Heimdallr il Bianco è un Dio dotato di poteri particolari. Singolare anche la storia della sua nascita - si dice che sia figlio di nove sorelle, forse le onde del mare - ha un aspetto bizzarro a causa dei denti d'oro che gli hanno valso il soprannome di Gullintanni, denti d'oro appunto. Il suo cavallo condivide con il padrone l'aurea specialità: si chiama Gulltopp, cioè ciuffo d'oro. Tra gli Dei, Heimdall non è fra i meno importanti, perché il suo compito è di vegliare su di essi. Perciò il Bianco siede nella sua bella casa che ha nome Himinbjorg, il monte azzurro, situata ai piedi del ponte tremolante Bifrost che unisce Asgard agli altri mondi, e beve in letizia l'idromele degli dei, senza mai dormire. Heimdall, infatti, ha meno bisogno di sonno di quanto ne abbia un uccellino; di notte, i suoi occhi dalla vista penetrante sono svegli e acuti come di giorno, capaci di discernere a cento miglia il movimento di una foglia su un ramo. Il suo udito non è meno affinato: ha fama di percepire il rumore prodotto dall'erba che cresce dalla terra e il fruscio della lana che si allunga sul dorso delle pecore.
Cosa temono gli Dei, al punto di aver posto uno di loro a guardia del ponte di fiamme? L'arrivo dei giganti, questa è la risposta. Al primo sentore di Ragnarok, il suo finissimo udito segnalerà al Dio Bianco che i nemici si sono messi in movimento, e la sua vista perfetta gli permetterà di scorgerli prima ancora che si facciano avanti in armi. Heimdall prenderà in mano la celebre tromba Gjallarhorn, il corno sonoro, che giace in attesa nella fonte di Mimir, e vi soffierà dentro una nota che si udirà per tutti i mondi, perché gli Dei di Asgard si preparino a difendere con le armi un universo destinato a soccombere.
L'antico racconto dice che all'alba dei tempi, Heimdallr si allontanò dalla sua dimora, si lasciò alle spalle i confini di Asgard e andò peregrinando per la terra degli uomini. Una sera si trovava a passeggiare lungo la riva del mare; il tramonto aveva tinto il cielo di rosso, le onde accarezzavano appena la sabbia. Nella luce morente, il Dio arrivò a una capanna: attraverso la porta che era stata lasciata aperta aveva visto brillare le fìamme di un fuoco acceso sulla nuda terra.
Heimdall era un dio potente, venerabile e saggio, e si dice anche che fosse temibile e ardito; ma non si conosce il suo vero aspetto. Tanto più diffìcile è immaginare quali fossero le sue fattezze quella sera, allorché comparve sulla porta della capanna vicina al mare: è noto che gli Dei possono assumere la forma che preferiscono. Si sa soltanto che aveva scelto il nome di Rig, re, e così lo chiama la storia.
Rig, dunque, bussò sullo stipite prima di entrare. Una voce vecchia e stanca lo invitò a farsi avanti. Quando fu all'interno, il Dio Bianco scorse una vecchia coppia seduta a scaldarsi vicino al fuoco sul quale pendeva un piccolo paiolo gorgogliante appeso a una lunga catena che scendeva dalla sommità aperta del tetto di paglia.
«Come ti chiami, straniero?» chiese la vecchia donna con cortesia.
«Il mio nome è Rig.»
«Io sono chiamato Ai» intervenne l'uomo, e voleva dire bisavolo. «La mia sposa si chiama Edda» e significava bisavola «Siedi con noi; tra poco sarà pronto da mangiare».
Rig prese posto sulla panca tra Ai ed Edda. Era grato per l’accoglienza ricevuta nella misera capanna, e così impartì ai buoni vecchi molti utili consigli.
Quando Edda giudicò che la minestra fosse pronta, si alzò, frugò in una cassa malandata posta sul pavimento, tirò fuori una focaccia spessa e mal lievitata, impastata con una farina quasi nera e tutta piena di crusca, e la depose sulla tavola. Versò nelle scodelle di legno una brodaglia spessa e maleodorante e riprese il suo posto sulla panca, tra i due uomini.
Il pasto fu presto consumato, e Rig si trattenne ancora un poco a dare buoni consigli ai due vecchi. Giunto poi il momento di coricarsi, si distese nel centro dell'unico giaciglio formato da uno spesso strato di alghe seccate al sole e ammucchiate in un angolo della capanna. Accanto a lui, ai suoi fianchi, si disposero Ai ed Edda. Più tardi tutti e tre presero sonno.
