Mandato di cottura



Ora che il Cavalier Bisunto ha liberato gli ostaggi con le nude mani, anzi con la trasmissione del pensiero dall' aereo che lo portava in America; ora che ha rivelato che «il vero regista dell'operazione è Gianni Letta», mica i marines e i polacchi come scrive la stampa di tutto il mondo; ora che ha denunciato «l'uso politico degli ostaggi» (ovviamente da parte sua) ora che Vespa ha garantito al premier aviotrasportato il suo monologo quotidiano con un solo rappresentante dell'opposizione: Giuliano Ferrara; ecco, ora possiamo affidare agli storici e soprattuto ai clinici le esternazioni berlusconiane dell'ultima settimana, troppo presto oscurate dall'incalzare degli eventi. Perché quando gli storici e i clinici esamineranno, fra qualche anno, l'inizio della fine del Cavalier Bollito non potranno prescindere da queste radiose giornate, in cui gli manca solo lo scolapasta in testa.

Il primo sintomo della cottura del suo compare d'anello Bettino Craxi non fu l'arresto di Mario Chiesa, né l'avviso di garanzia di Di Pietro. Fu l'«andate al mare» del '91 contro il referendum di Segni. Gli italiani andarono a votare, e al mare ci andò poi Craxi: ad Hammamet, però. L'altro giorno l'allievo ha superato il maestro: «Queste europee contano poco», ha detto al Time. Non male per uno che si candida capolista in tutti i collegi d'Italia, pur essendo ineleggibile. Non male per uno che dovrebbe sforzarsi di trascinare alle urne i suoi riottosi e svogliati elettori. Solo Jas Gawronski aveva fatto meglio, due settimane fa, a Telelombardia, commentando la condanna europea dell'Italia per l'informazione di regime: «L'Europarlamento conta poco». Non male per un europarlamentare uscente candidato a rientrarvi.

Sempre per gli studi degli specialisti, quelli bravi, segnaliamo l'ultimo discorso di Bush, opera di Budget Bozzo: «Ascolto sempre i consigli di Silvio, gli credo sulla parola». Strano: da tempo Berlusconi sosteneva di aver scongiurato fino all'ultimo l'amico George di non invadere l'Iraq. Delle due l'una: o mente Bush, o mente lui. E' una bella lotta, ma è più probabile la seconda. George ha regalato a Silvio una raccolta di dischi di Gershwin e Cole Porter. Silvio ha risposto con l'opera omnia del duo Apicella-Berlusconi, il Gershwin e il Porter di Arcore. Chirac, per dire, ha regalato a Bush «La democrazia in America» di Tocqueville, libro ovviamente sconosciuto ai nostro. Splendida anche l'idea di invitare Bush a celebrare i sessant'anni della liberazione dell'Italia senza mai precisare da chi: Berlusconi avrebbe dovuto pronunciare la parola «nazifascismo». Ma è più forte di lui: non ci riesce. Di recente ha ringraziato gli Usa per averci «salvato dal comunismo», senza peraltro precisare quando. Poi precisò di aver dato una mano anche lui, sancendo «la fine della guerra fredda a Pratica di Mare».

Tutti la pensavano finita nel 1989 col muro di Berlino, quando Berlusconi era in tutt'altre faccende affaccendato (incamerava la Mondadori, mentre Previti pagava l'apposito giudice romano). Invece no: è fini ta nel 2002, nel baraccone di cartape sta a Pratica di Mare. La Moratti provvederà a ritoccare i libri di storia per la bisogna. E la Rai farà la sua parte. Come domenica, quando ha opportunamente oscurato quel trascurabile evento che è stato l'anniversario del D-Day, inspiegabilmente trasmesso da tutte le tv del mondo.

Le immagini avrebbero mostrato 16 capi di stato e di governo, compresi quelli di Slovacchia e Lussemburgo, salvo uno: il nostro ometto di Stato. Nemmeno un paio di corna, una barzelletta sporca, una pacca sul sedere. Non c'era proprio. «Ho chiesto io a Chirac di non invitarmi per non metterlo in imbarazzo» ha assicurato, serio, ai giornalisti al seguito. E il cosiddetto ministro Frattini, ha spiegato: «Nel '44 l'Italia aveva la Republica di Salò». Non gli è venuto in mente che la Germania aveva Hitler e la Francia Pétain, eppure domenica in Normandia c'erano sia Schroeder sia Chirac. Ma questi pensieri sono troppo complessi per la Volpe della Farnesina: rischierebbe un'ernia al cervello.

Grande spazio, sulla Rai, alla presenza del Cavaliere Bollito ai funerali di Antonio Amato, il cuoco campano ucciso in Arabia per punire l'Italia delle esternazioni anti-islamiche del suo premier: «Antonino era dei nostri, mi chiamava zio Silvio», ha detto con la consueta eleganza il premier medesimo asciugandosi la lacrima retrattile. Berlusconi - diceva Montanelli- ai matrimoni vuol essere la sposa e ai funerali il morto. Ora fa di più: lo iscrive a Forza Italia.

Marco Travaglio