Il commento di Affari/ Berlusconi si è salvato, ma dovrà pagare pegno agli alleati. Caos a sinistra: Prodi non ha creato valore aggiunto. Di Angelo Maria Perrino
14 giugno 2004
Di Angelo Maria Perrino
Silvio Berlusconi si è salvato per un pelo. Il suo partito, Forza Italia, ha perso. E per la prima volta la somma di An, Udc e Lega supera la percentuale degli Azzurri.Che è esattamente quel che Berlusconi non voleva. Ma la CdL, nel complesso, ha tenuto. I voti in libera uscita da Forza Italia non sono andati a sinistra, si sono redistribuiti tra gli alleati, cresciuti tutti, di poco e in modo equilibrato. Un travaso di voti tutto interno alla Cdl, che non sembra tale da determinare scossoni, legittimare appetiti destabilizzanti, incentivare particolari ambizioni centrifughe. A bocce ferme si può dire che il rischio che ha corso il premier Berlusconi è stato forte, vista la ventata di protesta che ha seppellito tutti i governi europei, con la sola eccezione della Spagna (dove però Aznar era già stato mandato a casa nelle elezioni politiche di marzo) e della Grecia. Per questo, lo scampato pericolo può legittimamente esser letto come un successo dagli uomini del Cavaliere. Ed è politicamente rilevante, data l'importanza dei simboli nelle competizioni elettorali, il fatto che, anche se di pochi decimali, la somma dei partiti della Casa delle Libertà superi quella del centrosinistra più Rifondazione Comunista.
Ma per il conseguimento di questa performance, Berlusconi deve ringraziare anche la sinistra, che non è riuscita a fare meglio di lui. In particolare è mancata la spinta propulsiva della lista unica del Triciclo-Uniti per l'Ulivo, che si colloca poco sopra il 31%. Una falsa partenza e una delusione forte: la somma dei singoli partiti -Ds,Margherita, socialisti di Boselli e repubblicani di Sbarbati-, se fossero andati da soli, sarebbe stata maggiore del risultato complessivo della lista unitaria. S'inceppa, dunque, e batte in testa, sul nascere, il progetto di Fassino, Rutelli e Boselli.. Ma soprattutto esce indebolito Romano Prodi, che non è riuscito a creare l' atteso valore aggiunto in termini elettorali e a caratterizzarsi come un driver di voti e di consenso politico.
Nei prossimi giorni, dopo le dichiarazioni a caldo, i partiti si riuniranno per fare le loro valutazioni e i loro processi interni, rivedere le strategie, approntare le tattiche. Si può immaginare che dentro Forza Italia l'insuccesso sottoporrà a fibrillazioni la leadership di Bondi e Cicchitto. Mentre l'asse di An e Udc, voci critiche ringalluzzite dalla vittoria, riproporrà con più forza il tema di un riequilibrio politico nella coalizione e di una redistribuzione nelle poltrone, a discapito soprattutto di Forza Italia, asso quasi pigliatutto in termini di sottopotere governativo, che esce in parte delegittimata dall'insuccesso e, manuale Cencelli alla mano, dovrà mollare qualche ministero di serie A e qualche posizione in Rai e negli enti pubblici, ai suoi alleati. Tra i quali farà certamente sentire il suo peso anche il rafforzato Psi di Gianni De Michelis.
Ma se a destra il collante del potere alla fine determinerà verosimilmente tenuta e sostanziale stabilità, è a sinistra che la maionese rischia di impazzire, è lì che potrebbero aprirsi le principali crepe. La sinistra cresce, ottiene dei grandi successi politici e d’immagine a Bologna con Sergio Cofferati e in Sardegna con Renato Soru. Ma i veri vincenti sembrano i piccoli partiti, a sinistra del Triciclo, dai Verdi ai Comunisti Italiani a Rifondazione Comunista.Proprio quei partiti, cioè, con identità forti che hanno sottolineato il loro radicalismo, non amano il progetto riformista del listone Prodi e preferiscono dar luogo a un processo unitario piu' ampio, che porti a un'unica grande confederazione. Una strategia che trova orecchie molto sensibili anche nel correntone di sinistra dei Ds,finora sostanzialmente allineato ma pronto a uscire allo scoperto spostando forze ed equilibri. Non è così da escludere qualche smottamento che finisca col travolgere proprio la leadership di Prodi in vista delle politiche 2006.
Silvio Berlusconi accende un cero. Al termine di un triennio nero, con difficoltà esterne d’ogni tipo, dal terrorismo internazionale alla crisi economica, con leader europei molto piu' consolidati di lui, da Blair a Schroeder, da Aznar a Chirac, fortemente delegittimati dai propri elettorati, il Cavaliere ha mostrato di essere piu' coriaceo di quanto si pensasse. Ma gli italiani gli hanno mandato dei segnali forti, chiedendogli meno narcisismo ed egocentrismo, più collegialità e più gioco di squadra, meno parole e piu' fatti..
Il Cavaliere non è stato promosso, ma neanche bocciato. E' stato, come a scuola, rimandato. Il Paese, anche per assenza di alternative, gli dà per ora, magari obtorto collo, un’altra chance: due anni ancora per dimostrarsi capace di guidare quel processo di modernizzazione del Paese che ha promesso, ma finora ha poco realizzato. Il responso definitivo è rimandato al 2006: parli meno, il Cavaliere e faccia di piu'. L'Italia ha le pile scariche e chiede una scossa. Intanto la sinistra, che ha motivo di gioire per il ritorno al governo di importanti realtà locali, deve lavorare sodo all' elaborazione di un programma e all'affermazione di una leadership forte e condivisa, capaci di amalgamare in un progetto vincente i fans moderati di Clemente Mastella, i riformisti del Triciclo e la sinistra radicale e no-global di Pecoraro Scanio, Diliberto e Bertinotti. Serve un programma, ma soprattutto un leader capace di riunire un arcipelago oggi molto articolato e frammentato di partiti e partitini, rendendo così credibile un’alternativa di governo a Berlusconi nel 2006.




Rispondi Citando
