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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito La Somma NON fa il Totale

    da www.stampa.it

    " Pierluigi Battista
    Lista unitaria, la somma non fa il totale
    Uniti, certo. Ma se gli artefici del listone Uniti per l'Ulivo avessero prestato attenzione a una delle più spietate costanti elettorali dell'Italia repubblicana, se avessero spulciato dati e precedenti, se avessero sondato le regolarità segrete che hanno segnato la storia delle sorprese scaturite dalle urne in quasi sessant'anni di democrazia parlamentare, si sarebbero esposti a questa ben magra figura? Avrebbero prestato il fianco ai più celebrati motteggi alla Totò, secondo il quale "è la somma che fa il totale".
    [La Stampa ] ...
    "

    Saluti liberali

  2. #2
    MANDA A CASA LA CASTA
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    VUOL DIRE CHE NONOSTANTE VOLESSERO PERDERE........ HANNO VINTO.......
    QUANDO C'è PRODI DI MEZZO SBAGLIANO SEMPRE I CALCOLI......

  3. #3
    SENATORE di POL
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  4. #4
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    dal quotidiano LIBERO di oggi 15 giugno

    " Margherita in rivolta: la Quercia comanda troppo
    Ai moderati del centrosinistra solo sei seggi: «I ds hanno boicottato i nostri uomini»
    ROMA - [el.ca.] Lista o non lista, il malumore dentro la Margherita c'è. Su un totale di 25 seggi conquistati dal Triciclo, ben 12 o forse 13 sono andati ai diessini. Il partito di Francesco Rutelli, invece, è riuscito a farne eleggere solo sei: Patrizia Toia, Enrico Letta, Federico Andria, Lapo Pistelli, Luigi Cocilovo e Paolo Costa o Gianluca Susta a seconda di cosa sceglieranno Lillli Gruber e Michele Santoro, eletti in due circoscrizioni (Nord Est e Centro, Nord Ovest e Sud). In ogni caso, la Margherita porterà a Bruxelles la metà degli eletti diessini. Solo due in più di Rifondazione che, in termini di voti, vale meno della metà. Colpa di chi ha fatto le candidature, accusano loro, e ha regalato collegi e posizioni migliori in lista a esponenti della Quercia. Oppure a indipendenti, tipo Santoro e la Gruber, che sono di area diessina. Colpa soprattutto della sopravvalutazione delle capacità organizzative della Margherita e della scelta, mai apprezzata da Franco Marini e soci, di non diventare mai un partito vero e proprio, di non avere lavorato al radicamento sul territorio come forse si sarebbe dovuto. Per contrastare la potenza di fuoco della vecchia e ramificata struttura degli eredi del Pci, lamentano a piazza Santi Apostoli, bisognava organizzarsi per tempo. Non si doveva lasciare l'indicazione delle preferenze nelle mani dei dirigenti locali. Occorreva, magari, calcolare scientificamente la distribuzione delle preferenze come hanno fatto, giusto per fare un esempio, Rifondazione e l'Udc. Il risultato delle urne, insomma, ha fatto riaffo- rare la solita competizione tra "cugini". Il più arrabbiato, raccontano, è Marini, responsabile dell'organizzazione e uomo della macchina. Si rimprovera ai diessini di aver imposto nelle liste del Triciclo una folta pattuglia di uomini loro. A spese degli altri. Metti il caso di Enrico Letta, capolista al Nord Est. L'ex minsitro ulivista è andato bene. Ha incassato, con grande successo personale, circa 150mila preferenze. Una enormità, vista l'età e il curriculum relativa- mente breve seppure autorevole. Ieri in Transatlantico era raggiante, quasi incredulo. «Centocinquamila è un'enormità...», ripeteva. Ma la scelta di affiancargli anche l'ex inviata della Rai, che tra l'altro era già candidata come capolista nella circoscrizione del Centro, non è stato proprio un favore. Il risultato è che l'ex mezzobusto del Tg1 ha superato il delfino di Romano Prodi, l'uomo che rischia di essere il prossimo candidato premier dell'Ulivo. Ancora. Si accusa il quartier generale della Quercia di avere mobilitato le strutture solo a favore dei loro candidati, di aver fatto campagna elettorale pro domo sua e basta. La logica dei partiti, insomma, resiste eccome anche dentro il listone. Ed è un argomento usato da chi, dentro entrambi i partiti, avversa il progetto unitario. Il Correntone dentro la Quercia, una pattuglia di ex popolari dentro la Margherita danno la colpa all'idea stessa della lista. Il fatto che un partito sia stato penalizzato (vedi la Margherita) o che sia andato meglio presentandosi da solo (il caso dei Ds alle Amministrative), dicono, è solo un'ulteriore conferma che l'unità non porta voti. E, soprattutto, che il faccione di Prodi non è più un valore aggiunto per gli eredi della Democrazia cr istiana. La competizione tra i due maggiori partiti del centrosinistra è, infatti, "aggravata" dai risultati delle Amministrative. Sia Ds che Margherita hanno ottenuto, in proporzione, un risultato migliore che alle Europee. Il partito di Rutelli, sostengono a via Nazionale, non è andato benissimo. Si è attestato al 10%. Diversa lettura si fa nella Margherita, dove Rutelli brindava: «Abbiamo fatto uno straordinario en plein». Resta il fatto che il partito degli ex dc ha preso più voti sul territorio di quanti ne abbia presi a livello nazionale. Vero che la stessa cosa vale per i Ds che si aggirano sul 23%. «Questo dimostra quanto siamo generosi», ha commentato il segretario della Quercia, spegnendo sul nascere la polemica. I "cugini" scontenti, però, sostengono lo stesso: se alle Amministrative si è raggiunto il 10%, significa che nell'altro voto siamo stati penalizzati dalla composizione delle liste.
    "

