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Discussione: La nuova...

  1. #1
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    Predefinito La nuova...

    ...Europa

    La fretta dei grandi
    Bruxelles. Il successore di Romano Prodi alla guida della Commissione europea sarà, molto probabilmente, Jean-Claude Juncker: un piccolo (anzi, piccolissimo) alla testa della Grande Europa e il terzo lussemburghese in 25 anni – dopo Gaston Thorn e Jacques Santer – a occupare la carica.
    Di questa ipotesi discuterà stasera il vertice del Partito popolare europeo, gruppo di maggioranza nel Parlamento appena eletto. Juncker è stato l’unico leader in carica – a parte il greco Karamanlis e lo spagnolo Zapatero, che hanno confermato il risultato delle politiche di pochi mesi fa – ad aver aumentato i voti del suo partito, e dopo ben dieci anni al governo del granducato. Anche questa circostanza gioca a suo favore, soprattutto dopo la pesante sconfitta incassata in Belgio da Guy Verhofstadt, su cui peraltro pesano anche un veto britannico e un non gradimento dello stesso Ppe, della cui “famiglia” Juncker fa invece parte.
    Il suo è anche l’unico nome su cui non esistono riserve esplicite se non quelle espresse da lui stesso, chiamatosi fuori dalla corsa mesi fa per rispettare l’impegno assunto con i suoi elettori.
    Ma un appello unanime da parte del Consiglio sarebbe un’offerta che neppure Juncker potrebbe rifiutare.

    Ai “grandi”, in cambio, il “piccolo” Juncker potrebbe dover fare una serie di concessioni.
    Ad esempio la Germania, che lo appoggia anche per le sue doti linguistiche (è fluente in francese e tedesco, come tutti i lussemburghesi, ma parla anche un ottimo inglese), sembra puntare tutte le sue carte sull’eventuale nomina di Günter Verheugen al posto di super commissario per l’Economia, che potrebbe diventare anche uno dei vicepresidenti del nuovo collegio.
    Ma dovrà probabilmente concedere qualcosa alle ambizioni di Peter Mandelson e a quelle del navigato Jacques Barrot, fedelissimo di Chirac già ben installatosi a Breydel, sede della Commissione.
    Andranno confermati o cambiati anche l’Alto rappresentante per la politica estera Javier Solana e il suo vice – vero segretario generale del Consiglio – Pierre de Boissieu. Per Solana il problema è se lui voglia continuare per altri cinque anni senza essere sicuro di ampliare il suo mandato, ad esempio assumendo ad interim anche il posto di commissario alle Relazioni esterne, in vista del futuro posto di ministro degli Esteri dell’Ue: l’eventuale cumulo, o qualsiasi altra soluzione transitoria, richiederà l’assenso del nuovo presidente della Commissione. Per de Boissieu la riconferma potrebbe essere più contrastata, a causa della candidatura del diplomatico danese Poul Christophersen, sostenuto da alcuni “piccoli”. E’ possibile tuttavia che semplici esigenze di continuità amministrativa, anche a breve termine, favoriscano il francese: una soluzione, questa, caldeggiata dalla prossima presidenza olandese, preoccupata delle conseguenze di un vuoto al vertice della “macchina” intergovernativa.
    L’esigenza di mostrarsi uniti ed efficienti, soprattutto dopo il “voto sanzione” delle europee, dovrebbe guidare anche altre scelte del Consiglio, a cominciare da quelle sul Trattato costituzionale.
    Da un lato, infatti, alcuni paesi sembrano impegnati a chiedere nuove concessioni – ovvero limitazioni ulteriori agli articoli più innovativi- presentandole come necessarie per rispondere alle proteste dei loro concittadini-elettori: è il caso, pare, dello stesso governo britannico.
    Dall’altro, non soltanto queste eventuali modifiche non garantirebbero comunque (neppure a Londra) una ratifica più semplice del Trattato, ma produrranno inevitabilmente reazioni uguali e contrarie nel fronte dei paesi più europeisti – grandi o piccoli che siano – col risultato di annullarsi a vicenda. La vera scelta sarà dunque fra un ulteriore rinvio – che potrebbe essere fatale al Trattato – e una conclusione più o meno in linea con le intese di massima raggiunte sotto le presidenze italiana e irlandese.
    Compromessi più o meno buoni dovrebbero così essere raggiunti sul calcolo della “doppia maggioranza” e sulla composizione numerica della Commissione dopo il 2009, con clausole di salvaguardia un po’ per tutti e piccole concessioni più mirate per questo o quel paese. E poi ci sarà la questione polacca, paese abbastanza “grande” per dimensioni e ambizioni, ma “piccolo” per altri aspetti. Il premier attuale, Marek Belka, è senza fiducia parlamentare: gli è stata già rifiutata a fine maggio, e un nuovo voto – dopo il recente reincarico – è previsto per il 24 giugno. Ma la débâcle dei socialdemocratici alle europee è stata devastante, e con un tasso di partecipazione (20 per cento) inferiore solo a quello della Slovacchia. Il Civic Forum degli eredi di Solidarnosc sente profumo di vittoria: perché dunque concedere qualche mese di respiro a Belka quando c’è la possibilità di elezioni anticipate già in agosto? Il problema è insomma quale autorità avrà domani al tavolo dei negoziati del vertice di Bruxelles il rappresentante di Varsavia. Difficile che possa impegnare il suo paese sul Trattato, che verrebbe così comunque rinviato alla presidenza olandese.

