L'Europa cancella il futuro
di Riccardo Cascioli

Gérard-François Dumont (Sorbona): "La forte denatalità porta al declino
della civiltà, passando dalla crisi economica e sociale. L'immigrazione non
risolve il problema, anzi peggiora quello dei Paesi in via di sviluppo".


Nel 1991 scrisse un libro per mettere in guardia dal suicidio demografico
dell'Europa. Gérard-François Dumont, economista e demografo, è professore
all'Università La Sorbona di Parigi e fondatore nonché direttore della
rivista Population et Avenir. Al suo attivo ha circa 150 pubblicazioni, tra
cui il libro Il festino di Crono. Il riferimento è al dio greco Crono che
giunse a divorare i propri figli pur di restare dominatore assoluto del
mondo. Fatto è che, dati alla mano, chi divora i propri figli ha già segnato
anche il proprio destino.

Professor Dumont, in che modo la denatalità porta al suicidio?

«Possiamo certamente imparare dalla storia una lezione crudele: Atene, Roma,
Venezia, grandi civiltà scomparse la cui eredità ha potuto essere ritrovata
con difficoltà, a volte dopo secoli. Lo schema è sempre lo stesso:
denatalità, invecchiamento, declino e infine decadenza. Ciò che accade in
Europa oggi, quindi, non è una novità. Ciò che è nuovo è l'intensità e la
durata del fenomeno della caduta di fertilità, iniziato negli anni Sessanta.
Dapprima, in modo graduale e costante nell'Europa del Nord, più tardi ma in
modo molto brusco nell'Europa mediterranea. L'invecchiamento della
popolazione, in ogni caso, porta a una difficoltà nella trasmissione dei
valori culturali e a problemi di dinamismo economico».

Lei sostiene che l'attuale difficoltà economica dell'Europa ha una
componente demografica?

«Prima ho fatto riferimento a grandi civiltà del passato, però basta
guardare all'Europa del XX secolo; i periodi d'oro del nostro continente,
dal punto di vista economico e politico, sono quelli precedenti alla Prima
Guerra mondiale e successivi alla Seconda Guerra mondiale, ovvero periodi
segnati da una primavera demografica, con indici di fecondità che negli anni
'50 risalgono ad un livello compreso tra i 2,5 e i 3,5 figli per donna. Tra
le due guerre invece l'Europa è in crisi, ma è anche il periodo in cui si
afferma il pensiero neomalthusiano e vale la pena notare come Hitler salga
al potere nel 1933 in una Germania dove la fecondità (1,6 figli per donna)
era di tre volte inferiore a quella di 30 anni prima. Ma guardando più
vicino a noi possiamo notare l'evoluzione della Germania nell'ultimo
ventennio: negli anni '80 ha avuto un'importante perdita di popolazione e l'
economia è entrata in crisi. Poi negli anni '90 ha ritrovato il dinamismo
economico, ma soprattutto grazie all'immigrazione dall'Est europeo. Caso
strano, quando nel 2000 la Germania ritorna in deficit demografico, l'
economia si ammala di nuovo».

Eppure dalle battaglie politiche di questo periodo siamo portati a pensare
che da un punto di vista economico il problema riguardi soltanto le
pensioni.

«Le pensioni costituiscono forse l'aspetto più appariscente, ma il problema
riguarda l'economia nel suo complesso. Se pensiamo all'Italia ad esempio
potremmo facilmente dimostrare come l'invecchiamento della popolazione
incide significativamente sulla crisi della Fiat. Il mercato dell'auto,
infatti, ha bisogno dei giovani, la fascia sociale più propensa all'
acquisto. Ma questa fetta di consumatori si è molto ridotta e solo le
persone agiate possono permettersi il cambiamento dell'auto, così che il
mercato è molto meno dinamico. In realtà, l'invecchiamento della popolazione
cambia l'intera struttura del consumo, non incoraggia di certo l'economia, e
soprattutto non incoraggia la ricerca e gli investimenti in prodotti nuovi.
Non è un caso che l'Europa investe pochissimo nelle nuove tecnologie, ad
esempio l'e-commerce e i prodotti hi-tech. In questo settore importiamo
praticamente tutto dagli Stati Uniti, che invece hanno una grande economia
anche grazie al loro dinamismo demografico».

