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    Predefinito La "settimana di passione" di.....

    .....Berlusconi

    iniziando dall'ultimo giorno

    Roma. “Veder bruciare Milano provocherà nella Casa della libertà un effetto tre volte più grave di quello prodotto sull’Ulivo dalla perdita di Bologna, nel 1999” dice Paolo Mieli al Foglio.
    La sconfitta milanese è “altamente probabile, ampiamente possibile” e, se sconfitta sarà, il ricordo di Bologna, puntualmente
    riconsegnata al centrosinistra, non potrà che sbiadire al confronto. “Perché a Bologna i Ds misero una candidata improvvisata e di poco prestigio, Silvia Bertolini, non certo paragonabile a Cofferati, mentre a Milano c’è Ombretta Colli, che è stata un’ottima amministratrice della Provincia, realmente stimata, una che si è impegnata moltissimo e ha affrontato con grinta le crisi politiche più difficili – e certamente, se perderà,
    lunedì mattina vuoterà il sacco e spiegherà bene com’è andata, la perdita della Provincia.
    E perché tutto questo avviene a due settimane di distanza da un voto che, non per Berlusconi e non per Forza Italia, ma per la Casa delle libertà è andato bene: un pareggio che si distingue dal voto di tutti gli altri paesi europei, eccezion fatta per la Grecia e per la Spagna. L’Italia si salva per il rotto della cuffia, ma
    inaspettatamente le due settimane che separano un voto
    dall’altro vengono utilizzate da Berlusconi e dalla Casa delle libertà per uno scontro che lascia senza fiato e manda un messaggio agli elettori molto scoraggiante.
    E’ una Bologna, come effetto, ma è una doppia Bologna perché il candidato è più serio, ed è una tripla Bologna perché viene a infrangere un risultato non malvagio per la Casa delle libertà. Una sconfitta che può essere dirompente, più di quanto adesso ci si immagini”. Una sconfitta evitabile, che sa di sciatteria arrogante, e quindi più colpevole. “Queste due settimane hanno molto peggiorato la situazione, si è litigato per ogni questione, si è offerto uno spettacolo di crisi rinviata, certo non adatto a riscaldare un elettorato o invitarlo al voto in una settimana di giugno: tutto questo deriva dalla sottovalutazione di un problema grave per la Casa delle libertà, poiché oggi in quasi tutti i capoluoghi di regione, Torino, Genova, Venezia, Trento, Bologna, Perugia, Firenze, Ancona, Roma, Napoli, Bari e Potenza, il centrosinistra è riuscito a ottenere di governare città e provincia. Una spina dorsale italiana fatta da governi riconquistati dal centrosinistra, che nel 2002 si è ripreso Verona e Monza, e nel 2003 il Friuli e la Provincia di Roma: è una storia che viene da lontano.
    E, come è noto, Milano (Provincia e Regione) formava cerchi concentrici che la rendevano una città simbolo, inespugnabile; il fatto che questo cerchio di mezzo si sia rotto fa avvertire uno scricchiolio sia per il cerchio esterno, la Regione, sia per quello interno, il Comune: sono gli stessi elettori che voteranno per il Comune di Milano, ed è ovvio che le prossime elezioni si cominciano a preparare sotto una luce diversa, molto compromessa”. Una strana luce che può irradiarsi facilmente, e velocemente, dappertutto. “Certamente sì, perché tira un’aria di dissociazione, di scarsa lealtà: non so quanto, al di là delle dichiarazioni ufficiali, elettori dell’Udc, di An, della Lega, che ha cominciato a fare discorsi che guardano al centrosinistra, e di Forza Italia, divisa tra potentati in lotta tra loro, possano formare quel clima adatto a far vincere le elezioni. Ed è evidente, a chiunque si occupi seriamente di questi problemi, che la responsabilità è di Silvio Berlusconi”.

