziché per il nulla, non dovrebbe essere la nostra vera ricchezza e suprema sapienza? Così doveva ragionare P. Pio da Pietrelcina quando scriveva: “Mille anni trascorsi in mezzo alla gloria degli uomini non compensano neppure un’ora sola trascorsa in dolce colloquio con Gesù Sacramentato”.
Come dovremmo anche noi, al pari dei Santi, invidiare gli Angeli che circondano ininterrottamente i Tabernacoli!
AMARE LA “CASA DI GESÙ”
La divina Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è stata sempre oggetto di immensa riverenza e rispetto da parte dei Santi. La loro delicatezza amorosa, verginale, per le “cose di Gesù” (1 Cor. 7, 32) era una delle espressioni più evidenti del loro grande amore che non ammetteva riserve, che tutto considerava di grande importanza, anche una semplice cosa di rito esterno, per la quale S. Teresa e S. Alfonso si dicevano pronti a sacrificare la stessa vita.
Ed è dai Santi che dobbiamo imparare ad amare Gesù circondando di premure affettuose i santi Tabernacoli, gli altari e le Chiese sue “dimore” (Marc. 11, 17).
Del resto, Gesù stesso volle istituire il Sacramento dell’amore in un luogo nobile e bello: il Cenacolo, una grande sala con addobbi e tappeti (Luc. 22, 12). E i Santi hanno sempre zelato con tutte le forze il decoro per la Casa di Dio.
S. Francesco d’Assisi, ad esempio, nelle sue peregrinazioni apostoliche portava con sé o si procurava una... scopa, per scopare le Chiese che non trovava pulite; dopo la predica al popolo, di solito egli radunava il clero del paese e raccomandava con ardore lo zelo per il decoro della Casa del Signore; faceva preparare da S. Chiara e dalle clarisse i sacri lini per gli altari, e, nonostante la sua povertà, procurava e inviava pissidi, calici, tovaglie alle Chiese povere e abbandonate.
Dalla vita di S. Giovanni Battista De La Salle sappiamo che il Santo voleva vedere la Cappella sempre linda e ornata, l’altare in perfetto ordine, la lampada eucaristica sempre accesa. Le tovaglie sporche, gli ornamenti strappati, i vasi poco puliti, ferivano i suoi occhi e più ancora il suo cuore. Nessuna spesa egli riteneva eccessiva, quando si trattava del culto a Gesù.
S. Paolo della Croce voleva così lindi gli arredi e gli oggetti sacri, che un giorno mandò indietro uno dopo l’altro due corporali perché non gli sembravano abbastanza puliti.
Tra i sovrani amanti dell’Eucaristia, S. Venceslao, re di Boemia, preparava da sé il terreno, seminava il grano, lo mieteva, lo macinava, lo passava a staccio, e col fior fiore della farina preparava le ostie per il S. Sacrificio. E S. Radegonda, regina di Francia, divenuta umile religiosa, era felice di poter macinare con le sue mani il grano scelto per le sante Messe, e ne provvedeva gratuitamente le Chiese povere. Ricordiamo anche S. Vincenza Gerosa che si prendeva cura delle viti per il vino delle Sante Messe. Con le sue mani le coltivava, le potava, felice al pensiero che quei grappoli d’uva da lei curati sarebbero diventati Sangue di Gesù.
Che dire poi della delicatezza dei Santi verso le Specie eucaristiche? Intatta era la loro fede nella Presenza Reale di Gesù anche nel più piccolo frammento di Ostia. Bastava vedere P. Pio con quale delicata finezza purificava la patena e i vasi sacri all’altare: gli si leggeva l’adorazione sul volto!
Quella volta che S. Teresina vide un piccolo frammento di Ostia sulla patena, dopo la S. Messa, chiamò le novizie e in processione ella portò in sacrestia la patena con una grazia e un’adorazione veramente angeliche. E S. Teresa Margherita, trovato un frammento di Ostia a terra presso l’altare, scoppiò in pianto perché pensò a una irriverenza verso Gesù, e si pose in adorazione accanto al frammento fino a che non venne un Sacerdote a raccoglierlo e riporlo nel Tabernacolo.
Una volta a S. Carlo Borromeo, mentre distribuiva la Comunione, cadde inavvertitamente di mano una Sacra Particola. Il Santo si ritenne colpevole di grave irriverenza a Gesù, e ne soffrì tanto che per quattro giorni non ebbe il coraggio di celebrare la S. Messa e si impose per penitenza otto giorni di digiuno!
E che dire di S. Francesco Saverio che a volte, distribuendo la S. Comunione, si sentiva afferrare da un tale senso di adorazione verso Gesù fra le sue mani, che si poneva in ginocchio a comunicare i fedeli? Non era quello uno spettacolo di fede e di amore degno del cielo?
Ancor più fine, inoltre, era il tatto dei Santi Sacerdoti nel toccare la SS. Eucaristia. Come avrebbero desiderato essi avere le stesse mani verginali dell’Immacolata! A S. Corrado di Costanza capitava che di notte gli indici e i pollici gli diventavano luminosi, per la fede e l’amore con cui usava quelle dita nel toccare il Corpo Santissimo di Gesù. S. Giuseppe da Copertino, il santo estatico che volava come un Angelo, rivelava la sua squisita delicatezza d’amore a Gesù nell’espresso desiderio di avere un altro paio di indici e di pollici, da poter mettere solo per toccare la Carne Santissima di Gesù. E P. Pio da Pietrelcina talvolta stentava visibilmente a prendere fra le dita l’Ostia Santa, ritenendosi indegno di toccarla con le sue mani “stimmatizzate”. (Cosa dire, oggi della penosa leggerezza con cui si tenta di introdurre ovunque la Comunione sulla mano anziché sulla lingua? Di fronte ai Santi così umili e angelici non si fa forse la figura di rozzi presuntuosi?).