Tre volte trascorse sulla capanna e sul mare il carro del sole sospinto dal famelico Skoll, tre volte Hati braccò per i cieli la pallida luna, prima che Rig riprendesse il cammino. Quando il Dio partì, dovettero passare altri nove mesi perché il frutto della sua visita apparisse sulla terra. Edda partorì un bambino, lo asperse d'acqua e lo fasciò: aveva i capelli e la pelle scurissimi, e fu chiamato Thrael, schiavo.
Thrael era molto brutto. Crescendo, la pelle delle sue mani si coprì di rughe, le nocche divennero nodose. Le dita si fecero grosse e rosse, la schiena, sempre piegata, finì con l'incurvarsi, i calcagni sporgevano da piedi troppo lunghi e gonfi. Il suo viso, per finire, era davvero orrendo. Ma il ragazzo era molto forte. Con il passare degli anni imparò a impiegare con profitto tutte le sue energie. Giorno dopo giorno, intrecciava corde e raccoglieva legna, enormi fardelli che diventavano sempre più pesanti a mano a mano che le membra sgraziate di Thrael si irrobustivano.
Un giorno, alla porta della capanna si presentò una ragazza. Aveva le gambe storte e i piedi, nudi, coperti di calli e vesciche. Le sue braccia erano bruciate dal sole, come il suo viso, in cui spiccava il naso adunco. Era in tutto e per tutto la compagna di Thrael.
I due giovani sedettero sulla panca, uno accanto all'altra, e parlarono a lungo. Quando poi si furono detti ogni cosa, prepararono il giaciglio che li avrebbe ospitati quella notte, e tutte le notti a venire. Perché Thrael e Thir - questo era il nome della ragazza e significava serva - si erano scelti come sposi.
I loro figli crebbero felici. Si chiamarono Hreim l'urlatore, Fjosnir il mozzo di stalla, Klur il goffo e Kleggi il tafano, Kefsir il concubino e Fulnir il puzzolente, Drumb, Digraldi e Drott, il grumo, il panciuto e l'indolente; nacquero poi Hosvir il grigio, Lut il deforme e Leggjaldi dalle gambe robuste. Erano tutti grandi lavoratori: ripararono la casa, vi costruirono intorno un recinto, concimarono i campi, allevarono i maiali, pascolarono le capre e scavarono la torba per accendere il fuoco.
Thrael e Thir ebbero anche delle figlie, e le chiamarono Drumba e Kumba, la balorda e la tarchiata, Okkvinkalfa dai grossi polpacci e Arinnefja detta naso nel focolare, Ysja la rumorosa, Ambott l'ancella, Eikintjasna il nodo di quercia, Totrughypja la stracciona e Tronnbeina dalle gambe come quelle delle gru.
Dal figlio di Ai e di Edda discese la stirpe dei servi.
Ora la storia torna a parlare di Heimdallr, che continuava il suo peregrinare. Dalla casupola dei due vecchi si era incamminato per un strada diritta, ed era arrivato a una bella dimora. Era l'ora in cui la luce viene meno, perché il tramonto è trascorso da un poco. La porta era aperta; Heimdallr, dopo avere bussato, si fece avanti. Nel centro di una stanza spaziosa ardeva un fuoco, e accanto a esso sedevano un uomo e una donna. L'uomo si chiamava Afì, nonno, e la donna Amma, nonna; erano entrambi intenti nel lavoro.
Afì teneva sulle ginocchia un pezzo di legno, e lo inta gliava per farne un subbio da telaio. La sua barba, non troppo lunga, era ben curata; i capelli erano tagliati corti e arricciati ad arte sulla fronte. Indossava un abito che aderiva bene al corpo ancora vigoroso e ai suoi piedi, sul piancito spazzato da poco, c'era un massiccio cofano intarsiato.
Accanto al marito sedeva Amma. Aveva i capelli d'argento avvolti in una cuffia e indossava una camicia e una veste pulite; un semplice scialle le copriva le spalle, fermato da una spilla di pregio. Era intenta a svolgere del lino dalla conocchia e a filare. Assorbita nel lavoro, allungava e ritraeva le braccia ben modellate. Sul fuoco borbottava un pentolone da cui saliva un buon profumo.
