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Discussione: Corpus Domini

  1. #61

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    Anonimo fiammingo, La Fontana della Vita, fine XVII sec., Convento della Visitazione, Caen

    Miguel Cabrera, Allegoria della Santa Eucaristia, 1750

    Jerónimo Jacinto de Espinosa, Angeli che adorano l'Eucaristia, XVII sec., Museo del Patriarca, Valencia

    Jerónimo Jacinto de Espinosa, Adorazione dell'Eucaristia, XVII sec., Museo de Bellas Artes, Valencia

    Juan Antonio de Frias y Escalante, Trionfo della fede con virtù, Museo del Prado, Madrid

    Francesco Guardi, Santo adorante l'Eucaristia, 1740, Museo Nazionale, Trento

    S. Camillo de' Lellis celebra l'Eucaristia

    Sebastiano Ricci, Comunione degli Apostoli, 1720-25, collezione privata

  3. #63
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    Omelia tenuta da san Carlo Borromeo nel Duomo di Milano nella solennità del Corpus Domini, il 9 giugno 1583

    Tutti i misteri del nostro salvatore Gesù Cristo, anime carissime, sono sublimi e profondi: noi li veneriamo in unione con la sacrosanta madre Chiesa. Tuttavia il mistero odierno, l’istituzione del santissimo sacramento dell’Eucaristia, attraverso il quale il Signore si è donato in cibo alle anime fedeli, è così sublime ed elevato da superare ogni comprensione umana. Così grande è la degnazione del sommo Dio, in esso riluce tale amore che ogni intelligenza viene meno; nessuno potrebbe spiegarlo a parole né comprenderlo con la mente. Siccome però è mio dovere parlarvene per l’ufficio e la dignità pastorale, vi dirò qualcosa anche di questo mistero. Brevemente, questa omelia sarà centrata soprattutto su due punti: quali siano le cause della istituzione di questo mistero e quali i motivi per cui ne facciamo memoria in questo tempo.
    Nel Vecchio Testamento è narrata la nobilissima storia dell’agnello pasquale che doveva essere mangiato dentro casa da ogni famiglia; qualora poi ne fosse avanzato e non potesse essere consumato, lo si doveva bruciare nel fuoco. Quell’agnello era figura del nostro Agnello immacolato, Cristo Signore, da offrire per noi all’eterno Padre sull’altare della croce. Giovanni, il precursore, vedendolo disse: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo»1. Quella meravigliosa prefigurazione ci ha insegnato che l’Agnello pasquale non poteva essere totalmente mangiato con i denti della contemplazione, ma doveva essere completamente bruciato nel fuoco dell’amore 2.
    Ma quando medito tra me e me che il Figlio di Dio si è completamente donato in cibo a noi, mi pare che non ci sia più spazio per questa distinzione: questo mistero è totalmente da bruciare nel fuoco dell’amore. Quale motivo, se non l’amore soltanto, poté spingere il Dio buonissimo e grandissimo a donarsi in cibo a quella misera creatura che è l’uomo, ribelle dal principio, espulso dal Paradiso terrestre, in questa misera valle fin dall’inizio della creazione per aver gustato il frutto proibito? Questo uomo era stato creato a somiglianza di Dio, posto in un luogo di delizie, messo a capo di tutta la creazione: tutte le altre cose erano state create per lui. Trasgredì al precetto divino, mangiando il frutto proibito e, «mentre era in una situazione di privilegio, non lo comprese»; perciò «fu assimilato agli animali che non hanno intelletto»3; per questo fu costretto a mangiare il loro stesso cibo.
    Ma Dio ha sempre così tanto amato gli uomini da pensare al modo di risollevarli quando essi erano appena caduti; e perché non si nutrissero dello stesso cibo destinato agli animali – contemplate l’infinita carità di Dio! – ha dato Sé stesso in cibo all’uomo. Tu, Cristo Gesù, che sei il Pane degli angeli, non hai sdegnato di divenire il cibo degli uomini ribelli, peccatori, ingrati. Oh grandezza della dignità umana! Per una evenienza singolare quanto è più grande l’opera della riparazione, quanto questa dignità sublime supera la sventura! Dio ci ha fatto un favore singolare! Il suo amore per noi è inesplicabile! Solo questa carità poté spingere Dio a fare tanto per noi. Perciò come è ingrato chi nel suo cuore non medita e non pensa sovente a questi misteri!
