Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito Heimdallr, Dio-Re primordiale all'origine dei ceti sociali

    Heimdallr il Bianco è un Dio dotato di poteri particolari. Singolare anche la storia della sua nascita - si dice che sia figlio di nove sorelle, forse le onde del mare - ha un aspetto bizzarro a causa dei denti d'oro che gli hanno valso il soprannome di Gullintanni, denti d'oro appunto. Il suo cavallo condivide con il padrone l'aurea specialità: si chiama Gulltopp, cioè ciuffo d'oro. Tra gli Dei, Heimdall non è fra i meno importanti, perché il suo compito è di vegliare su di essi. Perciò il Bianco siede nella sua bella casa che ha nome Himinbjorg, il monte azzurro, situata ai piedi del ponte tremolante Bifrost che unisce Asgard agli altri mondi, e beve in letizia l'idromele degli dei, senza mai dormire. Heimdall, infatti, ha meno bisogno di sonno di quanto ne abbia un uccellino; di notte, i suoi occhi dalla vista penetrante sono svegli e acuti come di giorno, capaci di discernere a cento miglia il movimento di una foglia su un ramo. Il suo udito non è meno affinato: ha fama di percepire il rumore prodotto dall'erba che cresce dalla terra e il fruscio della lana che si allunga sul dorso delle pecore.
    Cosa temono gli Dei, al punto di aver posto uno di loro a guardia del ponte di fiamme? L'arrivo dei giganti, questa è la risposta. Al primo sentore di Ragnarok, il suo finissimo udito segnalerà al Dio Bianco che i nemici si sono messi in movimento, e la sua vista perfetta gli permetterà di scorgerli prima ancora che si facciano avanti in armi. Heimdall prenderà in mano la celebre tromba Gjallarhorn, il corno sonoro, che giace in attesa nella fonte di Mimir, e vi soffierà dentro una nota che si udirà per tutti i mondi, perché gli Dei di Asgard si preparino a difendere con le armi un universo destinato a soccombere.