Rig si fece avanti, e Afì levò il capo e lo salutò. Amma gli chiese come si chiamasse e lo invitò a sedere accanto a loro. Rig prese posto tra i due sposi, si fece dire i loro nomi e conversò a lungo, consigliandoli nel migliore dei modi su questo e su quello. Dopo qualche tempo, Amma interruppe ciò che stava facendo, ripose la conocchia e il lino già filato e andò a prendere una bella pagnotta di farina bianca, una ciotola di burro e qualche posata. Sganciò la pentola dalla catena, riempì tre ciotole di brodo e tenera carne di vitello. Tré corni colmi di birra spumeggiante completarono il pasto.
Rig mangiò di buon appetito, sempre continuando a parlare con i due sposi e dando loro buoni consigli. Quando arrivò l'ora di coricarsi, fu il primo a distendersi nel centro del comodo giaciglio corredato di coperte e lenzuola morbide e pulite. Afì e Amma si disposero ai suoi fianchi.
Tre furono i giorni che Rig trascorse nella casa in cui regnavano serenità e agiatezza, poi salutò e partì. Al termine di nove mesi Amma diede alla luce il primo di molti figlioli. Il bambino fu asperso d'acqua e avvolto in morbide fasce. Il nome scelto fu Karl, che significa contadino libero.
Karl era un bel bambino, bianco e rosa e con gli occhi chiari e ridenti. Crebbe in fretta, e divenne un ragazzo forte e ben conformato. Imparò ad aggiogare i buoi e a guidarli per i campi, trascinando dietro l'aratro che egli stesso aveva fatto. Apprese come costruire capanne e stalle dalle fondamenta alla copertura di paglia, a fabbricare carri e a lavorare la terra. Era abile e duttile, e in pochi anni divenne bravo quanto il padre. Allora Afì e Amma cercarono una giovane adatta a lui. La sposa si chiamava Snor, nuora, e quando si presentò per la prima volta nella casa di Karl indossava un mantello di pelle di capra; alla cintura che le stringeva la vita tintinnava un mazzo di chiavi lucenti.
Karl si mise all'opera per costruire una casa; presto tutto fu pronto, il fuoco ardente nel focolare. Allora Snor si pose sul capo il velo da sposa e preparò con Karl il letto nuziale. Lo scambio degli anelli suggellò la loro unione, da cui nacque una messe di figli. I nomi dei maschi furono Hal e Dreng, uomo e guerriero gagliardo, Hold e Thegn e Smid, cioè proprietario terriero, libero e fabbro, che si dimostrò poi abile in qualunque lavoro manuale tentasse. Gli altri furono chiamati Breid il grande, Bondi il contadino, Bundinskeggi dalla barba riccioluta. Bui il coltivatore e Boddi l'allevatore, Brattskegg dalla barba liscia e infine Segg il virile. Erano tutti ragazzi felici. Le loro sorelle ebbero i nomi di Snot l'acuta e Brud la sposa. Svanni la saggia e Svarri la rumorosa; nacquero poi Sprakki e Fijod, la donna e la donna sposata, Sprund la graziosa, Vifla la moglie, Feima la timida e Ristil l'energica.
Questi furono i figli di Karl e di Snor, e da loro discese la stirpe dei liberi coltivatori.
Mentre nella casa di Ai e di Edda e in quella di Afì e di Amma si svolgevano questi avvenimenti, la storia dice che altri non meno importanti avevano luogo in un'altra casa, più bella e più opulenta.
Heimdallr non si era stancato di peregrinare e continuò il suo cammino. Scelse le vie diritte, tralasciò i sentieri contorti e raggiunse un'abitazione. Il Dio vide subito che era ben orientata, perché l'ingresso era esposto a sud, al riparo dai freddi venti del settentrione. La porta, di legno massiccio e lucido, con un grosso anello di ferro istoriato infìsso nel battente, era appena accostata. Rig bussò e, senza attendere risposta, entrò nell'atrio luminoso e imboccò un corridoio che lo portò in una grande sala. Lungo le pareti si allineavano mobili di legno solido e ben intagliato. Il pavimento era cosparso di paglia fresca, cambiata da poco.