    Una coperta di finte buone relazioni
    Individuato il colpevole, urge elenco delle colpe del colpevole.
    “Ci si aspetta che dopo un’eventuale sconfitta Berlusconi cambi registro, nella tessitura delle alleanze e nel modo di governare: ha eroso volontariamente e progressivamente tutta l’area del consenso limitrofo, basti guardare ai rapporti con la Confindustra, clamorosi. Vengono nascosti sotto una coperta di finte buone relazioni, ma è evidente come il contatto con un mondo non irrilevante, quello degli industriali italiani, è stato compromesso in maniera forse irrecuperabile, e così è andata per tutti i settori del mondo che non sono patrimonio acquisito della Casa delle libertà.
    Questo occuparsi solo di ciò che è dentro i recinti, senza mai guardare fuori dai confini, Berlusconi lo sta pagando, e lo pagherà, ad altissimo prezzo”. In Italia “la maggioranza degli elettori è di centrodestra: mandati alle urne all’improvviso, con due candidati nuovi, senza costruzione alle spalle, il 52, 51 per cento è di centrodestra, e il 48 di centrosinistra”.
    Ci vuole un lavoro particolare per perdere questo vantaggio (in cui almeno otto punti vanno conquistati in termini di alleanze), pare però che Berlusconi ce l’abbia fatta.
    “Nel territorio la situazione è compromessa, e adesso si annuncia la perdita di Milano”. Grande peso ha naturalmente il disagio degli alleati, la sensazione di trascuratezza, di malevolenza reciproca. “L’incapacità di esercitare un’egemonia ha prodotto uno scollamento pesante, difficilmente ricucibile”.
    E allora “la partita di sabato e domenica è ancora più complicata, rischiosa e allarmante di quella di due settimane fa, perché le europee avevano nascosto la grave sconfitta delle amministrative, e invece adesso il re è nudo”.
    Il re è nudo e si difende con grandi pacche sulle spalle, e belle rassicurazioni. “Non si trattano gli alleati come dei gregari, è un errore grave di valutazione: le europee hanno segnalato che le strutture di questi partiti, Lega, Udc e An tengono, e oggi per la prima volta i loro voti complessivi sono superiori a quelli di FI. Significa che non sono più relitti che vengono rimessi in porto, ma strutture in grado di resistere anche senza Berlusconi, e allora il rapporto deve essere politico, i toni da padrone sono impropri, sennò questi vascelli possono guardare altrove. E quindi adesso Berlusconi, dopo essere l’artefice del centrodestra italiano, rischia di diventarne il tappo”.

    Se il problema del centrodestra è, per Mieli, Silvio Berlusconi, il centrosinistra chi deve colpevolizzare? “Non una persona, ma il fatto che l’area riconducibile alla sinistra radicale sia di pari consistenza a quella riformista, come ha evidenziato il professor Sartori: il volto del centrosinistra è Giuliano Amato, che si deve pubblicamente pentire perché ha detto cose che lui stesso sottolinea giuste ma che non sono in sintonia con l’area più radicale – non è un bel volto. Però i problemi strategici posteuropee della lista Prodi nel giro di due settimane sono stati relegati nelle pagine interne dei giornali, prepotentemente sostituiti dalle grane della Casa delle libertà: una sonora sconfitta di Berlusconi, un bel suicidio aiuta a risolvere i problemi dell’opposizione, che sarebbero drammatici in condizioni di parità, ma diventano di secondaria rilevanza se il Polo è in fiamme e gli altri tengono”. Amato infatti ha invitato al silenzio, come a dire: è sufficiente sedersi e aspettare lo spettacolo del crollo. “Amato ha fatto un’operazione da gesuita, ha messo davanti l’autocritica per attrarre l’attenzione, poi ha invitato tutti a salire sul treno dello sfaldamento del centrodestra”. Ben prima di Amato, è stato Bertinotti a guardare lontano. “Bertinotti ha capito che tenendo duro parlava oltre i confini di Rifondazione, ha fatto quello che non ha saputo fare Berlusconi, ha messo fuori gioco Cofferati e, rimasto solo, è diventato il rappresentante di questa Italia più radicale con la quale anche i settori più moderati del centrosinistra devono organizzarsi”. “Se questa situazione avesse di fronte un Polo compatto, sarebbe un problema per il centrosinistra, ma se la Casa delle libertà sfascia tutto da sola, quell’equilibrio regge: sarà un altro discorso governare, ma ora stiamo parlando di vittoria elettorale, che diventa, come la sconfitta di Ombretta Colli, possibile o addirittura probabile”.

    Paolo Mieli su il Foglio del 28 giugno

    saluti

  2. #2
    SENATORE di POL
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    L'analisi di Mieli è molto lucida e interessante......speriamo che contenga .....qualche errore..........speriamo.......

    Shalom

  3. #3
    Sospeso/a
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    GOD SAVE BERLUSCA !!


    IL PERICOLO ROSSO SI ESPANDE A MACCHIA D'OLIO

  4. #4
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    Predefinito Suicidio...