    L'antico racconto dice che all'alba dei tempi, Heimdallr si allontanò dalla sua dimora, si lasciò alle spalle i confini di Asgard e andò peregrinando per la terra degli uomini. Una sera si trovava a passeggiare lungo la riva del mare; il tramonto aveva tinto il cielo di rosso, le onde accarezzavano appena la sabbia. Nella luce morente, il Dio arrivò a una capanna: attraverso la porta che era stata lasciata aperta aveva visto brillare le fìamme di un fuoco acceso sulla nuda terra.
    Heimdall era un dio potente, venerabile e saggio, e si dice anche che fosse temibile e ardito; ma non si conosce il suo vero aspetto. Tanto più diffìcile è immaginare quali fossero le sue fattezze quella sera, allorché comparve sulla porta della capanna vicina al mare: è noto che gli Dei possono assumere la forma che preferiscono. Si sa soltanto che aveva scelto il nome di Rig, re, e così lo chiama la storia.
    Rig, dunque, bussò sullo stipite prima di entrare. Una voce vecchia e stanca lo invitò a farsi avanti. Quando fu all'interno, il Dio Bianco scorse una vecchia coppia seduta a scaldarsi vicino al fuoco sul quale pendeva un piccolo paiolo gorgogliante appeso a una lunga catena che scendeva dalla sommità aperta del tetto di paglia.
    «Come ti chiami, straniero?» chiese la vecchia donna con cortesia.
    «Il mio nome è Rig.»
    «Io sono chiamato Ai» intervenne l'uomo, e voleva dire bisavolo. «La mia sposa si chiama Edda» e significava bisavola «Siedi con noi; tra poco sarà pronto da mangiare».
    Rig prese posto sulla panca tra Ai ed Edda. Era grato per l’accoglienza ricevuta nella misera capanna, e così impartì ai buoni vecchi molti utili consigli.
    Quando Edda giudicò che la minestra fosse pronta, si alzò, frugò in una cassa malandata posta sul pavimento, tirò fuori una focaccia spessa e mal lievitata, impastata con una farina quasi nera e tutta piena di crusca, e la depose sulla tavola. Versò nelle scodelle di legno una brodaglia spessa e maleodorante e riprese il suo posto sulla panca, tra i due uomini.
    Il pasto fu presto consumato, e Rig si trattenne ancora un poco a dare buoni consigli ai due vecchi. Giunto poi il momento di coricarsi, si distese nel centro dell'unico giaciglio formato da uno spesso strato di alghe seccate al sole e ammucchiate in un angolo della capanna. Accanto a lui, ai suoi fianchi, si disposero Ai ed Edda. Più tardi tutti e tre presero sonno.
    Tre volte trascorse sulla capanna e sul mare il carro del sole sospinto dal famelico Skoll, tre volte Hati braccò per i cieli la pallida luna, prima che Rig riprendesse il cammino. Quando il Dio partì, dovettero passare altri nove mesi perché il frutto della sua visita apparisse sulla terra. Edda partorì un bambino, lo asperse d'acqua e lo fasciò: aveva i capelli e la pelle scurissimi, e fu chiamato Thrael, schiavo.
    Thrael era molto brutto. Crescendo, la pelle delle sue mani si coprì di rughe, le nocche divennero nodose. Le dita si fecero grosse e rosse, la schiena, sempre piegata, finì con l'incurvarsi, i calcagni sporgevano da piedi troppo lunghi e gonfi. Il suo viso, per finire, era davvero orrendo. Ma il ragazzo era molto forte. Con il passare degli anni imparò a impiegare con profitto tutte le sue energie. Giorno dopo giorno, intrecciava corde e raccoglieva legna, enormi fardelli che diventavano sempre più pesanti a mano a mano che le membra sgraziate di Thrael si irrobustivano.
    Un giorno, alla porta della capanna si presentò una ragazza. Aveva le gambe storte e i piedi, nudi, coperti di calli e vesciche. Le sue braccia erano bruciate dal sole, come il suo viso, in cui spiccava il naso adunco. Era in tutto e per tutto la compagna di Thrael.
    I due giovani sedettero sulla panca, uno accanto all'altra, e parlarono a lungo. Quando poi si furono detti ogni cosa, prepararono il giaciglio che li avrebbe ospitati quella notte, e tutte le notti a venire. Perché Thrael e Thir - questo era il nome della ragazza e significava serva - si erano scelti come sposi.
    I loro figli crebbero felici. Si chiamarono Hreim l'urlatore, Fjosnir il mozzo di stalla, Klur il goffo e Kleggi il tafano, Kefsir il concubino e Fulnir il puzzolente, Drumb, Digraldi e Drott, il grumo, il panciuto e l'indolente; nacquero poi Hosvir il grigio, Lut il deforme e Leggjaldi dalle gambe robuste. Erano tutti grandi lavoratori: ripararono la casa, vi costruirono intorno un recinto, concimarono i campi, allevarono i maiali, pascolarono le capre e scavarono la torba per accendere il fuoco.
    Thrael e Thir ebbero anche delle figlie, e le chiamarono Drumba e Kumba, la balorda e la tarchiata, Okkvinkalfa dai grossi polpacci e Arinnefja detta naso nel focolare, Ysja la rumorosa, Ambott l'ancella, Eikintjasna il nodo di quercia, Totrughypja la stracciona e Tronnbeina dalle gambe come quelle delle gru.
    Dal figlio di Ai e di Edda discese la stirpe dei servi.

    Ora la storia torna a parlare di Heimdallr, che continuava il suo peregrinare. Dalla casupola dei due vecchi si era incamminato per un strada diritta, ed era arrivato a una bella dimora. Era l'ora in cui la luce viene meno, perché il tramonto è trascorso da un poco. La porta era aperta; Heimdallr, dopo avere bussato, si fece avanti. Nel centro di una stanza spaziosa ardeva un fuoco, e accanto a esso sedevano un uomo e una donna. L'uomo si chiamava Afì, nonno, e la donna Amma, nonna; erano entrambi intenti nel lavoro.

