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Discussione: Il dopo...

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    ...voto

    Roma. Se in casa leghista c’era un conto postelettorale da porgere agli alleati di governo si tratta della richiesta di sempre: federalismo. Obiettivo minimo cui è vincolata la lealtà del Carroccio alla maggioranza di centrodestra.
    Che Silvio Berlusconi, pur di ottenere sostegno ai ballottaggi amministrativi del 26-27 giugno, si sia esposto in prima persona garantendo l’approvazione alla Camera delle riforme istituzionali (entro i tempi stabiliti) a via Bellerio viene accolto con soddisfazione.
    Fonti autorevoli assicurano al Foglio che il partito non farà mancare al premier l’aiuto di cui ha bisogno per fronteggiare le impennate di An e Udc.
    Certo non spiace che il Cav. “si trovi oggettivamente ad aver bisogno del nostro contributo, e per ottenerlo sia disposto a rispettare i patti con più determinazione”.
    Ma tra i leghisti c’è anche la consapevolezza che “in questo momento bisogna difendere l’asse del nord, quello con Giulio Tremonti, più debole da quando Bossi si è eclissato e sempre più nel mirino dei finiani”.
    L’intenzione di blindare Tremonti circolava anche ieri nei colloqui informali tra padani (“Se lascia il Tesoro è solo perché lo vuole lui”). E la salvaguardia del ministro dell’Economia sembra l’unica condizione che il Carroccio pone nell’ultimo e decisivo scorcio di una verifica su cui per il resto spande solo la sua insofferenza.
    “Noi siamo inattaccabili – osservano i leghisti – le vicende di sottogoverno devono vederci lontani”. Una posizione spiegata ieri con accento “bossiano” dal (maroniano) direttore della Padania Giuseppe Leoni: “Il complesso di lobby e logge romane da più di un anno manifesta la sua frustrazione: si chiede a gran voce la verifica, si pretendono posti, visibilità e collegialità, perché le fameliche clientele trasversali sono stanche di stare a stecchetto. E adesso, dopo le europee, è ripartita alla grande la liturgia della Prima Repubblica che vuol arrivare al rimpasto o meglio al governo-bis e tris e poker.
    La sfida del ritorno al passato si è riaperta con impressionante virulenza. Ma indietro non si può tornare, bisogna solo tener duro. Presidente Berlusconi si dimostri brianzolo fino in fondo: meno poltrone e più riforme”. Se invece il Cav. rimanesse ostaggio della lobby romana, in presenza di agguati al ddl sulla devolution, l’exit strategy leghista è pronta. Già pianificata da Bossi in perfetta coincidenza con la sua rentrée nella scena pubblica: uscita dal governo prima della fine dell’estate, improvvisa recrudescenza della battaglia contro l’Unione europea, nuova sterzata in senso marcatamente autonomistico.
    In realtà la prospettiva non seduce troppo il leader, che dopo aver abbassato il tasso di litigiosità interno al suo partito è ora convinto di poter assistere alle turbolenze degli alleati senza contraccolpi. In attesa di passare all’incasso in autunno e premere affinché la legge sull’immigrazione trovi un’attuazione più concreta tra magistrati e forze di polizia.
    Intanto Bossi sta riflettendo sull’opportunità di fare l’eurodeputato. Il disimpegno dal governo gli offrirebbe la possibilità di “liberarsi le mani” e rilanciare il Carroccio con più vigore. Senza contare che, visti i tempi della riabilitazione cui si sta sottoponendo, l’impegno a Strasburgo risulta meno gravoso di quello da ministro.
    Ancora nulla di certo, ma nel caso Bossi rinunciasse al seggio europeo a beneficiarne potrebbe essere Matteo Salvini, direttore di RadioPadania e primo dei non eletti. Su di lui, tuttavia, pende una mezza scomunica dello stato maggiore leghista.
    Era stato redarguito dopo che, sul sito dei Giovani padani, aveva inopinatamente accostato a un suo messaggio elettorale il nastro audio registrato dal capo il 31 maggio. Ora è accusato d’essersi disinvoltamente servito, sempre a fini elettorali, del database della radio che dirige. I testimoni ironizzano: “E’ riuscito nell’impresa di avvicinare Maroni e Calderoli”, accomunati dall’irritazione.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Lo vogliamo affrontare il...