    da il Foglio del 16 giugno

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: La nuova...

    In origine postato da mustang
    ...Europa

    Jean-Claude Juncker

    da il Foglio del 16 giugno

    saluti
    "Pat, pat, pat..."

    Do you remember?....

  3. #3
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    Predefinito Appena arrivati...

    ....già delusi

    Varsavia. Di fronte allo stupore per l’alto astensionismo dei paesi nel centro ed est Europa, Lucio Caracciolo, direttore di Limes, durante lo speciale elezioni di Rai 2 ha detto:
    “Forse ci dimentichiamo di un paio di cose. Abbiamo impiegato 15 anni a integrarli, a decidere che sì erano europei. Poi quando sono arrivati li abbiamo accolti non proprio con entusiasmo. Infine, c’è questa Europa che manca di una sua centralità, manca di un progetto di democrazia sovranazionale”.
    Punti che riassumono sinteticamente ma chiaramente i motivi del disinteresse registrato alle ultime europee.
    E’ vero, al referendum hanno votato per l’accesso.
    Ma a un mese dal loro ingresso, si sono visti chiudere in faccia dai vecchi Stati membri le frontiere del mercato del lavoro.
    C’è chi lamenta che proprio da loro l’Unione sperava in una sferzata di energia.
    Così non è stato. Ma non per questo si sono limitati a segnalare indifferenza. Anche molti cittadini dei nuovi Stati membri hanno votato contro i loro governi nazionali, ma non soltanto, vista l’ascesa dei nazionalisti e populisti.
    Contro l’Europa si è espresso gran parte del 20,40 per cento dei polacchi che è andato a votare. E’ vero Samoobrona non ha sfondato come il suo leader Andrezej Lepper si aspettava e con l’11,5 per cento è finito solo quarto, ma i tre partiti che lo precedono sono altrettanto euroscettici, la Piattaforma civica (23,48 per cento), l’ultracattolica Lega delle famiglie (16,42) e il partito di destra, Diritto e giustizia (12,52).
    Sull’astensionismo ha poi inciso fortemente anche la mancanza d’informazione sull’istituzione che i cittadini erano chiamati a votare.
    “Il primato raggiunto in Slovacchia, meno del 16 per cento di votanti, è stato la conseguenza di diversi fattori”, spiega al Foglio Jan Skoda, caporedattore del settimanale Format.
    “Della mancanza d’informazione è responsabile il governo. Non c’è stata pressoché comunicazione, eccetto spot televisivi e radiofonici. Il governo si è defilato, per evitare di vedere scendere ancor più la sua popolarità a causa delle riforme economiche attuate proprio per entrare nell’Unione europea. I populisti di sinistra, Vladimir Meciar e Robert Fico, si sono limitati a cavalcare l’equazione: Bruxelles fa il paio con sacrifici e rincari. Ignorano invece del tutto le funzioni del Parlamento europeo e comunque sono convinti che non incida sulla loro vita quotidiana”.