    Saluti liberali

  5. #5
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    dal quotidiano IL GIORNALE

    " il Giornale del 16/06/2004


    --------------------------------------------------------------------------------

    A sinistra sfiorisce il centro
    Renzo Foa
    --------------------------------------------------------------------------------

    Non c'è più il Margheritone pieno di petali che, nel 2001, era cresciuto quasi come la Quercia, fino al 14,5%. 1 risultati delle amministrative hanno sollevato il velo sulla composizione dell'elettorato del Listone e hanno emesso un verdetto abbastanza duro per il partito che si ispira a Romano Prodi: è ormai lontano il sogno di affiancare o superare i Ds i quali sano usciti dalle elezioni per sindaci e presidenti di provincia con un peso equivalente ai due terzi dell'Ulivo, lasciando gli alleati al palo (nel complesso delle provinciali il 23% contro 1'11). E basta dare uno sguardo qua e là per capire, quanto sia stato piegato lo stelo della Margherita che in una città come Bologna - che ha eletto trionfalmente Cofferati - è rimasto sotto il 7%, che a Firenze è poco sopra 1'8, che a Bari è al 7,4, mentre a Milano è solo al 6,6. Sono quote marginali di azionariato politico in aree metropolitane che rappresentano un indice nazionale. l "moderati" del centrosinistra, anche dove raggiungono le loro percentuali migliori, soprattutto nel Mezzogiorno, non riescono ad avere un peso tale da poter bilanciare non solo quello dei diessini, ma nemmeno quello dato dalla somma dei partiti antagonisti. Nei petali persi dalla Margherita c'è forse la spiegazione del rebus rappresentato da quel 31,1% raccolto dall'Ulivo, inferiore alla somma dei partiti che lo compongono e delle attese della sua leadership. Ha probabilmente ragione Giuliano Amato, quando dice che la falla si è aperta al centro e quando, parlando del votò per il ritiro dall'Irak come di un errore, solleva la questione di un nodo irrisolto tra estremismo e moderazione. Forse ci sono anche altre ragioni. Forse c'è il peso del tradizionale insediamento territoriale dei Ds e della loro rete di potere locale. Forse è il sintomo di un processo politico sotterraneo - che si è manifestato anche nella Casa delle libertà, con quel terzo di elettorato di Forza Italia in libera uscita - che mostra la tentazione di un ritorno alle case di origine considerate più accoglienti, quelle post-comuniste, post-democristiane o neo-socialiste. Ma, qualunque sia il motivo, i numeri dicono che Romano Prodi è il leader di uno schieramento all'interno del quale il peso della sua area di riferimento si è ridotto. Anzi, di più, è schiacciato fra l'ampiezza di una Quercia tornata a crescere e la costellazione antagonista che va da Bertinotti a Di Pietro e che nei fatti rappresenta già la seconda gamba dell'alleanza. Certo, il professore bolognese non si è ridotto come Mastella, non è seduto su uno scomodo strapuntino, resta l'unico ad aver vinto contro Berlusconi nel decennio del bipolarismo italiano. Però, come già avvenne nel 1996, il suo tallone di Achille resta l'esiguità del suo peso elettorale, un problema che nel 2001 sembrava quasi risolto e che ora si ripropone. Sembra di sentire di nuovo la sferzante battuta di D'Alema: "Noi mettiamo i voti, gli altri il presidente del Consiglio". Del resto sono mesi che la leadership del centrosinistra è in discussione e tutto induce a pensare che le riserve sul candidato premier siano ben più diffuse di quanto non appaiano. Le stesse diverse opinioni sulla forma in cui il centrosinistra si presenterà alle regionali del prossimo anno riportano in realtà alla questione mai chiusa di chi dovrà guidare l'opposizione alla sfida delle politiche: nel dilemma fra ("ognuno per sé" e il presentarsi di nuovo uniti appare in modo trasparente anche la silenziosa contestazione di Prodi o, meglio, le contestazioni visto che sono di segno e di origine diversi. Fino a quella nata dall'ultima contraddizione, grazie alla quale "il leader dei moderati" si è presentato sul nodo iracheno con la stessa linea politica dei "senza se e senza ma". Si capisce così la fretta con la quale il quasi ex presidente della Commissione europea ha proposto di convocare subito un'assemblea costituente dell'Ulivo: tagliare i tempi, impedire che la conta fra gli alleati riaccenda la conflittualità, guidare lui il processo di unificazione, assumendo su di sé l'intero 31,1% invece della percentuale della Margherita. Dando l'immagine di un centrosinistra composto da una grande area moderata, riformista, come si usa dire, e da una minoranza antagonista. Ma è solo un'immagine virtuale, dietro alla quale con queste elezioni si è invece aggravato il problema che l'Ulivo non è mai riuscito a risolvere: quello di non essere solo un'alleanza di sinistra - dalla Quercia alla Cgil, a Rifondazione - con un'appendice che viene dalla De o dal Psi. E ln primo, luogo, un problema di identità .politica,, ma e soprattutto un problema per gli elettori. Gli analisti dei Mussi elettorali hanno cominciato a dirci - lo ha fatto ieri il prof. Renato Mannheimer - che dei voti mancati al Listone il quoziente della Margherita è stato superiore a quello dei Ds. Si è aperta una crepa? C'è solo astensionismo? Oppure - questa è poi una delle domande che riguardano il futuro del sistema politico italiano - la crescita dell'Udc ha anche un qualche rapporto con i petali persi da Rutelli e Prodi?
    "


