Il Kosovo: paradigma dell'ennesimo flop del Palazzo di Vetro. A cinque anni tondi tondi dalla fine della guerra Nato e dall'inizio del protettorato Unmik, la comunità internazionale è di nuovo costretta a fare i conti coi guasti causati dalla mancanza di una politica concordata e unitaria. E basta poco per vedere quali risultati disastrosi abbia prodotto in una regione grande quanto il Molise. Benché vi sia la più alta concentrazione al mondo di truppe straniere per chilometro quadrato (25 mila), il crimine organizzato è proliferato indisturbato, con volumi d'affari da capogiro (secondo fonti della Kfor l'80 pc del Pil è frutto di traffici: prostituzione, droga, sigarette); poi c'è lo spettro del terrorismo che si aggira minaccioso sebbene la penetrazione dell'Islam radicale non sia riuscita ancora a far breccia nella popolazione. E ancora: il tasso di disoccupazione è al 70 per cento; il comparto economico tira avanti grazie agli aiuti internazionali e la convivenza tra la minoranza serba cristiano-ortodossa (circa 200 mila persone) e l'etnia kosovaro-albanese, musulmana (circa 2 milioni) al momento è solo un pio intendimento senza appigli nel concreto. A questo poco rassicurante quadro va aggiunta - per completezza di cronaca - la debacle di quella 'road map' studiata per dotare il Kosovo di standard europei. Il Ksip (Kosovo Standard Implementation Plan) di fatto resta lettera morta per la quasi totalità degli obiettivi prefissati. Così l'Onu -dopo i disordini del 18 marzo- ha deciso di far slittare 'sine die' ogni decisione sullo status finale da assegnare alla regione. In ballo c'è il tema dell'indipendenza da Belgrado richiesto a gran voce dall'etnia albanese. Inizialmente era stata fissata una data: il 2005, ma è chiaro che in queste circostanze sembra irrealistico affrontare un nodo istituzionale così complesso e in un contesto così instabile. Inoltre il Parlamento di Pristina non sarebbe in grado di controllare politicamente del forze dell'Uck. Dopo i fatti di marzo - 31 morti, 286 case bruciate, 30 monasteri ortodossi incendiati, 600 civili feriti e 3 mila serbi costretti a lasciare le proprie case - il capo dell'Unmik, Harri Holkeri si è dimesso. A riprova del fallimento dell'Onu. Oggi come oggi in Kosovo sono in pochi coloro disposti a difenderne l'operato. Persino il partito di governo del Presidente Rugova, Ldk, dice: "non possiamo più ingannare il nostro elettorato, poiché non ci sono più argomenti a difesa dell'Unmik". Parole impensabili che fino a qualche tempo fa il segretario del partito, l'autorevole Kol Berisha, non si sarebbe mai sognato di pronunciare.




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