    Afì teneva sulle ginocchia un pezzo di legno, e lo inta gliava per farne un subbio da telaio. La sua barba, non troppo lunga, era ben curata; i capelli erano tagliati corti e arricciati ad arte sulla fronte. Indossava un abito che aderiva bene al corpo ancora vigoroso e ai suoi piedi, sul piancito spazzato da poco, c'era un massiccio cofano intarsiato.
    Accanto al marito sedeva Amma. Aveva i capelli d'argento avvolti in una cuffia e indossava una camicia e una veste pulite; un semplice scialle le copriva le spalle, fermato da una spilla di pregio. Era intenta a svolgere del lino dalla conocchia e a filare. Assorbita nel lavoro, allungava e ritraeva le braccia ben modellate. Sul fuoco borbottava un pentolone da cui saliva un buon profumo.
    Rig si fece avanti, e Afì levò il capo e lo salutò. Amma gli chiese come si chiamasse e lo invitò a sedere accanto a loro. Rig prese posto tra i due sposi, si fece dire i loro nomi e conversò a lungo, consigliandoli nel migliore dei modi su questo e su quello. Dopo qualche tempo, Amma interruppe ciò che stava facendo, ripose la conocchia e il lino già filato e andò a prendere una bella pagnotta di farina bianca, una ciotola di burro e qualche posata. Sganciò la pentola dalla catena, riempì tre ciotole di brodo e tenera carne di vitello. Tré corni colmi di birra spumeggiante completarono il pasto.
    Rig mangiò di buon appetito, sempre continuando a parlare con i due sposi e dando loro buoni consigli. Quando arrivò l'ora di coricarsi, fu il primo a distendersi nel centro del comodo giaciglio corredato di coperte e lenzuola morbide e pulite. Afì e Amma si disposero ai suoi fianchi.
    Tre furono i giorni che Rig trascorse nella casa in cui regnavano serenità e agiatezza, poi salutò e partì. Al termine di nove mesi Amma diede alla luce il primo di molti figlioli. Il bambino fu asperso d'acqua e avvolto in morbide fasce. Il nome scelto fu Karl, che significa contadino libero.
    Karl era un bel bambino, bianco e rosa e con gli occhi chiari e ridenti. Crebbe in fretta, e divenne un ragazzo forte e ben conformato. Imparò ad aggiogare i buoi e a guidarli per i campi, trascinando dietro l'aratro che egli stesso aveva fatto. Apprese come costruire capanne e stalle dalle fondamenta alla copertura di paglia, a fabbricare carri e a lavorare la terra. Era abile e duttile, e in pochi anni divenne bravo quanto il padre. Allora Afì e Amma cercarono una giovane adatta a lui. La sposa si chiamava Snor, nuora, e quando si presentò per la prima volta nella casa di Karl indossava un mantello di pelle di capra; alla cintura che le stringeva la vita tintinnava un mazzo di chiavi lucenti.
    Karl si mise all'opera per costruire una casa; presto tutto fu pronto, il fuoco ardente nel focolare. Allora Snor si pose sul capo il velo da sposa e preparò con Karl il letto nuziale. Lo scambio degli anelli suggellò la loro unione, da cui nacque una messe di figli. I nomi dei maschi furono Hal e Dreng, uomo e guerriero gagliardo, Hold e Thegn e Smid, cioè proprietario terriero, libero e fabbro, che si dimostrò poi abile in qualunque lavoro manuale tentasse. Gli altri furono chiamati Breid il grande, Bondi il contadino, Bundinskeggi dalla barba riccioluta. Bui il coltivatore e Boddi l'allevatore, Brattskegg dalla barba liscia e infine Segg il virile. Erano tutti ragazzi felici. Le loro sorelle ebbero i nomi di Snot l'acuta e Brud la sposa. Svanni la saggia e Svarri la rumorosa; nacquero poi Sprakki e Fijod, la donna e la donna sposata, Sprund la graziosa, Vifla la moglie, Feima la timida e Ristil l'energica.
    Questi furono i figli di Karl e di Snor, e da loro discese la stirpe dei liberi coltivatori.