I due sposi seduti davanti al focolare non voltarono la testa all'ingresso del forestiero: erano troppo intenti a guardarsi negli occhi e a sfiorarsi, come in un gioco d'amore, le punte delle dita. Poi l'uomo, il cui nome era Fathir, padre, continuando a non dare segno di essersi accorto di Rig, si mise al lavoro. Intrecciò una corda nuova per il suo arco, ve l'applicò, e passò ad appuntire le frecce. Intanto la sposa, che si chiamava Mothir, madre, si guardava le mani, compiaciuta di ciò che vedeva. Si lisciò sul corpo il lungo abito a strascico disegnato con fiori azzurri, sistemò le maniche perché ricadessero con grazia sulle belle braccia. Aveva le sopracciglia molto chiare, e la pelle del collo e del petto più bianca della neve appena caduta. I capelli erano pettinati alti sul capo, e alcuni medaglioni d'oro e di pietre preziose brillavano sulla scollatura della veste.
Rig disse il proprio nome, e fu invitato a prendere posto sulla panca davanti al fuoco, tra Fathir e Mothir. Mentre egli parlava di questo e di quello, impartendo saggi consigli, Mothir stendeva sulla tavola una tovaglia di lino bianco ricamato. Dalla madia posta in un angolo della sala tirò fuori alcune focacce di farina bianca sottili e ben lievitate, morbide e croccanti, e le posò sulla tovaglia. Le stoviglie erano ornate con filigrana d'argento e piene di fette di lardo abbrustolite e di eccellenti carni arrostite e bollite. Burro fresco e formaggio, con zuppa di cavolo, completavano il pasto abbondante, annaffiato da un forte vino rosso servito in calici cesellati.
Quando i tre commensali si erano seduti a tavola, il sole stava calando e si addensavano già le ombre della sera: tanto bevvero e conversarono, che il pasto terminò nella notte divenuta oscura. Rig dette ai suoi ospiti un ultimo consiglio, dopo di che si recò nella camera e si coricò per primo, nel centro del bei letto dalla testata intarsiata. Fathir e Mothir si distesero accanto a lui, l'uomo da una parte, la donna sull'altro fianco.
Nella ricca casa in mezzo ai campi coltivati, Rig trascorse tre notti e tre giorni, come era d'uso per un ospite ben educato. Infine ringraziò Fathir e Mothir e andò via.
Le stagioni si avvicendarono, il sole e la luna si diedero il cambio nel ciclo, le stelle brillarono e furono oscurate dalle nubi. Trascorsi nove mesi, Mothir diede alla luce uno splendido bambino, che fu asperso d'acqua, avvolto in sete e chiamato Jarl, nobile.
Jarl aveva i capelli biondi come il grano, le gote rosate e gli occhi splendenti, e acuti che ricordavano quelli di un serpentello. Era svelto e vivace, e imparò in fretta sotto l'attenta guida dei genitori. Ancora giovinetto, sapeva imbracciare lo scudo e ripararvisi dietro, curvare l'arco, tendere la corda, fissare la punta alle frecce. Appena più grande, imparò a scagliare i dardi sempre più lontano e a brandire la lancia, a montare a cavallo con destrezza, a maneggiare la spada, ad aizzare i cani. In breve divenne anche un nuotatore provetto nelle gelide acque dei fiumi e dei laghi della sua regione.
Jarl aveva oramai raggiunto la maggiore età. Un giorno Rig comparve sul limitare della foresta: il padre era tornato per completare l'educazione del figlio.
Rig uscì dal bosco di betulle che schermava la casa da settentrione e trovò il figlio da solo, nel prato antistante la dimora.
«So che sei il giovane Jarl» disse. «Io mi chiamo Rig, re. Accadde un tempo che mi presentassi alla porta di Fothir e Mothir...» Così Heimdall svelò al ragazzo di essere suo padre, gli impose il nome di Rig e lo riconobbe come figlio. Da quel giorno, e per molti giorni, uscì dal bosco per insegnare a Jarl i segreti delle rune. Il giovane apprese a leggere, a scrivere e a pronunziare le magiche formule per calmare i dolori e acquetare la natura, suscitare e spegnere i fuochi, dare la salute e la malattia. Infine Rig gli disse:
«Ora sei pronto. È arrivato il tempo che ti metta in cammino per conquistare le terre che saranno tue, e su cui governerà la stirpe che uscirà dai tuoi lombi.»
Jarl preparò le armi come aveva imparato a fare e cavalcò per montagne coperte di neve, vallate e boschi oscuri. E quando ebbe trovato il luogo che cercava, appartato dalle vie maestre, alto su una rupe, vi costruì la propria casa e si procurò dei compagni. Brandì la lancia, si coprì con lo scudo, spronò il cavallo e sfoderò la spada; tanto combattè, arrossando i campi di sangue, che in breve fu, da solo, padrone di diciotto domini. Allora si mostrò benevolo e distribuì tesori ai suoi cavalieri, regalando a ciascuno gioielli e pietre preziose, anelli, bracciali, coppe e stoviglie d'oro e d'argento, e cavalli di ottima razza.