    Saluti liberali

  6. #6
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    Battista ha detto un’idiozia, visto che per esempio la Margherita ottenne un eccellente 14.5% (anche per l’effetto traino di Rutelli). Inoltre Uniti nell’Ulivo ha avuto bene o male gli stessi voti del 2001, quando DS e Margherita insieme fecero il 31.1; togliendo l’UDEUR e inserendo SDI e MRE si nota una tenuta, per non dire un lieve incremento.
    Con un Prodi tutto impegnato nel centrosinistra potremo fare ancora meglio.

  7. #7
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    Battista parla di... o sottende anche ad altro, ossia non dei voti, ma degli eletti.....da un lato......e del flop della Margherita che in talune grandi città ha perso dal 20 al 35/40% dei propri voti del 2001....traino o non traino di sorrisointelligente (o Prodi sceso in campo.... è davvero una zavorra per il sedicente "centro" che sta con la sinsitra?).

    Shalom

  8. #8
    Arrivederci a Tutti!
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    E'un FLOP...

    inutile girarci attorno...

    che sbruffoni...

    per Mesi vi abbiamo sopportato...(sondaggi,insulti,slogan...)

    e questo è tutto?...beaqti quelli che si accontentano!...

    ma va là...fatevi una camomilla!

  9. #9
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    Se la Lista avesse candidato Prodi, contro Berlusconi, avrebbe sicuramente preso più voti.
    Ma ha preferito scegliere candidati non ingannatori, senza mettere nomi che con l'Europa non centravano nulla. Scelta nobile che è costata qualche punto.

    Ed è logico che senza Prodi la Margherita sia in tono dimesso... Se FI facesse un'elezione senza Berlusconi capolista chi la voterebbe? Forse nemmeno Fede...

    Un altro punto è la frammentazione del voto, i partiti piccoli, aiutati dai contrappelli berluschini, hanno fatto il pieno da una parte e dall'altra.