    Mentre nella casa di Ai e di Edda e in quella di Afì e di Amma si svolgevano questi avvenimenti, la storia dice che altri non meno importanti avevano luogo in un'altra casa, più bella e più opulenta.
    Heimdallr non si era stancato di peregrinare e continuò il suo cammino. Scelse le vie diritte, tralasciò i sentieri contorti e raggiunse un'abitazione. Il Dio vide subito che era ben orientata, perché l'ingresso era esposto a sud, al riparo dai freddi venti del settentrione. La porta, di legno massiccio e lucido, con un grosso anello di ferro istoriato infìsso nel battente, era appena accostata. Rig bussò e, senza attendere risposta, entrò nell'atrio luminoso e imboccò un corridoio che lo portò in una grande sala. Lungo le pareti si allineavano mobili di legno solido e ben intagliato. Il pavimento era cosparso di paglia fresca, cambiata da poco.
    I due sposi seduti davanti al focolare non voltarono la testa all'ingresso del forestiero: erano troppo intenti a guardarsi negli occhi e a sfiorarsi, come in un gioco d'amore, le punte delle dita. Poi l'uomo, il cui nome era Fathir, padre, continuando a non dare segno di essersi accorto di Rig, si mise al lavoro. Intrecciò una corda nuova per il suo arco, ve l'applicò, e passò ad appuntire le frecce. Intanto la sposa, che si chiamava Mothir, madre, si guardava le mani, compiaciuta di ciò che vedeva. Si lisciò sul corpo il lungo abito a strascico disegnato con fiori azzurri, sistemò le maniche perché ricadessero con grazia sulle belle braccia. Aveva le sopracciglia molto chiare, e la pelle del collo e del petto più bianca della neve appena caduta. I capelli erano pettinati alti sul capo, e alcuni medaglioni d'oro e di pietre preziose brillavano sulla scollatura della veste.
    Rig disse il proprio nome, e fu invitato a prendere posto sulla panca davanti al fuoco, tra Fathir e Mothir. Mentre egli parlava di questo e di quello, impartendo saggi consigli, Mothir stendeva sulla tavola una tovaglia di lino bianco ricamato. Dalla madia posta in un angolo della sala tirò fuori alcune focacce di farina bianca sottili e ben lievitate, morbide e croccanti, e le posò sulla tovaglia. Le stoviglie erano ornate con filigrana d'argento e piene di fette di lardo abbrustolite e di eccellenti carni arrostite e bollite. Burro fresco e formaggio, con zuppa di cavolo, completavano il pasto abbondante, annaffiato da un forte vino rosso servito in calici cesellati.
    Quando i tre commensali si erano seduti a tavola, il sole stava calando e si addensavano già le ombre della sera: tanto bevvero e conversarono, che il pasto terminò nella notte divenuta oscura. Rig dette ai suoi ospiti un ultimo consiglio, dopo di che si recò nella camera e si coricò per primo, nel centro del bei letto dalla testata intarsiata. Fathir e Mothir si distesero accanto a lui, l'uomo da una parte, la donna sull'altro fianco.
    Nella ricca casa in mezzo ai campi coltivati, Rig trascorse tre notti e tre giorni, come era d'uso per un ospite ben educato. Infine ringraziò Fathir e Mothir e andò via.

    Le stagioni si avvicendarono, il sole e la luna si diedero il cambio nel ciclo, le stelle brillarono e furono oscurate dalle nubi. Trascorsi nove mesi, Mothir diede alla luce uno splendido bambino, che fu asperso d'acqua, avvolto in sete e chiamato Jarl, nobile.
    Jarl aveva i capelli biondi come il grano, le gote rosate e gli occhi splendenti, e acuti che ricordavano quelli di un serpentello. Era svelto e vivace, e imparò in fretta sotto l'attenta guida dei genitori. Ancora giovinetto, sapeva imbracciare lo scudo e ripararvisi dietro, curvare l'arco, tendere la corda, fissare la punta alle frecce. Appena più grande, imparò a scagliare i dardi sempre più lontano e a brandire la lancia, a montare a cavallo con destrezza, a maneggiare la spada, ad aizzare i cani. In breve divenne anche un nuotatore provetto nelle gelide acque dei fiumi e dei laghi della sua regione.
    Jarl aveva oramai raggiunto la maggiore età. Un giorno Rig comparve sul limitare della foresta: il padre era tornato per completare l'educazione del figlio.
    Rig uscì dal bosco di betulle che schermava la casa da settentrione e trovò il figlio da solo, nel prato antistante la dimora.
    «So che sei il giovane Jarl» disse. «Io mi chiamo Rig, re. Accadde un tempo che mi presentassi alla porta di Fothir e Mothir...» Così Heimdall svelò al ragazzo di essere suo padre, gli impose il nome di Rig e lo riconobbe come figlio. Da quel giorno, e per molti giorni, uscì dal bosco per insegnare a Jarl i segreti delle rune. Il giovane apprese a leggere, a scrivere e a pronunziare le magiche formule per calmare i dolori e acquetare la natura, suscitare e spegnere i fuochi, dare la salute e la malattia. Infine Rig gli disse:
    «Ora sei pronto. È arrivato il tempo che ti metta in cammino per conquistare le terre che saranno tue, e su cui governerà la stirpe che uscirà dai tuoi lombi.»
    Jarl preparò le armi come aveva imparato a fare e cavalcò per montagne coperte di neve, vallate e boschi oscuri. E quando ebbe trovato il luogo che cercava, appartato dalle vie maestre, alto su una rupe, vi costruì la propria casa e si procurò dei compagni. Brandì la lancia, si coprì con lo scudo, spronò il cavallo e sfoderò la spada; tanto combattè, arrossando i campi di sangue, che in breve fu, da solo, padrone di diciotto domini. Allora si mostrò benevolo e distribuì tesori ai suoi cavalieri, regalando a ciascuno gioielli e pietre preziose, anelli, bracciali, coppe e stoviglie d'oro e d'argento, e cavalli di ottima razza.
    Venne poi il momento in cui Jarl volle prendere moglie. Attraverso terreni bassi e paludosi mandò messaggeri alla casa di Hersir, il capitano. Hersir era padre di una bella fanciulla, intelligente e assennata che si chiamava Erna, la donna di valore. Erna aveva i capelli biondi e le dita lunghe e affusolate. I messaggeri la chiesero in sposa per il proprio signore, e Hersir accettò con grande piacere. Così la fanciulla fu scortata da un ricco corteo alla casa dello sposo, e aveva il capo coperto dal velo nuziale, la cassa del corredo ben colma.
    Fu un'unione felice, e i figli che ne nacquero ebbero nome Bur il figlio e Barn il bambino. Il terzo nato fu chiamato Jod il ragazzo, il quarto Athal il discendente. Vi furono poi Arvi l'erede, Mog ancora il figlio, Nid e Nidjung il rampollo e il discendente più giovane, Svein il bimbo e Kund il piccolo. All'ultimo nato fu imposto il nome di Kon, figlio di nobile nascita. Erano tutti ragazzi pronti e intelligenti, e impararono in fretta a montare in arcioni e a giocare alle tavole e, quando ebbero l'età, a domare i cavalli, fabbricare scudi tondi secondo l'uso, levigare le frecce e brandire le lunghe lance di frassino.
    Ma fu al più giovane, a Kon, che Jarl insegnò a conoscere le rune. Kon ne provò un piacere tanto intenso che in breve supero il maestro: oltre a saper pronunziare le rune della vita e della salute, agevolare i parti, ottundere le lame e placare le onde infuriate, spegnere il fuoco e dare pace, sonno e riposo, era anche capace di comprendere il linguaggio degli uccelli. E siccome nelle gare di rune ne sapeva di più del padre e lo giocava in astuzia, conseguì e ottenne per sempre il privilegio di farsi chiamare Rig e di essere il supremo interprete della magia delle rune.