Venne poi il momento in cui Jarl volle prendere moglie. Attraverso terreni bassi e paludosi mandò messaggeri alla casa di Hersir, il capitano. Hersir era padre di una bella fanciulla, intelligente e assennata che si chiamava Erna, la donna di valore. Erna aveva i capelli biondi e le dita lunghe e affusolate. I messaggeri la chiesero in sposa per il proprio signore, e Hersir accettò con grande piacere. Così la fanciulla fu scortata da un ricco corteo alla casa dello sposo, e aveva il capo coperto dal velo nuziale, la cassa del corredo ben colma.
Fu un'unione felice, e i figli che ne nacquero ebbero nome Bur il figlio e Barn il bambino. Il terzo nato fu chiamato Jod il ragazzo, il quarto Athal il discendente. Vi furono poi Arvi l'erede, Mog ancora il figlio, Nid e Nidjung il rampollo e il discendente più giovane, Svein il bimbo e Kund il piccolo. All'ultimo nato fu imposto il nome di Kon, figlio di nobile nascita. Erano tutti ragazzi pronti e intelligenti, e impararono in fretta a montare in arcioni e a giocare alle tavole e, quando ebbero l'età, a domare i cavalli, fabbricare scudi tondi secondo l'uso, levigare le frecce e brandire le lunghe lance di frassino.
Ma fu al più giovane, a Kon, che Jarl insegnò a conoscere le rune. Kon ne provò un piacere tanto intenso che in breve supero il maestro: oltre a saper pronunziare le rune della vita e della salute, agevolare i parti, ottundere le lame e placare le onde infuriate, spegnere il fuoco e dare pace, sonno e riposo, era anche capace di comprendere il linguaggio degli uccelli. E siccome nelle gare di rune ne sapeva di più del padre e lo giocava in astuzia, conseguì e ottenne per sempre il privilegio di farsi chiamare Rig e di essere il supremo interprete della magia delle rune.
Un giorno Kon cavalcava nella foresta. Di tanto in tanto arrestava il cavallo e mirava una freccia agli uccelli; spesso, però, preferiva fermarsi ad ascoltare i loro discorsi. Se poi gli uccelli tacevano, li adescava per indurli a cinguettare. Durante una di queste soste, una cornacchia posata su un ramo basso all'altezza del capo di Kon, gli chiese:
«Perché sprechi il tuo tempo a scagliare frecce agli uccelli e ad ascoltare le loro sciocchezze? Faresti meglio a sostituire il cavallo da caccia con il corsiero, a impugnare spada e lancia, e a perseguire la gloria sui campi di battaglia!»
Le parole della cornacchia suonarono alte nel silenzio della foresta.
«Dan e Danp» seguitò l'uccello, e ripetè più e più volte gli stessi nomi, così che parve che stesse recitando una cantilena. «Dan e Danp posseggono case più belle e più ricche delle tue, e i tesori che hanno ammassato sono molto maggiori di quelli contenuti nei tuoi forzieri.»
La cornacchia lasciò al giovane il tempo di imprimersi bene in testa quello che aveva detto, poi riprese:
«Dan e Danp, Dan e Danp sanno guidare una nave per l'alto mare, sanno far uso della spada per affondarla e aprire ferite...»
A questo punto il manoscritto si interrompe. Altri due testi di autori islandesi sembrano aver attinto alla stessa fonte da cui è stato tratto questo racconto. Secondo uno di essi Kon, incitato dalla cornacchia, avrebbe portato la guerra contro un certo Dan o Danpr di Danpstad, in una campagna che gli avrebbe dato la gloria. Sposata la figlia del re vinto, Dona, avrebbe annesso le sue terre. Da Kon e da Dona sarebbe nato un figlio che, chiamato Dan come l'avo materno, avrebbe dato il proprio nome al regno appena costituito, fondando la dinastia dei monarchi di Danimarca.
Estratto della Rigsthula (Il canto di Rig)


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Naturalmente il fatto che il Giano etrusco si chiami Culsans invece di Ani non cambia la sostanza del legame di questo con quello romano (Janus ).