    Dio, creatore di tutte le cose, aveva previsto e conosciuto la nostra debolezza, e che la nostra vita spirituale avrebbe avuto bisogno di un cibo dell’anima così come la vita del corpo necessita di un cibo materiale; per questo ha disposto per noi che ci fosse abbondanza di ognuno di questi due nutrimenti: da una parte quello per il corpo; dall’altra quello di cui godono gli angeli in cielo e noi possiamo mangiare, qui in terra, nascosto sotto le specie del pane e del vino. La santissima serva di Dio, Elisabetta, avendo colto la venuta della Madre di Dio, non poté non esclamare: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?»4. Ma quanto più dovrebbe esclamare chi riceve in sé Dio stesso: «A che debbo che venga a me, peccatore, miserabile, ingrato, indegno, verme e non uomo, obbrobrio degli uomini e abiezione del popolo, che entri nella mia casa, nella mia anima che spesso ho ridotta a spelonca di malfattori, e vi abiti, il mio Signore, Creatore, Redentore e Dio mio, al cui cospetto gli angeli desiderano stare?».
    Veniamo al secondo punto di riflessione.
    Opportunamente la Chiesa oggi celebra la solennità di questo santissimo mistero. Poteva sembrare più opportuno celebrarla nella Feria quinta in Coena Domini, giorno nel quale sappiamo che il salvatore nostro, Cristo, ha istituito questo sacramento. Ma la santa Chiesa è come un figlio, corretto e ben educato, il cui padre è giunto al termine dei suoi giorni e, mentre sta per morire, gli lascia un’eredità vasta e ricca; non ha tempo di trattenersi a pensare al patrimonio ricevuto: è totalmente rivolto a piangere il padre. Così la Chiesa, sposa e figlia di Cristo, è talmente intenta a piangere in quei giorni di passione e di atroci tormenti da non essere in grado di celebrare come vorrebbe questa immensa eredità a lei lasciata: i Santissimi Sacramenti istituiti in questi giorni.
    Per tale motivo ha fissato questo giorno per la celebrazione: in esso, per l’immenso dono ricevuto, vorrebbe rendere in modo tutto particolare a Cristo quel meraviglioso ringraziamento che a causa della nostra povertà noi non siamo capaci di offrire. Perciò il Figlio di Dio, che conosce tutto dalla eternità, si è fatto incontro alla nostra debolezza con l’istituzione di questo Santissimo Sacramento: per noi «Egli rese grazie» a Dio, «benedisse e spezzò»5. Con questa istituzione ci ha insegnato a ringraziarlo quanto più possiamo per un dono così grande. Ma perché la santa madre Chiesa ha fissato proprio questo tempo per fare memoria di tale mistero? Perché proprio dopo la celebrazione degli altri misteri di Cristo: dopo i giorni del Natale, della Resurrezione, dell’Ascensione al Cielo e l’invio dello Spirito Santo? Figlio, non temere: tutto ciò non è senza motivo! Questo mistero santissimo è così collegato a tutti gli altri, ed è rimedio così efficace in vista di essi, che ben a diritto viene congiunto ad essi. Per mezzo di questo santissimo mistero dell’altare, attraverso la ricezione della vivificante Eucaristia, con questo Pane celeste i fedeli sono così efficacemente congiunti a Cristo da poter attingere con la loro bocca dal fianco aperto di Cristo gli sconfinati tesori di tutti i sacramenti.
    Ma c’è un’altra ragione per questo. Tra i misteri del Figlio di Dio che finora abbiamo meditato, l’ultimo fu l’Ascensione al Cielo. Essa è avvenuta perché Egli ricevesse a titolo suo e nostro il possesso del Regno dei Cieli e venisse manifestata quella signoria della quale poco prima aveva affermato: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»6. Come un qualsiasi re, nell’atto di ricevere il possesso di un regno, si reca prima che in ogni altra città in quella che è capitale e metropoli del regno (e come un magistrato o principe che si appresta ad amministrare un regno in nome del re), così anche Cristo: insignito della signoria più ampia e di ogni diritto in cielo e in terra, per prima cosa prese possesso del Cielo e da lì, quasi a dimostrazione, effuse sugli uomini i doni dello Spirito Santo. Ma avendo scelto di regnare anche in terra, ha lasciato Sé stesso qui, nel sacratissimo sacrificio dell’altare, in questo santissimo mistero che oggi veneriamo. Per questo motivo straordinario la Chiesa ordina che da tutti sia portato in processione in forma solenne per città e villaggi.