Lei ha fatto cenno anche ad un problema culturale.

«Anche questo è molto attuale perché in una società che non fa più figli
tende a crearsi uno squilibrio nel rapporto tra il numero di bambini
autoctoni e quelli immigrati, rendendo più difficile l'assimilazione dei
valori e quindi l'integrazione».

Quindi lei non crede che l'immigrazione, come alcuni sostengono, possa
essere un rimedio alla denatalità dei nostri Paesi?

«Assolutamente no. Anzitutto per il motivo appena detto: per bilanciare la
perdita di popolazione avremmo bisogno di attirare rapidamente decine di
milioni di immigrati, cosa che creerebbe problemi culturali inimmaginabili.
Ma c'è un secondo motivo molto importante: se l'Europa attira forza lavoro
dai Paesi in via di sviluppo, questo significa anche che da quei Paesi
attira anche le forze migliori, impedendo di fatto lo sviluppo di quei
Paesi. Pensare perciò di risolvere i nostri problemi con l'immigrazione è un
metodo molto egoista: se si vuole davvero aiutare lo sviluppo del Terzo
Mondo, si deve anche trovare il modo di non danneggiarlo».

E allora qual è la strada che deve intraprendere l'Europa?

«L'unica soluzione è quella di ritrovare in fretta un dinamismo demografico
in grado di abbassare l'età media della popolazione. E in questa prospettiva
sono allora importanti misure che aiutino la famiglia e i giovani».

Di politiche per la famiglia si parla già da molto.

«Si parla, appunto. La questione è quello che si fa. Tra l'altro non
condivido la tendenza di alcuni Paesi a confondere tra politica sociale e
politica familiare. La prima è una politica di solidarietà momentanea per
aiutare un soggetto a vedere soddisfatto un suo bisogno. La politica
familiare è invece una politica di solidarietà fra le generazioni, un'
affermazione di durata in una società dominata dal consumo immediato.
Considerare la famiglia un semplice oggetto di una politica sociale
significa fare della famiglia un oggetto di pietà e trasmettere un'immagine
molto triste. La politica familiare invece deve permettere alla famiglia di
assumersi liberamente le proprie responsabilità. E ogni potere pubblico che
influenzi la vita delle famiglie deve tendere a questo, dalla pubblicità al
mondo del lavoro».

Ricorda

"Senza figli non c'è futuro. Se i figli sono pochi, in una società di adulti
e anziani, il futuro svanisce. A chi consegniamo ciò che siamo, ciò che a
loro volta ci hanno consegnato i nostri genitori? È vero anche il contrario:
senza futuro non ci sono figli. Quando l'orizzonte si fa incerto o
rischioso, si avverte sempre meno il desiderio di donare la vita, il
coraggio di generare dei figli. Senza figli non c'è futuro. Ma anche senza
genitori non c'è futuro. Un'intera cultura dominante ha scordato il valore
della paternità e della maternità, anche spirituali. Mancano i figli e
mancano i genitori. Ma mancano anche gli educatori e i maestri." (Conferenza
Episcopale Italiana, Senza figli non c'è futuro, messaggio in occasione
della XXVI Giornata per la vita, febbraio 2004)

Bibliografia

Gérard-François Dumont, Il festino di Crono, Ares 1994.
Michael Schooyans, Il nuovo disordine mondiale, Edizioni San Paolo 2000.
Riccardo Cascioli, Il complotto demografico, Piemme 1996.

(c) il Timone n. 30, Febbraio 2004

http://www.kattoliko.it/leggendanera...ndo/dumont.htm