    Un discorso simile si può fare anche per l’Ungheria, dove è andato a votare il 38,5 per cento. “Certo è la percentuale più bassa mai riscontrata, ma è comunque buona se si considerano i nostri vicini”, dice Nagy Csaba, capo degli esteri del quotidiano il Népszabadság. “La ragione è una. Gran parte degli elettori sono disorientati dall’apparato istituzionale dell’Unione europea. Vi si aggiunge poi un fattore interno. Molti non vogliono votare la destra ma non si riconoscono più nella sinistra di governo”. Stesso discorso per Slovenia e Repubblica ceca (28 per cento di votanti). La consapevolezza di essere piccoli in confronto a giganti come Francia e Germania, che ultimamente (vedi Patto di stabilità) danno l’idea di poter dettar legge, li ha convinti dell’inutilità del loro voto.
    Spostando, infine, lo sguardo verso i Baltici, più che sull’astensionismo torna utile riflettere sulla maggior partecipazione. C’è tutt’ora, seppure con chiari segni di affievolimento, il riflesso condizionato verso il vicino russo il quale, anche dopo il 1° maggio, non desiste dalle sue operazioni di disturbo (è di qualche settimana fa la notizia che Mosca aveva cercato di bloccare l’importazione di beni alimentari dall’Unione europea visto che, secondo il Cremlino, non ci sono certezze sul rispetto delle norme di igiene da parte dei nuovi arrivati).
    Con effetto contrastante però.
    Mentre in Estonia, tra i tre baltici il paese con la più bassa partecipazine (27 per cento), sono gli europeisti socialdemocratici a ottenere tre dei sei seggi, in Lettonia (41,9 per cento di votanti), bocciati tutti e sette i ministri candidati, ce l’ha fatta, con un 10 per cento di consensi, il partito russofono per i diritti civili in una Lettonia unita.
    Infine, l’alta percentuale di votanti (48 per cento) in Lituania non è da tradurre in un acceso europeismo. “Anche qui la gente dimostra un crescente scetticismo che va di pari passo con l’aumento dei prezzi” dice il sociologo Aleksandras Dobryninas. “Il fatto è che abbiamo votato anche per il nuovo capo di Stato”. Come ha detto il filosofo Jürgen Habermas:
    “L’Unione a tutt’oggi appare una costruzione d’élite”.
    A est come a ovest, è mancata una focalizzazione su argomenti sovranazionali. Si è persa l’occasione di porre temi concreti come: se sia meglio una confederazione o se va bene l’Unione; se la Costituzione porterà più trasparenza; se è utile ridurre l’iperattivismo economico a favore di una politica estera e di difesa comune.
    Per questo i cittadini dei vecchi Stati hanno emesso pagelle sui loro attuali governi.
    Per questo i cittadini dei nuovi Stati membri, passato il sogno che Unione equivalesse a vaso di Pandora, hanno deciso di disertare le urne.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Quella vecchia è stravecchia...

    ....quella nuova è invecchiata precocemente

    Roma. La vecchia Europa sembra ancora più vecchia. E la nuova, su cui scommetteva il segretario americano alla difesa Donald Rumsfeld, sembra precocemente invecchiata.
    Lo specchio del 13 giugno riflette l’immagine di un continente “en folie”, di una nave senza rotta e senza nocchiere, dove regnano l’ossessione del particulare e sintomi vari di schizofrenia: un paziente insomma più bisognoso di cure analitiche che di alta ingegneria istituzionale.
    E invece proprio sull’adozione al forcipe della Carta costituzionale, sulla farragine di principi senza radici bocciata sei mesi fa a Roma per l’opposizione di Spagna e Polonia, punteranno i capi di Stato e di governo dell’Unione fin dal prossimo weekend per tappare falle sempre più vistose.
    Fare per far dimenticare è una vecchia ricetta volontaristica, non è detto che funzioni sempre. E dire che sulla carta quello del
    13 giugno poteva essere davvero uno degli esercizi di democrazia più imponenti al mondo: oltre 350 milioni di cittadini chiamati alle urne, 25 paesi interessati, di cui otto vivevano ancora qualche anno fa sotto un tallone di ferro.
    Poteva essere l’occasione per parlare di politica nell’accezione
    alta e nobile del termine, quella che parte dal senso di sé e del proprio ruolo nel mondo, dalla scelta ferma delle alleanze, dai modi di affrontare con risolutezza i nodi della sicurezza, della difesa, della produzione e della distribuzione della ricchezza, della protezione dei deboli.
    Invece le prime elezioni dopo l’11 settembre, dopo il triste ritorno della guerra nel novero degli eventi possibili, non sono state nulla di tutto questo. Una noia mortale, ha scritto il New York Times. Un non evento.
    Che molti hanno accolto con la solita nenia sulla mancanza di democrazia che affligge le istituzioni comunitarie, sull’astruseria di una tecnocrazia lontana che pretende di dire la sua anche sullo standard aureo della zucchina. Sono spesso gli stessi che criticano Bruxelles per meglio nascondere quel mercato del traccheggiamento che è il Consiglio dei capi di governo, ultima ridotta dello Stato nazionale nel continente che lo Stato-nazione l’ha inventato.
    Il fatto inoppugnabile è che 190 milioni di europei sono rimasti a casa, più di uno su due, una media del 54,5 per cento.
    Il non voto può anche essere un segno di fiducia nel funzionamento del sistema, di consapevolezza che la continuità della burocrazia impedisce svolte traumatiche.
    Ma è quanto meno singolare che sia stato polverizzato ogni record d’astensione dal 1979, da quando cioè si tennero le prime elezioni a suffragio universale, proprio ora che il Parlamento potrebbe esercitare veri poteri d’interdizione.
    Nessun partito ha fatto campagna sul ruolo di Strasburgo nel check and balance delle istituzioni, nessun partito ha parlato di federalismo, adesione di paesi come la Turchia, rapporti con l’Islam o con gli Stati Uniti. Nessun candidato ha fatto campagna presentando il proprio bilancio di deputato uscente, criticando il lavoro svolto dall’avversario e nemmeno facendo nuove dichiarazioni d’intenti.