    Quando il potentissimo re Faraone volle onorare Giuseppe, comandò che lo si conducesse lungo le vie della città e, perché tutti conoscessero la dignità di colui che aveva spiegato i sogni del Faraone, gli disse: «Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te. Ecco io ti metto a capo di tutto il Paese di Egitto. Il Faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe, lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro. Poi lo fece montare sul suo secondo carro e prima di lui un araldo gridava, in modo che tutti si inginocchiassero davanti a lui. E così lo stabilì su tutto il Paese di Egitto»7.
    Anche Assuero, quando volle onorare Mardocheo, gli fece indossare le vesti regali, lo fece montare sul suo cavallo e a tale scopo comandò ad Aman di condurlo per la città e di gridare: «Ciò avviene all’uomo che il re vuole onorare»8.
    Dio vuole essere il Signore del cuore dell’uomo; vuole essere onorato, come conviene, da tutti gli uomini. Per questo, oggi, in forma solenne, condotto dal clero e dal popolo, dai prelati e dai magistrati, percorre le vie delle città e dei villaggi. Per questa ragione la Chiesa professa pubblicamente che questi è il nostro Re e Dio, da cui tutto abbiamo ricevuto e al quale tutto dobbiamo.
    O figli carissimi nel Signore, mentre poc’anzi camminavo per le vie della città, pensavo a quella così grande moltitudine e varietà di persone che fino a oggi, ai nostri giorni, è oppressa dalla miseria della schiavitù e per lungo tempo ha dovuto servire padroni così vili e crudeli. Intravvedevo un certo numero di giovani che si sono lasciati dominare da lascivia e libidine e, come dice l’Apostolo9, ha proclamato dio il proprio ventre. (Chiunque pone qualche cosa come fine della propria esistenza, costui vuole che tale cosa sia il suo dio. Dio infatti è al termine di tutto). Rinuncino, costoro, alla carne, alla lussuria, a frequentare le bettole e le osterie, le cattive compagnie; rinuncino ai peccati e riconoscano il vero Dio che la Chiesa professa per noi. Piangevo sulla intollerabile superbia e sulla vanità di alcune donne che sono idoli a sé stesse e che dedicano quelle ore del mattino che dovrebbero consacrare alla preghiera al trucco del loro volto e alla arricciatura dei capelli; che chiedono ogni giorno nuovi vestiti, così da rendere dei poveri infelici i loro mariti e mendichi i loro figli e da consumare i loro patrimoni. Da qui vengono mille mali, i contratti illeciti, il non pagare i debiti, il non adempiere ai pii legati; da qui la dimenticanza del Dio buonissimo e grandissimo, la dimenticanza della nostra anima. Vedevo tanti avari, mercanti di inferno, gente che a così caro prezzo compra per sé il fuoco eterno; di essi l’Apostolo ben a ragione disse: «L’avarizia è una forma di idolatria»10. Al di là del denaro non hanno altro Dio; le loro azioni e parole sono indirizzate a pensare e decidere come meglio guadagnare, acquistare campi, confrontare ricchezze.
    Non potevo non vedere l’infelicità di alcuni che si dichiarano esperti nella scienza del governare e hanno solo questo davanti ai loro occhi. Sono coloro che non dubitano di schiacciare sotto i piedi la legge di Dio che essi dichiarano contraria a quella del loro governare (miseri e sventurati loro!) e costringono Dio a ritirarsi. Uomini da compiangere! E sono da chiamare cristiani costoro che stimano e dichiarano pubblicamente sé stessi e il mondo più importanti di Cristo?
    Il Signore è venuto, con questa santa istituzione dell’Eucaristia, a distruggere tutti questi idoli cosicché, con il profeta Isaia, oggi possiamo gridare al Signore: «Solo in Te è Dio; non ce n’è altri, non esistono altri dei. Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, Salvatore»11. O Dio buono, fino a ora siamo stati asserviti alla carne, ai sensi, al mondo; fino a ora è stato dio per noi il nostro ventre, la nostra carne, il nostro oro, la nostra politica. Noi vogliamo rinunciare a tutti questi idoli: onoriamo Te solo come vero Dio, veneriamo Te che ci hai tanto beneficato e, soprattutto, hai lasciato Te stesso in cibo per noi. Fa’, ti scongiuro, che d’ora in poi il nostro cuore sia tuo, e nulla più ci strappi dal tuo amore. Preferiamo morire mille volte che offenderti anche minimamente. E così, migliorando in forza della Tua grazia, godremo in eterno della Tua gloria. Amen.