    …al Nord

    Roma. In vista dei ballottaggi di sabato e domenica proseguono le prove tecniche di suicidio per la Cdl. Vanno in scena al nord, all’indomani di una non trascurabile stoccata alle europee (soprattutto per Forza Italia) e nel bel mezzo della verifica tra alleati. Certo non promettono bene per le regionali del 2005. Smottamenti attraversano il Comune di Vercelli e la Provincia di Bergamo, mentre segnali di rottura a livello nazionale si annodano al crescente timore che la riconferma di Ombretta Colli alla provincia di Milano non sia così scontata. All’origine, la scelta della Lega di correre sola al primo turno delle amministrative e la necessità di apparentamenti con il Carroccio nei ballottaggi. Apparentamenti invocati da Silvio Berlusconi, accettati dallo stato maggiore leghista (in cambio di un impegno del Cav. sull’approvazione del federalismo), ma disattesi da alcuni o addirittura osteggiati da altri (come sembra accadere a Milano). Esemplare il caso di Bergamo.
    A metà maggio, poco prima che i leghisti ufficializzassero l’intenzione di andare al voto in solitudine, da parte degli alleati ci
    fu il tentativo di dissuaderli offrendo in cambio l’istituzione della
    Provincia di Monza e Brianza (poi formalizzata) e la mezza promessa di sostenere il candidato del Carroccio alla Provincia,
    Giacomo S t u c c h i .
    Non bastò e Stucchi
    ha poi ottenuto il risultato record del 21,9 per cento. Raggiunta
    un’intesa per il Comune, due giorni fa Valerio Bettoni, presidente provinciale in cerca di riconferma (35,2 per cento al primo turno), ha detto no all’apparentamento. Con il risultato che la Lega ha ordinato ai suoi elettori di votare per il candidato di centrosinistra Giuseppe Facchetti (30,3 per cento). E dopo le prime reazioni polemiche da via Bellerio, ieri è sopraggiunta la sfuriata di Roberto Maroni: “Una decisione incomprensibile, arrogante, peggio di una provocazione. Chi ci rifiuta non vuole i nostri voti”. Il Carroccio accusa FI di non voler dividere l’eventuale premio di maggioranza illudendosi d’intercettare i consensi moderati anche senza accordi. “E’ appunto un’illusione – confermano al Foglio i leghisti più addentro alla vicenda –un calcolo rischioso perché qui la Lega è una realtà ben strutturata. Non come in Emilia o nella bassa Lombardia, dove il voto è poco coordinato. Con questi presupposti torneremo alla via catalana: destra o sinistra sono uguali, si appoggia chi ci aiuta”. Dunque partita aperta lì dove sembrava non esserci partita. Situazione analoga nella città piemontese di Vercelli, con l’aggravante che corrisponde alla fotocopia delle ultime due elezioni comunali. Il candidato di centrodestra in testa al primo turno che rifiuta l’apparentamento ed esce sconfitto al secondo. Malgrado una telefonata del Cav., Andrea Corsaro (al 41,6 per cento) ha deciso di non firmare l’accordo con il leghista Francesco Borasio (al 10,6). Che dice al Foglio: “L’input dall’alto era arrivato con la mediazione del coordinatore regionale di FI, Roberto Rosso, ma Corsaro non vuole saperne”. Il segretario regionale leghista, Roberto Cota, parla esplicitamente di “suicidio politico”. Borasio promette che “vincerà la rivale di centrosinistra Maria Pia Massa, persona a modo”. Tra le ragioni della mancata intesa, “una possibile manovra per scaricare il coordinatore forzista Rosso”.
    “Un massacro dentro la casa di Berlusconi”
    Al di là dei malumori, alcuni esponenti della maggioranza paiono concordi sulla natura locale dello scontro. Nella Lega qualcuno addirittura conferma le aspettative dei forzisti intransigenti: “E’ finita la stagione del né di qua né di là, sono beghe private e il nostro elettorato voterà responsabilmente”. Ma intanto nella Cdl si fa strada l’interrogativo: che succede se alla Provincia di Milano, nonostante l’appoggio leghista, la Colli non rimonta lo svantaggio su Filippo Penati? E a chi semmai addossare la colpa? An e Udc avrebbero buon gioco nell’accusare il Carroccio che al primo turno ha “disperso” voti sul suo candidato Massimo Zanello, e al secondo non avrebbe onorato i patti. I sottorappresentati di governo potrebbero certificare la fine dell’asse Lega-Forza Italia, coltivando pensieri non innocenti sul futuro di Giulio Tremonti. Da qui a pensare a un disimpegno interessato ce ne corre. O forse no? Perché se l’ipotesi d’una sconfitta spaventa An (“un massacro, proprio dentro casa Berlusconi. Roba da masochisti”), i centristi non sembrano così solleciti nell’impegno a favore della presidente. Nella provincia di Milano l’apporto dell’Udc magari conta poco ma qualcosa conta (circa il 3 per cento).
    C’è infine da considerare che la Colli non gode di amicizie a Palazzo Marino, dove il potente
    sindaco e neo-europarlamentare, Gabriele Albertini, non dimentica lo scontro avuto
    con lei sul cda della Società autostradale Serravalle.
    Altri voti che mancheranno?