    Gli Stati Disuniti
    L’errore di parallasse ha finito per premiare uomini e gruppi che dell’Europa diffidano o farebbero volentieri a meno, dall’estrema destra fiamminga agli “euroexits” in Gran Bretagna.
    Per confermare la presenza di un forte nucleo di “souverainistes” che vogliono ripristinare l’integralità dei poteri dei singoli Stati nazionali. E per scremare una robusta pattuglia di euroentusiasti, che forse faranno gruppo a sé, dai liberal-centristi francesi di François Bayrou agli italiani della Margherita.
    Una polarizzazione normale, secondo lo storico e politologo Yves Mény che ricorda come gli Stati Uniti abbiano vissuto un processo analogo, punteggiato da lunghi aspri dibattiti tra federalisti e antifederalisti che volevano ridurre al minimo l’Unione: ci vollero però quasi un secolo e una guerra civile per dare all’America la forma che conosciamo.
    Ma in questo continente non si vedono all’orizzonte i partiti e gli uomini capaci di guidare con chiarezza un processo di così lungo respiro.
    La passione visionaria dei padri fondatori è scomparsa.
    La stessa ambizione di Maastricht è lontana, persino l’Europa dei mercanti per niente disprezzabile è al di là da venire.
    Gli elettorinon hanno colpa se il teatro sovranazionale o transnazionale continua ad avere meno fascino del cortile di casa. Come ha scritto il quotidiano francese Libération, il via a un ritorno sgraziato al quadro nazionale l’ha dato proprio il presidente della Commissione che “ha fatto campagna in Italia contro il governo Berlusconi nella veste di leader ufficioso dell’opposizione”.
    Ma sarebbe ingiusto gettare tutte le colpe addosso a Romano Prodi, anche se si è comportato più come un Jacques Santer che come un Jacques Delors.
    In fondo il cancelliere tedesco Schröder e il presidente francese
    Chirac hanno fatto di peggio, hanno messo la testa sotto la sabbia sperando di passare inosservati.
    Nel quadro nazionale rispettivo, l’elettore ha mostrato di saper usare la scheda con la sapienza del politico consumato.
    Gli italiani hanno dato un sonoro avvertimento a Silvio Berlusconi, senza per questo costringerlo a governare per il resto della legislatura in condizioni impossibili.
    Lo stesso hanno fatto gli inglesi, colpendo ma non mortalmente Tony Blair, penalizzato anche dal modo di scrutinio proporzionale. Buoni voti senza lode al socialista Zapatero, non ancora logorato da una lunga azione di governo e che vive ancora lo stato di grazia.
    Preavviso di licenziamento invece per Schröder e Chirac, colpevoli recidivi di sordità al responso delle urne.
    In tutta evidenza le posizioni sulla guerra non hanno influito sul comportamento elettorale e anche questo è il segno di un ripiegamento inglorioso sul proprio ombelico.
    Ha perso pesantemente chi la guerra la osteggiava ed era portato a spalle dal popolo pacifista.
    Ha perso poco chi l’ha appoggiata e pesantemente condivisa. Persino le dolorose vicende degli ostaggi italiani hanno avuto un peso trascurabile, smentendo chi gridava alla speculazione elettorale, allo spot permanente.
    A meno che non si voglia credere che Alleanza nazionale ha preso voti in più perché è andata all’aeroporto ad accogliere i “suoi ragazzi”.
    L’insuccesso, si sa, monta alla testa e non è certo la meno visibile delle schizofrenie all’europea che saranno proprio i due grandi sconfitti del 13 giugno, Schröder e Chirac, a scegliere e a imporre il nome del successore di Romano Prodi.
    E a fare la voce grossa per far approvare la Costituzione: un tempo l’asse franco-tedesco era la chiave di volta dell’edificio europeo, oggi è una zattera per leader al tramonto.
    L’idea di Europa servì a esorcizzare la guerra fra paesi che si guardavano l’un l’altro come un pericolo mortale.
    Fu per l’essenziale il frutto della convergenza tra democrazia cristiana e socialdemocrazia.
    L’Spd è oggi al minimo storico.
    E la spalla francese parla nel vuoto.
    Su un muro della banlieu di Parigi giovani mani hanno scritto: “Gerusalemme agli arabi”, “Allah Akbar!”, “Morte agli ebrei”.
    Nel seggio elettorale di fronte ha vinto, anzi stravinto una lista presente soltanto nella regione Ile-de-France: Europalestine. Ha preso più voti dei verdi, dell’estrema sinistra.
    E del partito del presidente Chirac.

    Lanfranco Pace su il Foglio

    saluti

 

 

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