    Un giorno Kon cavalcava nella foresta. Di tanto in tanto arrestava il cavallo e mirava una freccia agli uccelli; spesso, però, preferiva fermarsi ad ascoltare i loro discorsi. Se poi gli uccelli tacevano, li adescava per indurli a cinguettare. Durante una di queste soste, una cornacchia posata su un ramo basso all'altezza del capo di Kon, gli chiese:
    «Perché sprechi il tuo tempo a scagliare frecce agli uccelli e ad ascoltare le loro sciocchezze? Faresti meglio a sostituire il cavallo da caccia con il corsiero, a impugnare spada e lancia, e a perseguire la gloria sui campi di battaglia!»
    Le parole della cornacchia suonarono alte nel silenzio della foresta.
    «Dan e Danp» seguitò l'uccello, e ripetè più e più volte gli stessi nomi, così che parve che stesse recitando una cantilena. «Dan e Danp posseggono case più belle e più ricche delle tue, e i tesori che hanno ammassato sono molto maggiori di quelli contenuti nei tuoi forzieri.»
    La cornacchia lasciò al giovane il tempo di imprimersi bene in testa quello che aveva detto, poi riprese:
    «Dan e Danp, Dan e Danp sanno guidare una nave per l'alto mare, sanno far uso della spada per affondarla e aprire ferite...»

    A questo punto il manoscritto si interrompe. Altri due testi di autori islandesi sembrano aver attinto alla stessa fonte da cui è stato tratto questo racconto. Secondo uno di essi Kon, incitato dalla cornacchia, avrebbe portato la guerra contro un certo Dan o Danpr di Danpstad, in una campagna che gli avrebbe dato la gloria. Sposata la figlia del re vinto, Dona, avrebbe annesso le sue terre. Da Kon e da Dona sarebbe nato un figlio che, chiamato Dan come l'avo materno, avrebbe dato il proprio nome al regno appena costituito, fondando la dinastia dei monarchi di Danimarca.


    Estratto della Rigsthula (Il canto di Rig)

  2. #2
    Ecogiustiziere Insubre
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    Predefinito

    Sì, conosco anch'io la Rìgsthula, comunque mi è sempre sembrato piuttosto strano questo ruolo di Heimdallr. Credo che sarebbe stato più naturale immaginarvi Odhinn al suo posto, no?
    Che cosa ne pensate?
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

  3. #3
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito

    In Origine Postato da Iunthanaka
    Sì, conosco anch'io la Rìgsthula, comunque mi è sempre sembrato piuttosto strano questo ruolo di Heimdallr. Credo che sarebbe stato più naturale immaginarvi Odhinn al suo posto, no?
    Che cosa ne pensate?
    Di Heimdallr si sa molto poco, ed è sempre stato di difficile interpretazione.
    Però alcuni caratteri sembrano farne un Dio davvero "primordiale" e pre-sociale rispetto agli altri. Odino, anche se nel mito risulta suo Padre, è però caratterizzato funzionalmente dalla sovranità, quindi in un certo senso + limitato.