    Sul Foglio del 22 giugno

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Suicidio...

    ...al Sud

    ….al Sud

    Roma. Lo diceva Raffaele Lombardo, segretario regionale dell’Udc, presidente della Provincia di Catania, durante la magnifica campagna elettorale siciliana. Lo diceva d’un tratto, quasi temendo di farsi notare, poi tornava a sedersi accanto al suo presidente, Totò Cuffaro: “E’ arrivato il momento di liberarci di Forza Italia, perché possiamo diventare il primo partito della Sicilia, noi che abbiamo detto no a una lista unica, noi che non prendiamo ordini dall’alto, noi che siamo il riscatto del popolo democristiano”.
    Diceva così, e non ci è andato lontano. Diceva anche che bisognava fare attenzione alla Margherita, però adesso al
    secondo turno in tre centri strategicissimi in provincia di Catania, l’Udc ha stretto alleanza proprio con la Margherita, contro
    Forza Italia.
    Ad Acireale, 45 mila abitanti, ad Acicastello, 22 mila, e a Mascalucia, 28 mila. Ad Acicastello, poi, il candidato sindaco
    è Filippo Drago, deputato e segretario provinciale dell’Udc, e quindi, dice Giuseppe Castiglione, primo degli eletti azzurri a
    Catania, assessore all’Agricoltura e freschissimo di divergenze con Cuffaro, “il gesto è ancora più antipatico: un deputato
    eletto con i voti della Casa delle libertà che nega in modo
    così clamoroso i principi del sistema maggioritario”. Come
    dire, guerra aperta per la supremazia, e Forza Italia non più all’attacco ma in difesa zoppicante.
    Continuano a dire che hanno “tenuto”, ma i sedici punti persi a Palermo e i diciassette a Catania a tenerli non ce
    l’hanno fatta.
    “Lombardo sta giocando a tutto campo per affermare la leadership, tende continuamente a rompere la coalizione” accusa Castiglione. Lombardo risponde che “la contrapposizione tra candidati del centrodestra in provincia di Catania è frutto di una scelta prevaricatoria e di una visione padronale non solo di Fi al suo interno, ma anche dell’intera coalizione: una logica che ha prodotto non pochi guasti”. Fatto sta che i guasti all’interno della coalizione hanno portato a Lombardo 125 mila preferenze, e a Cuffaro 165 mila, e tutto adesso è un po’ più chiaro: Vasa Vasa non andrà a Strasburgo, scintillando alla faccia di chi, soprattutto tra gli alleati azzurri, lo voleva in cerca di fuga giudiziaria. (E’ andata così magnificamente al vicerè di Sicilia, che può ben permettersi di dire, dall’alto della sua valanga di voti: “Non amo fare confronti: mi basta sapere che grazie al nostro lavoro abbiamo contribuito alla tenuta di tutta la maggioranza che non solo esce rafforzata dalla competizione elettorale ma anche in grado a tutti i livelli di rilanciare la propria azione”). E Lombardo, ufficialmente destinato alla conferma europarlamentare (“ma si vedrà quel che succede” ha detto al Foglio), ha parlato di un ministero per il mezzogiorno, col silenzio assenso di Marco Follini e con l’esplicita legittimazione di Rocco Buttiglione: “Che l’Udc aggreghi un suo esponente nel governo del paese – ha detto Lombardo – anche alla luce del risultato elettorale serve a rafforzare l’azione per il mezzogiorno fin qui realizzata”. Gianfranco Miccichè ha guardato le proprie deleghe per il sud, e si è infuriato. Totò Cuffaro ha detto al Foglio che “l’Udc siciliana ha diritto di essere rappresentata nel governo nazionale, ed è per questo che abbiamo chiesto un nostro ministro. Ma non è a un ministro per il mezzogiorno che pensiamo: in quel ruolo vedremo bene il rafforzamento di Gianfranco Miccichè, con una delega che Berlusconi dovrebbe scorporare dal ministero dell’Economia”. Come a dire: calma, c’è tutto il tempo. E Lombardo ha placidamente riconosciuto a Miccichè “generosità e passione”, preparando, se fosse il caso, un gentilissimo benservito, nello stile di chi ai baci preferisce l’ombra di un mezzo sorriso, ma ha fatto bene i conti con un particolare: se l’Udc in Sicilia si fosse assestato a un normale sei per cento, il risultato nazionale non avrebbe superato il quattro. E invece la percentuale è del quattordici, con il tredici a Catania.
    An infierisce a Catania
    A Catania, comunque, l’incantesimo azzurro è definitivamente spezzato, se il sindaco Umberto Scapagnini è ormai così impopolare che Enzo Bianco si frega le mani pensando al Palazzo degli Elefanti, e corre voce che la Casa delle libertà potrà salvarsi soltanto candidando Nello Musumeci, di Alleanza nazionale, ex presidente della Provincia di Catania, che alle elezioni ha trionfato sconvolgendo le previsioni, “perché parla un linguaggio populista, perché in mezzo a questa melma azzurra la spuntano gli estremi, e perché ormai Forza Italia la chiamano il partito del pistacchio” dicono dagli ambienti del centro destra catanese. Il partito del pistacchio non fa che negare la disfatta, mentre Marcello Dell’Utri, che non si è ricandidato, trova rifugio al Consiglio d’Europa, Stefania Prestigiacomo perde il 21 per cento dei voti nella sua Siracusa e Lombardo spiega che “nel caso di un rimpasto, o di una verifica, perché comunque Berlusconi in qualche modo dovrà correggere la rotta, l’Udc dovrà scegliere il siciliano giusto per rappresentarla al governo”.