    Un ultimo punto sta nella valutazione delle amministrative dove si vede bene che i DS hanno uno zoccolo duro del 16-17% che la Margherita non ha e che, come partito giovane legato ad un premier, non può avere. Ma dimostrano anche come il traino di un grosso assembramento unito sia fondamentale nel maggioritario dove, in termini di appeal sull'elettorato un eventuale partito da 30-35% (l'Ulivo) vale più della somma di tre partiti dello stesso valore (FI-AN-Udc).
    E questa sarà la sfida delle prossime elezioni, scommettiamo?

  10. #10
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    dal quotidiano di via Solferino

    " Corriere della Sera del 18/06/2004


    --------------------------------------------------------------------------------
    Perché la Lista Prodi non ha vinto

    Il multiciclo dell'Ulivo
    Giovanni Sartori
    --------------------------------------------------------------------------------

    Berlusconi ha perso vistosamente le elezioni europee: puntava sul 25 per cento, ha ottenuto il 21. Ma anche il Listone prodiano ha perdicchiato: puntava sul 33%, ed è arrivato soltanto al 31,1 (checché quisquili Fassino). Chi ha vinto? A destra sicuramente Follini; ma anche Fini, che tiene bene (vista la defezione di Alessandra Mussolini), e la Lega. E a sinistra? A sinistra nelle Europee hanno vinto le sinistre estreme, «fuori Listone», che hanno portato a casa un 12%, mentre le sinistre nel loro insieme, senza Listone prodiano di mezzo, hanno funzionato egregiamente nelle elezioni amministrative.
    Tutto chiaro? I dati sì i problemi che pongono, no. Primo problema. Il voto europeo di centro-destra si è ridistribuito al proprio interno senza subire erosioni alla sua sinistra. Il che equivale a dire che il Listone prodiano non ha minimamente sfondato al centro, e cioè alla sua destra. Perché? Secondo problema. Il voto amministrativo è andato molto meglio, per la sinistra, quando le sue molteplici componenti sono andate in ordine sparso, e cioè «disunite». Perché?
    Ripartiamo dalla domanda se la formula «Uniti nell'Ulivo» ha funzionato o no. Prodi non ha dubbi, ed ha già rilanciato: per il 2006 il Triciclo di oggi deve diventare un «multiciclo» di tutti (un dieciciclo?).
    Fassino ha subito assecondato. Io sono mentalmente meno veloce di loro, e ci devo pensare. Anche se la leadership di Prodi non ha alternative (il che può essere), resta da capire se l'unione fa la forza, e cioè se alla sinistra convenga di trasformarsi in un partitone più o meno unico. Forse qualcuno ricorderà che io sono stato contrario a questa strategia sin dall'inizio; e quindi può darsi che io sia prevenuto. Ma l'altro giorno abbiamo avuto l'ennesima conferma della regola che invocavo allora, e cioè del fatto che due o più partiti che si alleano, o che si fondono, ottengono spesso una somma negativa, e cioè perdono voti.
    Il caso memorabile è che quando nel 1968 i due socialismi di allora - il Psi di De Martino e il Psdi di Tanassi - si allearono, la loro sconfitta fu clamorosa: separati avevano un 20%, uniti si ritrovarono a un 15%. Allora si disse che quelle due sinistre erano troppo distanti e troppo eterogenee per potersi sommare. Era proprio così. Ma il gran calderone che va da Rutelli a Bertinotti, dal mite Boselli allo scatenato Pecoraro Scanio, non è forse ancora più eterogeneo, ancora più scollato?
    Comunque sia, il punto essenziale resta come mai il Listone prodiano non abbia minimamente attratto il voto di centro del centro-destra. Berlusconi era in difficoltà, ma i suoi «moderati» sono passati a Follini. Torno a chiedere: perché? In dottrina la risposta è nota e collaudata da più di cinquant'anni: è che quanto più un partito si sposta a sinistra (o anche, all'inverso, a destra), tanto più regala lo spazio di centro (e cioè il voto che può oscillare) alla sua controparte. E il fatto è che di recente la nostra sinistra si è vieppiù spostata a sinistra. Bertinotti cresce e incanta (persino un buon terzo dei Ds, il loro cosiddetto «correntone»). E così fa scappare i moderati.
    Nel 1920 Lenin scriveva L'estremismo, malattia infantile del comunismo . Parafrasando quel titolo direi che l'estremismo è sempre più la malattia infantile (o forse senile) del nostro sinistrismo. Se Bertinotti non esistesse, Berlusconi lo dovrebbe inventare. Oramai è la sua migliore carta vincente.
    ".


    Mi pare che non ci sia molto da aggiungere.

    Saluti liberali

 

 
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