  4. #4
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito Cenni su Heimdallr

    È descritto nelle fonti come il guardiano degli Dèi, Dio bianco che siede al limite del cielo, dotato di vista acutissima e di finissimo udito. Di lui è detto infatti che vede tanto di giorno quanto di notte fino a cento miglia di distanza; inoltre è capace di sentire l'erba crescere sulla terra o la lana sul dorso delle pecore. Gli basta meno sonno che a un uccello. Heimdallr è detto figlio di Odino; di lui è noto soprattutto che fu generato da nove madri (identificate comunemente con le nove gigantesse-onde del mare, figlie a loro volta di Aegir e di Ràn): egli nacque all'alba dei tempi, presso il limite della terra. È forte e sano poiché il suo essere venne fortificato con la forza della terra, acqua di mare gelata, sangue sacrificale.
    Egli abita in Himinbjórg «fortezza del cielo», luogo che si trova presso il ponte dell'arcobaleno Bifröst, cioè nel punto in cui si accede alle dimore degli Dèi. Là beve felice il buon idromele. Heimdallr sorveglia il ponte e previene così gli attacchi dei giganti del ghiaccio e delle montagne.
    Ogni suo atto e ogni suo attributo sono connèssi alla funzione di guardiano dei cicli cui è affidato il compito di vegliare sulla loro corretta successione, impedendo alle forze del male di irrompere nel mondo degli uomini e degli Dèi. Per questo è figura solare, bianca e luminosa; di lui è detto che ha «denti d'oro»: Gullintanni è uno dei suoi appellativi; il suo cavallo si chiama Gulltoppr «ciuffo d'oro». Il bianco è il colore degli inizi, e l'attributo luminoso si riferisce al Dio nella sua qualità di nemico dei demoni dell'oscurità.
    Il nome Heimdallr, piuttosto oscuro, potrebbe forse significare «splendore della terra» (da contrapporre a quello della dea Mardóll «splendore del mare»?) o «forza germogliarne della terra». Ma il Dio ha anche altri appellativi. Egli è detto Hallinskidi e Vindhlér (o Vindlér). Il primo appellativo è anche nome poetico dell'ariete, per questo più convincente d'altre interpretazioni (che lo spiegano come «palo inclinato», dunque «asse del mondo», o «raggio di sole») pare quella che lo intende come «[quello dalle] corna piegate». Un altro nome poetico dell'ariete è heimdali, palesemente simile al nome del dio. Allusioni al sacrificio di un ariete potrebbero dunque essere collegate al culto di Heimdallr. Egli sarebbe come l'ariete celeste che sorge nel ciclo di primavera. Il secondo appellativo è Vindhlér «[colui che] protegge contro il vento». Anch'esso pare possa essere messo in relazione con la funzione di custode del ciclo. Il vento infatti è considerato un elemento che sconvolge la pace del cielo, suscitando quelle tempeste in cui sono scatenate le forze del caos. Vindr e Kart «vento» sono d'altronde nomi di giganti, esseri appartenenti a quella stessa stirpe che costantemente cerca di impadronirsi del cielo. Nota Snorri: «I giganti del ghiaccio e delle montagne scalerebbero il cielo se chiunque lo vuole potesse transitare su Bifröst». Ora Bifròst è il ponte dell'arcobaleno, quel ponte presso il quale sta constantemente di guardia il Dio. Questa è anche la ragione per cui Heimdallr concede al sonno pochissimo tempo.
    Il ciclo presente è come ogni altro circoscritto da una cornice di tempo: il suo inizio e la sua fine sono segnati da un imperscrutabile destino. Esso potrà svolgersi per la misura di tempo che gli è stata assegnata solo se il suo equilibrio sarà garantito. Il divino garante dell'equilibrio del mondo è Heimdallr. Ciò spiega perché sia lui, allorché i giganti riescono a impadronirsi di Mjöllnir, simbolo di fecondità e di ordine cosmico, a suggerire una strategia che consentirà di recuperarlo. E anche perché egli sia nemico mortale di Loki, figura che incarna la costante minaccia del male all'ordinamento del mondo. Con Loki egli si batterà nel duello conclusivo dell'ultimo giorno. Tuttavia essi già si affrontarono sotto forma di foca, verosimilmente per il possesso di Brisingamen, oggetto prezioso di Freyja che Loki, secondo quanto altrove riferito, aveva rubato. Brisingamen è simbolo della fecondità cui Freyja presiede.