    Note

    1. Gv 1,29.
    2. Cfr. Es 12,10ss.
    3. Sal 49,13.
    4. Lc 1,43.
    5. Mt 26,26; Lc 24,30.
    6. Mt 28,18.
    7. Gn 41,40ss.
    8. Est 6,11.
    9. Cfr. Fil 3,19.
    10. Ef 5,5; Col 3,5.
    11. Is 45,14ss.

    (Omelia tratta da: San Carlo Borromeo, Omelie sull’Eucaristia e sul sacerdozio, Edizioni Paoline, Roma 1984)

  5. #65
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    La mediazione della Vergine-Madre
    nell’Eucaristia


    Nell’Eucaristia la maternità di Maria continua misteriosamente nella maternità della Chiesa, casa della misericordia. – Il forte rapporto Maria-Eucaristia.


    Giovanni Paolo II ha proposto con una certa insistenza l’attenzione sul rapporto tra Cristo e Maria nel quale menziona il nesso Caro Christi – caro Mariae.

    Nel IX secolo Pascasio Radberto e Aimone di Auxerre insistono sull’identità del corpo di Cristo nell’Eucaristia con quello nato da Maria. La polemica con Berengario, che riduce il corpo di Cristo Eucaristia a simbolo, spinge a sottolineare la vera carne di Cristo: l’Eucaristia è il vero corpo di Cristo, nato da Maria. Lanfranco, maestro di Anselmo, e vari Concili insistono su questa verità che Berengario deve sottoscrivere con la formula di fede ove si confessa che dopo la Consacrazione vi è il corpo di Cristo nato dalla Vergine.

    La riflessione su questo intimo rapporto viene continuata da Pier Damiani, Bernardo, Bonaventura, Tommaso che hanno esplicitato nuovi elementi di mariologia eucaristica. Bonaventura parla di una certa mediazione di Maria nell’Eucaristia, in quanto il Corpo eucaristico è lo stesso formato nel seno di Lei, per cui l’Eucaristia è ricevuta dalle sue mani.

    Visione sintetica del rapporto corporeità-Eucaristia

    San Tommaso assume la ricchezza della tradizione patristica orientale e occidentale, in particolare la concezione dell’umanità di Cristo come strumento del Verbo, vivificata e vivificante, santificata e santificante. Quindi dà grande importanza al corpo fisico di Cristo, instaurando una certa continuità tra questo, il nostro corpo e l’Eucaristia.

    La fede e i Sacramenti sono indispensabili mezzi di contatto salutare con la carne vivificante di Cristo, con i suoi misteri, con ciò che egli fece e patì. Tommaso offre una visione sintetica del rapporto corporeità-Eucaristia nel De Veritate 27, a. 4 ove sottolinea che, essendo l’umanità di Cristo causa strumentale della nostra giustificazione, questa causa ci è applicata spiritualmente per mezzo della fede e corporalmente per mezzo dei Sacramenti perché l’umanità di Cristo è anima e corpo. Perciò il più perfetto dei Sacramenti è quello in cui il corpo di Cristo è realmente contenuto, cioè l’Eucaristia. Gli altri Sacramenti partecipano solo qualcosa di quella virtù per cui l’umanità di Cristo opera strumentalmente la nostra giustificazione.

    La perfezione massima di una cosa sta nel suo congiungimento con il principio ultimo da cui deriva il suo essere. Nell’Eucaristia vi è il congiungimento con l’umanità di Cristo, principio ultimo da cui deriva tutta la perfezione cristiana.

    In essa l’unione è talmente intima che vi è proposta sotto la forma di assimilazione a modo di cibo ove Cristo ci assimila profondamente a sé trasformandoci in sé. Ecco perché alla nostra perfezione era necessario il reale congiungimento con lui nostro Capo, e questo si opera prima di tutto in Maria e attraverso di lei. Tommaso ci ha offerto anche la splendida liturgia del Corpo e Sangue di Cristo.

    Nell’Eucaristia la maternità di Maria continua misteriosamente nella maternità della Chiesa, annota Isacco della Stella, e ciò che si applica universalmente alla Chiesa si applica specialmente e singolarmente a Maria. Il filone della spiritualità monastica ne offre un’abbondante testimonianza.

    Santa Caterina da Siena, la santa del Sangue di Cristo, è la santa del Corpo di Cristo eucaristico ed ecclesiale, intimamente congiunti a Maria. Nel Dialogo della Divina Provvidenza offre numerose pagine sull’Eucaristia e sulle disponibilità per accoglierla con frutto. Mi limito ad un testo tratto dalle sue Orazioni, commentato da qualche brano delle sue Lettere: "O Maria, tempio della Trinità! […] Maria germinatrice del fructo, […] Maria terra fruttifera. Tu, Maria, se’ quella pianta novella della quale aviamo el fiore odorifero del Verbo unigenito Figliolo di Dio, però che in te, terra fruttifera, fu seminato questo Verbo. Tu se’ la terra e se’ la pianta. […] O Maria, oggi la terra tua ha germinato a noi el Salvatore". Molto bello il rapporto Maria-terra-fiore-frutto che rimanda ugualmente al rapporto Maria-Verbo.

    Nel XIV secolo viene composto l’inno Ave, verum corpus natum de Maria Virgine, un inno che attraversa i secoli. Gersone chiama Maria madre dell’Eucaristia. Nell’età moderna vi è la tendenza ad accentuare le relazioni, sia dal punto di vista del sacrificio che del sacramento. F. Suarez ripropone la riflessione di Tommaso richiamandone le radici bibliche e patristiche.

    Vi sono spiritualità che esplicitano fortemente il rapporto Maria-Eucaristia riconsiderando i misteri della vita di Cristo con Maria, come la Scuola francese, in particolare il Cardinal Bérulle e il cantore di Maria San Luigi Maria Grignon de Monfort. Don Bosco ha tradotto questo rapporto in prospettiva educativa con un’educazione cristiana fondata su due colonne: Maria ed Eucaristia.