    da il Foglio del 22 giugno

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Suicidio entro le mura...

    ....di Palazzo Chigi

    Perché nessuno della CdL sottolinea che la ripresa c’è?

    Roma. Il Consiglio dei ministri di oggi ha tra gli altri punti all’ordine del giorno l’autorizzazione al decreto per il prestito-ponte di 400 e rotti milioni di euro necessari ad Alitalia, per non esaurire del tutto la propria liquidità e portare subito i libri in tribunale.
    Ieri, il ministro Roberto Maroni confermava riservatamente che, per quanto riguarda lui e la Lega, a meno di nuove convincenti evidenze su dove si vuole condurre Alitalia, non si comprende su che basi dovrebbero votarlo.
    Il vicepremier Gianfranco Fini ha detto che “il problema è complesso”, un po’ su An pesa essersi battuta per l’effimera meteora di Marco Zanichelli.
    Quindi per oggi grande attesa, perché la vicenda Alitalia è la cartina di tornasole di come il governo deciderà di riappropriarsi dell’agenda economica e dei contrasti che lo dividono, tra il voto europeo e il ballottaggio amministrativo.
    I contrasti sono tanti, predire le soluzioni difficile.
    Tanto vale cercare di comprendere almeno le logiche che si confrontano.

    Al Cavaliere, per dire, non è sfuggito che nessun esponente della maggioranza abbia ritenuto di plaudire al ruolo che ha svolto al Consiglio europeo, portando l’Italia in prima fila al fianco di quei paesi come la Germania che hanno chiesto più poteri all’Ecofin – cioè ai governi – e meno alla Commissione, quanto a politiche di bilancio.
    Dopo 12 anni di politiche fiscali restrittive e 4 di stretta monetaria, era ora.
    Ma niente. Nessuna eco.
    Nel governo Mario Baldassarri ha preferito dire che “a luglio non vedo appuntamenti storici”, implicitamente irridendo la necessità di approvare manovra correttiva e riforma fiscale prima dell’Ecofin del 5 luglio, richiesta attribuita a Giulio Tremonti.
    Sulla stessa linea Rocco Buttiglione, che si è detto “sorpreso” a questo punto se si dovesse riscoprire che invece i provvedimenti sono necessari.
    Il ministro Gianni Alemanno, conclamato vincitore elettorale nel suo partito con la sua linea di “rifondazione sociale”, invocando un
    Dpef “di svolta concertativa” ha fatto intendere che dunque neanche a pensarci, di varare il documento prima dell’Ecofin.
    In più, Alemanno parla ormai ogni giorno di “una grande banca per il sud”, ed è pura guerra psicologica, perché chi giura di aver letto la bozza di Dpef elaborata all’Economia sostiene che quella proposta è presa pari pari dalle elaborazioni dei Tremonti-boys, e parlarne in anticipo serve o a bruciarla, o a intestarsene impropriamente i meriti, oppure a volerne solo i nuovi strumenti d’intervento “fuori dalla linea del debito pubblico”, senza la corrispettiva razionalizzazione delle 95 leggi di incentivi e sostegno alle imprese.
    Nel vario vociare sulle deleghe ministeriali da redistribuire, il cattivo esito elettorale siciliano di Gianfranco Miccichè e l’exploit isolano dell’Udc addensano sulle politiche di coesione – formula ciampiana per l’ex ministero per il mezzogiorno – un possibile nubifragio.