    Heimdallr sorveglia sull'ordinato svolgersi del ciclo perché ne conosce l'inizio e la fine (in un verso è detto che conosce il futuro), a lui è affidata la sapienza dell'evoluzione dall'uno all'altro stato, del trapasso dall'uno all'altro mondo.
    Come dio degli inizi egli è ricordato nella Völuspa laddove la profetessa, prima di recitare la sua scienza dell'universo, chiama all'ascolto (hljóò) «tutte le stirpi sacre, / maggiori e minori, di-scendenza di Heimdallr». Qui egli appare come padre degli esseri viventi. Stessa funzione, ma sul piano sociale, gli è attribuita nel Carme di Rigr, dove si racconta come il Dio, disceso sulla terra sotto le mentite spoglie di Rigr «re» (termine entrato nel nordico dall'area celtica), generasse tre figli, Thraell «schiavo», Karl «uomo libero», «contadino», e Jarl «uomo nobile», «guerriero», da cui sono discese le stirpi del mondo. In particolare il più giovane dei figli di Jarl, Konr, è presentato come un iniziato, quasi una reincarnazione del Dio.
    A Heimdallr come Dio delle origini allude anche la definizione di Dio Bianco, colore alla cui simbologia accenna ampiamente il Carme di Rigr.23 Anche le parole di Loki, che lo dice destinato fin dal principio del tempo al compito odioso di vegliare sugli dèi sempre restando con la schiena umida di rugiada, vanno riferite a questo concetto. L'allusione alla schiena bagnata si spiega con la posizione destinata al Dio nello spazio cosmico; egli sta infatti esattamente al confine fra il mondo e il non-mondo: alle sue spalle c'è un universo oscuro umido e freddo simile al caos delle origini.
    Heimdallr conosce con esattezza lo scoccare dell'ora fatale per il ciclo presente. Allora egli si ergerà e soffierà nel corno Gjallarhorn, il cui suono si sente in tutti i mondi. Il corno di Heimdallr è forse quello stesso oggetto, detto hljóòn., che è sepolto presso l'albero cosmico, nella fonte del saggio gigante Mimir, lo stesso luogo in cui Odino ha lasciato in pegno uno degli occhi. Hljóò è in nordico «silenzio», ma anche «ascolto» (v. il passo della i]Völuspa[/i] citato in precedenza), «suono» e forse «corno». La varietà dei significati, apparentemente discordanti, allude in realtà a uno stesso concetto, cui va inoltre collegata la notazione sull'udito finissimo del dio. Nella simbologia del mondo delle origini il silenzio primordiale fu la situazione che precedette il primo suono, il quale a sua volta fu una delle prime manifestazioni della vita. E l'immagine di ciò che è udito si confonde con ciò che serve a udire: l'orecchio di Heimdallr è così sensibile poiché egli, quale Dio degli inizi, è l'unico in grado di percepire quel primo suono. Simbolicamente legato a questi concetti è anche il corno nel quale il suono nasce ed echeggia. L'atto di Heimdallr che suonerà il corno alla fine dei tempi richiama dunque un'immagine del mondo primordiale. La vita finisce nel mo-do in cui ebbe inizio. Qui non pare inutile osservare che tanto l'orecchio quanto il corno ricordano nella forma l'immagine del vortice simbolicamente legata ai concetti di inizio e fine del mondo. Alcune kenningar scaldiche alludono alla «testa» definendola «spada di Heimdallr». Questa connessione è confermata da Snorri, il quale riferisce che il dio fu ucciso da una testa umana. Essendo andato perduto il mito relativo a questo fatto, il suo significato resta inspiegabile. In una fonte, Heimdallr è singolarmente definito «il più stupido degli dèi».
    Nessun testo allude specificamente al culto di Heimdallr, né vi sono toponimi che conservino il suo nome.