    Bisogno di maternità e di paternità

    La nostra fede non è fondamentalmente credere nell’immortalità dell’anima, ma credere in Gesù, il Crocifisso Risorto, Unigenito e Primogenito, il Figlio di Dio, Figlio di Adamo in quanto Figlio di Maria, che nel suo mistero pasquale è primizia della nuova creazione, della nostra resurrezione (cfr. 1Cor 15,20). La Chiesa ha bisogno di maternità e di paternità per essere la casa della misericordia. Cristo ci fa partecipi della sua missione con la nostra maternità e paternità evangeliche.

    L’Eucaristia ne è la sorgente. Essa è cibo, nutrimento-amore: un rapporto ricchissimo di suggestioni in molte tradizioni dei popoli è presente in maniera singolare nell’esperienza biblico-cristiana.

    Nell’Eucaristia Gesù ci nutre della sua carità senza limiti; per questo è viatico nell’itinerario da Adam, il terroso, al Nuovo Adam, l’angelico. Questa carità è compimento perché sintetizza le coordinate dell’amore nella duplice direzione teologica e antropologica, ci trasforma, perciò, in Angeli di Dio, in creature che stanno sempre davanti a Dio, pronte al suo servizio per la salvezza.

    Gesù Sapienza imbandisce il banchetto; Maria è la donna sapiente, donna portatrice del Pane, donna che nutre il Figlio di Dio, capo della nuova umanità e di tutto il suo Corpo. Giovanni nel suo Vangelo lascia intuire il ricco simbolismo: dal cibo materiale alla Parola di Dio, a Gesù che si fa carne per la vita del mondo; Maria è ad un banchetto con la sollecitudine di madre, anticipando i tempi del banchetto messianico; Gesù siede a mensa con i peccatori, inaugura il banchetto escatologico, l’Eucaristia, fa gustare la convivialità che Dio offre alle sue creature.

    Il corpo umano è "teofanico", per questo è simbolo, luogo di simboli. La facoltà di simbolizzazione qui attinge in abbondanza per potersi esprimere e comunicare. Questa capacità ci fa ritrovare il nostro corpo a livello globale che dai nostri ritmi respiratori ci schiude alla creazione unificando le nostre forze. Questa funzione oggi è fondamentale perché si rischia di banalizzare il corpo e la sua simbolicità con proposte sincretiste pseudo-filosofiche e pseudo-religiose che mettono insieme materialismo positivistico, reincarnazione e dualismi spiritualistici.

    Dal realismo del corpo umano al realismo del Corpo ecclesiale

    Ogni nostro pensiero parte da un’esperienza del nostro corpo e ogni comunicazione è da esso mediata. Con la sua incarnazione Gesù risignifica questa struttura antropologica. Egli è pienamente uomo; nella sua umanità non ha fatto una semplice passeggiata fra gli uomini, ma si è unito "ipostaticamente" alla natura umana, ha assunto la corporeità come sua dimensione costitutiva.

    Con la resurrezione non è uscito dal corpo, ma ha spiritualizzato, divinizzato il corpo anche a nostro vantaggio, perché risorge come primizia. L’Eucaristia in maniera non responsoriale, ma profetica, indica la soglia ultima del nostro destino, portando alla trascendenza le dimensioni simboliche del nostro corpo, e non in astratto, ma nel concreto, ponendo in comunione con i misteri di Cristo con la sua kénosi per amore.

    Il corpo è il luogo dove la nostra esperienza fisio-bio-psicologica e spirituale si manifesta e dove si rivela il nostro interiore; nella differenza fisica indica l’umanesimo di genere, interpella a crescere nell’identità di genere e nella comunione tra i sessi. Dal corpo tempio al corpo che nelle singole membra può rivelare analogicamente un tratto del mistero di Dio. Lo è stato per Gesù; lo può essere per ogni credente. L’antropomorfismo biblico andrebbe approfondito proprio nella sua potenza simbolica che mette in luce la dignità della persona umana.

    Tra le membra del corpo un particolare rilievo è dato al cuore con tutta la sua capacità di evocare l’amore. Nella spiritualità cristiana spesso si instaura un nesso profondo tra Eucaristia e Cuore di Cristo, e tra Cuore di Cristo e Cuore di Maria che interpellano credenti a testimoniare l’amore come unica legge.

    Gesù nel suo ministero attraverso il suo corpo si è messo in rapporto con la gente, con i loro corpi. Sono corpi martoriati dalla malattia, malattie che sono segno di esclusione sociale, malattie che sono causa di impurità. Egli risana nel corpo e nello spirito, risuscita i morti.

    La sua potenza taumaturgica permane nei secoli, come attestano i Santuari mariani. Emblematico l’esempio di Lourdes.

    Anche Maria, come il Figlio, si prende cura dei corpi. E i credenti nei secoli, secondo il dinamismo della carità attinto all’Eucaristia, si sono presi cura dei corpi malati e oppressi con iniziative di solidarietà, vedendo in loro l’immagine di Cristo. I Sacramenti, in specie l’Eucaristia, sono la salvezza portata attraverso il Corpo che simbolicamente comunica con i corpi.