Altra grande preoccupazione dei Santi, per il decoro della Chiesa e delle anime, è stata quella di esigere la modestia e il pudore dalle donne. La severità su questo punto particolare si trova costantemente riaffermata da tutti i Santi, da S. Paolo Apostolo (il velo alle donne perché non abbiano la testa “come se fosse rasa!”: 1 Cor. 11, 5-6) a S. Giovanni Crisostomo, a S. Ambrogio ecc., fino a P. Pio da Pietrelcina che non ammetteva mezze misure, ma esigeva sempre abiti modesti lunghi ben sotto le ginocchia. E come potrebbe essere altrimenti? Il Servo di Dio P. Leopoldo da Castelnuovo cacciava fuori di Chiesa le donne in abiti poco modesti chiamandole “carne da mercato”. Cosa direbbe oggi che quasi tutte le donne, anche dentro le Chiese fanno strazio del pudore e della decenza? Esse continuano, persino nei luoghi sacri, la diabolica arte seduttrice di Eva verso la concupiscenza dell’uomo, come dice lo Spirito Santo (Eccli. 9, 9); ma la giustizia di Dio non lascerà impunita tanta stoltezza e immondezza; anzi, come dice l’Apostolo, “è soprattutto per questi peccati (della carne) che si scatena la collera di Dio” (Col. 3, 5-6).
Ugualmente, i Santi hanno sempre raccomandato, con l’esempio e con la parola, l’angelica compostezza con cui entrare in Chiesa, segnarsi devotamente con l’acqua santa, genuflettere piamente, e, prima di ogni altra cosa, adorare Gesù in Sacramento unendosi agli Angeli e ai Santi che gli stanno attorno. Se si sosta in preghiera, bisogna raccogliersi con cura per conservarsi attenti e devoti; è anche bene accostarsi più che si può all’altare del Sacramento, perché il B. Giovanni Duns Scoto ha dimostrato che l’influsso fisico dell’Umanità Santissima di Gesù è tanto più intenso quanto più si è vicini al suo Corpo e Sangue (S. Gemma Galgani, infatti, diceva che a volte non le era possibile accostarsi di più all’altare del Santissimo, perché le si accendeva un tale fuoco d’amore nel cuore da arrivare a bruciarle i panni sul petto!).
Chi vedeva S. Francesco di Sales entrare in Chiesa, segnarsi, genuflettere, pregare davanti al Tabernacolo, doveva dar ragione al popolo che diceva: “Così fanno gli Angeli e i Santi in cielo”.
Una volta un principe della corte di Scozia disse a un amico: “Se tu vuoi vedere come pregano gli Angeli in cielo, va in Chiesa e guarda la Regina Margherita come prega con i suoi figli davanti all’altare”. A tutti i frettolosi e i distratti bisognerebbe ricordare con fermezza le parole del B. Luigi Guanella: “La Chiesa non può mai diventare né un corridoio, né un cortile, né una via, né una piazza”. E S. Vincenzo de’ Paoli raccomandava con tristezza di non fare davanti al SS. Sacramento certe genuflessioni da “marionette”.
Non siano vani per noi questi esempi e ammaestramenti dei Santi.
Leggiamo nel Vangelo un piccolo episodio che contiene un grande gesto d’amore tutto grazia e profumo. È il gesto che compì S. Maria Maddalena nella casa di Betania, quando si avvicinò a Gesù “con un vaso di alabastro pieno di profumo di gran valore, e lo versò sul capo di Lui” (Matt. 26, 7). Circondare di grazia e di profumo i santi Tabernacoli è stato un compito affidato sempre a quelle creature gentili e profumate che sono i fiori. E anche in questo i Santi non sono stati secondi a nessuno. Quando l’Arcivescovo di Torino volle entrare un giorno, occasionalmente, nella Chiesa della “Piccola Casa della Provvidenza,” la trovò così nitida, con l’altare ornato e profumato di fiori, che chiese a S. Giuseppe Cottolengo: “Che festa si celebra oggi?”. Il Santo gli rispose: “Nessuna festa facciamo oggi: ma qui, in Chiesa, è sempre festa”.
S. Francesco Di Geronimo si industriava a piantare e a coltivare da sé i fiori per l’altare del Sacramento, e talvolta li faceva anche crescere miracolosamente perché Gesù non restasse senza fiori.
“Un fiore a Gesù”: non priviamoci di questo delicato gesto d’amore a Gesù. Sarà una piccola spesa settimanale, ma verrà ricompensata da Gesù “al centuplo” e i nostri fiori sull’altare esprimeranno con la loro grazia e fragranza la nostra presenza d’amore accanto a Gesù.
C’è di più, anzi. S. Agostino ci ricorda una pia usanza dei suoi tempi: dopo la S. Messa i fedeli si disputavano i fiori dell’altare; li portavano a casa e li conservavano come reliquie, perché sull’altare erano stati vicini vicini a Gesù, presenti al suo Divin Sacrificio. E Santa Giovanna Francesca di Chantal, diligentissima nel portare sempre fiori freschi a Gesù, appena cominciavano ad appassire accanto al Tabernacolo, li prendeva e li portava in cella per averli con sé ai piedi del suo Crocifisso. Quando si ama!
Impariamo e imitiamo.
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Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea.
Marco dal Pino, detto Marco da Siena, La mistica pressa ed il Cristo in gloria, 1571 circa, Pinacoteca Vaticana