    ...nodo Alitalia?

    Roma. Poi dicono che non bisogna sempre guardare all’America, in cerca di ispirazione.
    Da noi, ieri in Alitalia è stata aggiornata a lunedì la trattativa con i sindacati dei piloti per vedere di sottoscrivere anche con loro un’intesa sul recupero di produttività e risparmi retributivi simile a quella già raggiunta con altri comparti dei dipendenti della compagnia.
    Disponibilità significative, intendiamoci, ma non è certo con qualche magro milioncino di euro risparmiato sui trattamenti (solo 5, dai piloti) che possono tornare i conti a Giancarlo Cimoli.
    Per il resto, nessuna novità sulle scelte “pesanti” che gravano sul futuro della società, anch’essa ibernata sul tavolo della verifica e dei contrasti tra i diversi orientamenti delle forze di maggioranza e dei ministri competenti, con i giornali impegnati ad aggiornamenti ormai quotidiani intorno alle probabilità che il prestito ponte arrivi, se sia o meno subordinato all’immediata cessione di migliaia di dipendenti a cavalieri bianchi tipo Finmeccanica e Ibm, o se invece si punti a una forma di amministrazione straordinaria al fine di meglio affondare il coltello e ridisegnare dalle fondamenta la mission aziendale, e verificare la disponibilità all’ingresso di capitali apportati da privati italiani e stranieri. Quello che si sa da mesi, insomma, e che colpevolmente si lascia senza risposta.
    Che succede, invece, in America? Che Gerald Grinstein, l’amministratore delegato della terza compagnia americana, Delta Airlines, informa gli analisti di Wall Street di non poter escludere che non si stia avvicinando la fine, vista l’impennata dei costi del carburante e la perdurante contrarietà dei piloti a ridursi lo stipendio di un terzo (per 850 milioni di dollari di risparmi, mettetevi nei panni di Cimoli pensando a che cosa gli avverrebbe se avanzasse richieste di questa entità). Succede poi che la seconda compagnia americana, la United Airlines, che dal dicembre 2002 è nell’amministrazione controllata secondo il Chapter 11 del codice fallimentare Usa, ha avanzato al governo federale la richiesta di un nuovo prestito garantito dal Tesoro per un miliardo e 600 milioni di dollari, sostenendo che in sua assenza non può farcela a rimettersi in sesto.
    E’ la seconda volta che avanza una simile istanza, dopo quella analoga che venne respinta appunto nel dicembre 2002, obbligandola alla dichiarazione d’insolvenza.
    La United sotto il nuovo amministratore delegato Glenn Tilton ha tagliato i suoi costi in maniera impensabile per gli standard europei, 2 miliardi e mezzo di dollari l’anno solo da decurtazioni salariali (i dipendenti della United sono tre volte quelli di Alitalia, fatte le proporzioni è come se Cimoli chiedesse ai suoi di tagliare salari per 600 milioni di euro l’anno), più altri 3 miliardi di dollari di costi fissi. Ha lanciato una compagnia low cost, la Ted, ha mandato a casa tutti i suoi manager di prima fila, ha assoldato Robert Redford per tentare di rilanciare la propria immagine nei commercial televisivi. E grazie a un lobbying efficace si è procurata fior di sponsor politici, a sostegno del prestito garantito. A cominciare dal capogruppo dei repubblicani alla Camera dei rappresentanti, Dennis Hastert, autorevole congressman eletto nell’Illinois. Che dall’inizio della settimana ha preso a bombardare il segretario al Tesoro John Snow, per sostenere la causa.
    Ma l’Amministrazione non ha avuto dubbi. L’organo tecnico presso i Trasporti incaricato di pronunciarsi ha votato all’unanimità respingendo la richiesta. Il governo federale ha garantito 10 miliardi di dollari al trasporto aereo dopo l’11 settembre (che le compagnie devono restituire).
    Altra cosa è aiutare a stare sul mercato chi non ne ha le forze.
    Washington Post e New York Times hanno plaudito, con tonanti editoriali “No Airline Bailouts”, basta coi salvataggi di Stato.
    Sognate gente, sognate. Buoni e tranquilli, ché da noi va in onda la verifica.

    saluti

 

 

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