    Gesù comunica con i suoi ascoltatori mettendosi in rapporto con loro, con i loro corpi. In tal modo carica di valenze simboliche il corpo umano.

    In questo suo linguaggio è presente la Madre, la quale, come nei secoli di controversie docetiste e monofisite, ci aiuta a superare le seduzioni di docetismi e monofisismi – talvolta di segno opposto –, striscianti all’interno della nostra cultura e della Chiesa; ci aiuta a mettere a tema il corpo non solo materno, ma il corpo umano, dei due generi, perché entrambi invisibili, anche se per motivi contrapposti, per operare una verifica critica dei possibili ritorni della Chiesa a questi schemi mentali ed esistenziali: dal realismo del corpo umano al realismo del Corpo ecclesiale, grazie alla duplice presenza del Cristo Risorto e della sua Madre.

    Stefano De Fiores

    FONTE: Madre di Dio, 2004, fasc. 3

    G. Francisi, Nostra Signora del SS. Sacramento, Chiesa di San Claudio, Roma

  6. #66
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    Predefinito Sine dominico non possumus

    «Sine dominico non possumus: Senza la domenica non possiamo vivere»

    Questa espressione dei martiri di Abitene era stata scelta quale tema del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale che si è svolto a Bari dal 21 al 29 maggio dello scorso anno (v. QUI).
    Cosa avvenne ad Abitene? Da chi e perché è stata pronunciata questa frase e quale significato profondo è racchiuso nel termine latino dominicum, da spingere i martiri ad affrontare la morte piuttosto che rinunciarvi? Sono interrogativi che non si possono eludere se non si vuole ridurre questa espressione ad un incomprensibile slogan.

    1. La persecuzione di Diocleziano e la comunità cristiana di Abitene

    Abitene era una città della provincia romana detta Africa proconsularis, nell’odierna Tunisia, situata, secondo un’indicazione di Agostino, a sud ovest dell’antica Mambressa, oggi Medjez el–Bab, sul fiume Medjerda. Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano, dopo anni di relativa calma, scatena una violenta persecuzione contro i cristiani ordinando che «si dovevano ricercare i sacri testi e santi Testamenti del Signore e le divine Scritture, perché fossero bruciati; si dovevano abbattere le basiliche del Signore; si doveva proibire di celebrare i sacri riti e le santissime riunioni del Signore» (Atti dei Martiri, I). Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini dell’Imperatore, si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per celebrare l’Eucaristia domenicale. È una piccola, ma variegata comunità cristiana: vi è un senatore, Dativo, un presbitero, Saturnino, una vergine, Vittoria, un lettore, Emerito…
    Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vengono arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Al proconsole, che chiede loro se possiedono in casa le Scritture, i Martiri confessano con coraggio che «le custodiscono nel cuore», rivelando così di non voler distaccare in alcun modo la fede dalla vita. Il loro stesso martirio si trasforma in una liturgia “eucaristica”; tra i tormenti, infatti, si possono ascoltare dalle labbra dei Martiri espressioni come queste: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi. Ti rendo grazie, o Dio… Ti prego, Cristo, abbi misericordia». La loro preghiera è accompagnata dall’offerta della propria vita e unita alla richiesta di perdono per i loro carnefici.

    2. La testimonianza di Emerito

    Tra le diverse testimonianze, significativa è quella resa da Emerito. Questi afferma senza alcun timore di aver ospitato in casa suoi i cristiani per la celebrazione. Il proconsole gli chiede: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?». Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia. Il termine dominicum racchiude in sé un triplice significato. Esso indica il giorno del Signore, ma rinvia anche, nel contempo, a quanto ne costituisce il contenuto: alla Sua resurrezione e alla Sua presenza nell’evento eucaristico.

    3. La domenica e l’identità cristiana

    Questi 49 martiri di Abitene hanno affrontato coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all’incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Perché? non certamente per la sola osservanza di un “precetto” – visto che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo. Allora, perché? Perché i cristiani, fin dall’inizio, hanno visto nella domenica e nell’Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento costitutivo della loro stessa identità. È quanto emerge con chiarezza dal commento che il redattore degli Atti dei martiri fa alla domanda rivolta dal proconsole al martire Felice: «Se sei cristiano non farlo sapere. Rispondi piuttosto se hai partecipato alle riunioni». Ed ecco il commento: «Come se il cristiano potesse esistere senza celebrare i misteri del Signore o i misteri del Signore si potessero celebrare senza la presenza del cristiano! Non sai dunque, satana, che il cristiano vive della celebrazione dei misteri e la celebrazione dei misteri del Signore si deve compiere alla presenza del cristiano, in modo che non possono sussistere separati l’uno dall’altro?Quando senti il nome di cristiano, sappi che si riunisce con i fratelli davanti al Signore e, quando senti parlare di riunioni, riconosci in essa il nome di cristiano».