    G. Chiesa Isnardi, I miti nordici Longanesi, 1991 pg. 221-225

  5. #5
    Mjollnir
    Ospite

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  6. #6
    Mjollnir
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  7. #7
    Mjollnir
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  8. #8
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  9. #9
    Mjollnir
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    Predefinito Dumezil: Heimdallr e Giano, l'archetipo degli inizi ?

    Dumezil nella sua analisi comparativa mette in relazione Heimdallr con il romano Giano, in quanto Dèi che presiedono agli inizi.
    Il Dio Bianco sarebbe dunque il Giano germanico ?


    Gli antichi erano consapevoli dell'originalità di Giano: ”la Grecia non conosce questo Dio” nota Ovidio (F. 1, 90). Per lo storico delle religioni è più interessante il fatto che Giano, in Italia, nel Lazio stesso, appaia strettamente romano, con l'unica eccezione dell'etrusco Ani (eccezione importante, poiché probabilmente rivela l'influenza di altri italici)
    [in realtà il Giano etrusco sarebbe Culsans, NdM].
    Vi sono, d'altronde, delle ragioni comparative che inducono a riconoscere in Giano un dio molto antico e, per quanto riguarda la sua funzione, indoeuropeo. Le teologie più strutturate che si conoscano, quella scandinava e quelle indoiraniche, presentano uno o molteplici «dei primi» [9]. In particolare lo scandinavo Heimdallr ricorda, nello spazio e nel tempo, Giano: situato «ai limiti della terra », «all'estremità del cielo», egli è il custode degli Dei; «nato al principio», è l'antenato dell'umanità, il procreatore delle classi e il fondatore di tutto l'ordinamento sociale - tuttavia egli è nettamente inferiore al dio sovrano Ódhinn: la Piccola Völuspa lo definisce in rapporto a Odhinn quasi negli stessi termini in cui Varrone contrappone Giano, Dio dei prima, e Giove, Dio dei summa: Heimdallr è nato « primigenius » (vard einn borinn i àrdaga), Odhinn è nato «maximus» (vardeinn borinn òllum meiri) [10]. Può darsi, d'altronde che la «funzione iniziale» fosse presente in altre città del Lazio, ma venisse attribuita a figure divine diverse e, come accade spesso, dell'altro sesso. É probabilmente il caso della Fortuna Primigenia, cioè « primordiale » di Preneste.
    (…) Giano non ha flamine. Si dice spesso che il rex sacrorum e il sacerdote peculiare del dio; ma l'affermazione è quantomeno eccessiva: il re, pur avendo effettivamente alcuni rapporti con Giano, esercita troppe altre funzioni per poter essere ridotto a quella di sacerdote del Dio. Il «primato» del re è piuttosto «sommità», e tanto la sua solidarietà con il flamen Dialis, quanto ciò che possiamo intravedere dell antica monarchia, lo collegano a Giove; inoltre, il re non è in rapporto con l’intera figura di Giano, ma, a quanto pare, solo con il suo aspetto di Dio che apre il tempo; nessun rito, per esempio, fa intervenire il re sulla soglia di un edificio o sul Gianicolo; e quando il re sembra dare l’ avvio a un'attività compresa fra le antiche competenze sovrane (principio dei Lupercalia, Ov. F. 2, 21; forse, principio della stagione militare, Latte, pp. 117-118), non viene fatto alcun riferimento particolare a Giano. Va ricordato, tuttavia, che esiste un vincolo molto stretto tra Heimdallr e la regalità: non perché Heimdallr sia re, ma perché egli crea la funzione regale, suscita il primo re. Aspetti analoghi sono stati osservati anche in India.


    Note

    9. « Remarques comparatives sur le dieu scandinave Heimdallr », Études Celtiques, 1959, pp. 263-283.

    10. Hyndluljod, strofe 37 e 40; formule iraniche analoghe in una gatha avestica (Yasna 45). Tarpeia, pg. 86-88


    (G. Dumezil, La religione romana arcaica. Rizzoli, 1977 pg. 294-295)

  10. #10
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    Predefinito Re: Dumezil: Heimdallr e Giano, l'archetipo degli inizi ?

    Originally posted by Mjollnir
    Dumezil nella sua analisi comparativa mette in relazione Heimdallr con il romano Giano, in quanto Dèi che presiedono agli inizi.
    Il Dio Bianco sarebbe dunque il Giano germanico ?


    Gli antichi erano consapevoli dell'originalità di Giano: ”la Grecia non conosce questo Dio” nota Ovidio (F. 1, 90). Per lo storico delle religioni è più interessante il fatto che Giano, in Italia, nel Lazio stesso, appaia strettamente romano, con l'unica eccezione dell'etrusco Ani (eccezione importante, poiché probabilmente rivela l'influenza di altri italici)
    [in realtà il Giano etrusco sarebbe Culsans, NdM].
    Giusto Mjollnir Naturalmente il fatto che il Giano etrusco si chiami Culsans invece di Ani non cambia la sostanza del legame di questo con quello romano (Janus ).

 

 

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