    4. La centralità della domenica

    Alla luce della testimonianza dei martiri di Abitene acquista maggiore forza quanto scrivono i Vescovi italiani negli Orientamenti pastorali: «Ci sembra fondamentale ribadire che la comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24), “Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e se custodirà nel contempo la parrocchia quale luogo – anche fisico – a cui la comunità stessa fa costante riferimento» (Cvmc 47).

    FONTE

  7. #67
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    Feast of Corpus Christi

    (Feast of the Body of Christ)

    This feast is celebrated in the Latin Church on the Thursday after Trinity Sunday to solemnly commemorate the institution of the Holy Eucharist.

    Of Maundy Thursday, which commemorates this great event, mention is made as Natalis Calicis (Birth of the Chalice) in the Calendar of Polemius (448) for the 24th of March, the 25th of March being in some places considered as the day of the death of Christ. This day, however, was in Holy Week, a season of sadness, during which the minds of the faithful are expected to be occupied with thoughts of the Lord's Passion. Moreover, so many other functions took place on this day that the principal event was almost lost sight of. This is mentioned as the chief reason for the introduction of the new feast, in the Bull "Transiturus."

    The instrument in the hand of Divine Providence was St. Juliana of Mont Cornillon, in Belgium. She was born in 1193 at Retines near Liège. Orphaned at an early age, she was educated by the Augustinian nuns of Mont Cornillon. Here she in time made her religious profession and later became superioress. Intrigues of various kinds several time drove her from her convent. She died 5 April, 1258, at the House of the Cistercian nuns at Fosses, and was buried at Villiers.

    Juliana, from her early youth, had a great veneration for the Blessed Sacrament, and always longed for a special feast in its honour. This desire is said to have been increased by a vision of the Church under the appearance of the full moon having one dark spot, which signified the absence of such a solemnity. She made known her ideas to Robert de Thorete, then Bishop of Liège, to the learned Dominican Hugh, later cardinal legate in the Netherlands, and to Jacques Pantaléon, at that time Archdeacon of Liège, afterwards Bishop of Verdun, Patriarch of Jerusalem, and finally Pope Urban IV. Bishop Robert was favourably impressed, and, since bishops as yet had the right of ordering feasts for their dioceses, he called a synod in 1246 and ordered the celebration to be held in the following year, also, that a monk named John should write the Office for the occasion. The decree is preserved in Binterim (Denkwürdigkeiten, V, 1, 276), together with parts of the Office.

    Bishop Robert did not live to see the execution of his order, for he died 16 October, 1246; but the feast was celebrated for the first time by the canons of St. Martin at Liège. Jacques Pantaléon became pope 29 August, 1261. The recluse Eve, with whom Juliana had spent some time, and who was also a fervent adorer of the Holy Eucharist, now urged Henry of Guelders, Bishop of Liège, to request the pope to extend the celebration to the entire world. Urban IV, always an admirer of the feast, published the Bull "Transiturus" (8 September, 1264), in which, after having extolled the love of Our Saviour as expressed in the Holy Eucharist, he ordered the annual celebration of Corpus Christi in the Thursday next after Trinity Sunday, at the same time granting many indulgences to the faithful for the attendance at Mass and at the Office. This Office, composed at the request of the pope by the Angelic Doctor St. Thomas Aquinas, is one of the most beautiful in the Roman Breviary and has been admired even by Protestants.

    The death of Pope Urban IV (2 October, 1264), shortly after the publication of the decree, somewhat impeded the spread of the festival. Clement V again took the matter in hand and, at the General Council of Vienne (1311), once more ordered the adoption of the feast. He published a new decree which embodied that of Urban IV. John XXII, successor of Clement V, urged its observance.

    Neither decree speaks of the theophoric procession as a feature of the celebration. This procession, already held in some places, was endowed with indulgences by Popes Martin V and Eugene IV.

    The feast had been accepted in 1306 at Cologne; Worms adopted it in 1315; Strasburg in 1316. In England it was introduced from Belgium between 1320 and 1325. In the United States and some other countries the solemnity is held on the Sunday after Trinity.

    In the Greek Church the feast of Corpus Christi is known in the calendars of the Syrians, Armenians, Copts, Melchites, and the Ruthenians of Galicia, Calabria, and Sicily.

    Bibliography

    GUÉRANGER, The Liturgical Year (tr. Worcester, s.d.) ; BUTLER, Feast and Fasts; KELLNER, Heortologie (2nd ed., Freiburg, 1906); Der Katholic (Aug., 1898), 151; BÄUMER Gesch. des Breviers (Freiburg, 1895).

    Fonte: The Catholic Encyclopedia, vol. IV, 1908, New York

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    Eucharist

    See also EUCHARIST AS SACRIFICE, EUCHARIST AS SACRAMENT, and REAL PRESENCE.

    (Greek eucharistia, thanksgiving).

    The name given to the Blessed Sacrament of the Altar in its twofold aspect of sacrament and Sacrifice of Mass, and in which Jesus Christ is truly present under the bread and wine.

    Other titles are used, such as "Lord's Supper" (Coena Domini), "Table of the Lord" (Mensa Domini), the "Lord's Body" (Corpus Domini), and the "Holy of Holies" (Sanctissimum), to which may be added the following expressions, and somewhat altered from their primitive meaning: "Agape" (Love-Feast), "Eulogia" (Blessing), "Breaking of Bread", "Synaxis" (Assembly), etc.; but the ancient title "Eucharistia" appearing in writers as early as Ignatius, Justin, and Irenæus, has taken precedence in the technical terminology of the Church and her theologians. The expression "Blessed Sacrament of the Altar", introduced by Augustine, is at the present day almost entirely restricted to catechetical and popular treatises.

    This extensive nomenclature, describing the great mystery from such different points of view, is in itself sufficient proof of the central position the Eucharist has occupied from the earliest ages, both in the Divine worship and services of the Church and in the life of faith and devotion which animates her members.

    The Church honors the Eucharist as one of her most exalted mysteries, since for sublimity and incomprehensibility it yields in nothing to the allied mysteries of the Trinity and Incarnation. These three mysteries constitute a wonderful triad, which causes the essential characteristic of Christianity, as a religion of mysteries far transcending the capabilities of reason, to shine forth in all its brilliance and splendor, and elevates Catholicism, the most faithful guardian and keeper of our Christian heritage, far above all pagan and non-Christian religions.

    The organic connection of this mysterious triad is clearly discerned, if we consider Divine grace under the aspect of a personal communication of God. Thus in the bosom of the Blessed Trinity, God the Father, by virtue of the eternal generation, communicates His Divine Nature to God the Son, "the only begotten Son who is in the bosom of the Father" (John 1:18), while the Son of God, by virtue of the hypostatic union, communicates in turn the Divine Nature received from His Father to His human nature formed in the womb of the Virgin Mary (John 1:14), in order that thus as God-man, hidden under the Eucharistic Species, He might deliver Himself to His Church, who, as a tender mother, mystically cares for and nurtures in her own bosom this, her greatest treasure, and daily places it before her children as the spiritual food of their souls. Thus the Trinity, Incarnation, and Eucharist are really welded together like a precious chain, which in a wonderful manner links heaven with earth, God with man, uniting them most intimately and keeping them thus united. By the very fact that the Eucharistic mystery does transcend reason, no rationalistic explanation of it, based on a merely natural hypothesis and seeking to comprehend one of the sublimest truths of the Christian religion as the spontaneous conclusion of logical processes, may be attempted by a Catholic theologian.

    The modern science of comparative religion is striving, wherever it can, to discover in pagan religions "religio-historical parallels", corresponding to the theoretical and practical elements of Christianity, and thus by means of the former to give a natural explanation of the latter. Even were an analogy discernible between the Eucharistic repast and the ambrosia and nectar of the ancient Greek gods, or the haoma of the Iranians, or the soma of the ancient Hindus, we should nevertheless be very cautious not to stretch a mere analogy to a parallelism strictly so called, since the Christian Eucharist has nothing at all in common with these pagan foods, whose origin is to be found in the crassest idol- and nature-worship. What we do particularly discover is a new proof of the reasonableness of the Catholic religion, from the circumstance that Jesus Christ in a wonderfully condescending manner responds to the natural craving of the human heart after a food which nourishes unto immortality, a craving expressed in many pagan religions, by dispensing to mankind His own Flesh and Blood. All that is beautiful, all that is true in the religions of nature, Christianity has appropriated to itself, and like a concave mirror has collected the dispersed and not infrequently distorted rays of truth into their common focus and again sent them forth resplendently in perfect beams of light.

    It is the Church alone, "the pillar and ground of truth", imbued with and directed by the Holy Spirit, that guarantees to her children through her infallible teaching the full and unadulterated revelation of God. Consequently, it is the first duty of Catholics to adhere to what the Church proposes as the "proximate norm of faith" (regula fidei proxima), which, in reference to the Eucharist, is set forth in a particularly clear and detailed manner in Sessions XIII, XXI, and XXII of the Council of Trent.

    The quintessence of these doctrinal decisions consists in this, that in the Eucharist the Body and Blood of the God-man are truly, really, and substantially present for the nourishment of our souls, by reason of the transubstantiation of the bread and wine into the Body and Blood of Christ, and that in this change of substances the unbloody Sacrifice of the New Testament is also contained.

    These three principle truths -- Sacrifice, Sacrament, and Real Presence -- are given a more detailed consideration in the following articles:

    - The Sacrifice of the Mass
    - The Eucharist as a Sacrament
    - The Real Presence of Christ in the Eucharist

    Fonte: The Catholic Encyclopedia, vol. V, 1909, New York

 

 
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