    Alemanno, di fronte all’ipotesi di un rafforzamento a sud dei centristi, spariglia non a caso dichiarando che lascerebbe il governo per tornare a coordinare il partito, al posto di Ignazio La Russa.
    Con implicito consiglio a Gianfranco Fini di rifiutare sdegnosamente, qualora il Cav. volesse davvero proporgli la delega all’ex Bilancio, scorporandola dall’Economia.
    Priva come sarebbe di poteri di spesa, sarebbe per An l’autogol di vedersi consegnare al ruolo di cane da guardia del rigore e dei tetti di Maastricht, un trionfo per Tremonti e l’esatto contrario di quelle “politiche del consenso” che in An si vuole rilanciare.
    E Tremonti? In tutto questo ostenta assoluta sicurezza.
    E’ il Cavaliere che deve fare le sue scelte, dice.
    E’ a lui che dicono no, se non passa o viene stravolta la promessa riforma fiscale.
    Il ministro dell’Economia tiene a mostrare che è assai meno isolato rispetto al nuovo corso industriale di quanto si creda.
    Ieri era a colazione in Assolombarda con Montezemolo e colleghi. Oggi anima un convegno a porte chiuse dell’Aspen sul commercio internazionale.
    Mercoledì, sarà in prima fila al seminario estivo di aggiornamento delle previsioni economiche di Confindustria, dove tornerà a parlare Montezemolo.
    Perché intanto la ripresa è partita, ed è questo, il vero trend da sostenere con interventi capaci di ridare fiducia al mercato, dice Tremonti.
    A meno di voler fare insperati regali all’opposizione.

    saluti

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    Predefinito AN scrive il suo...

    ...Dpef e aspetta Tremonti al varco

    Roma. Agitata dalla recente scossa elettorale e con la prospettiva dei non facili ballottaggi di sabato e domenica, sul fronte interno la maggioranza ha vissuto ieri una giornata interlocutoria. Silvio Berlusconi ha incontrato il leader dell’Udc, Marco Follini, che in apparenza si accinge a osservare da lontano (Strasburgo) il logoramento della coalizione, aspettando il momento migliore per far pesare la crescita di consensi del suo partito. Gianfranco Fini ha convocato il direttivo economico di An: il ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, i viceministri all’Economia e alle Attività produttive, Mario Baldassarri e Adolfo Urso, il sottosegretario al Welfare, Pasquale Viespoli e i deputati Alberto Giorgetti (membro della commissione Bilancio), Maurizio Leo (commissione Finanze) e Pietro Armani (presidente della Commisione Ambiente, territorio e lavori pubblici). Obiettivo ufficiale, “dar vita a un comitato economico per la stesura del Documento di programmazione economica e finanziaria”. Si tratta di predisporre gli ultimi ritocchi alla strategia che dovrebbe condurre il governo all’auspicato “cambio di passo” in materia di politica economica. E a leggere i nomi dei presenti si capisce che la strategia di An porta il marchio della Destra sociale, la corrente alemanniana uscita trionfante dal voto europeo. Non a caso è stato lo stesso Alemanno ad anticipare i contenuti di fondo del Dpef visto da An, coincidenti con le rivendicazioni presentate da un anno a questa parte: “Maggiore attenzione all’economia reale e al dialogo sociale. Poi ragioneremo sui tagli”. In tempi brevi: la riunione di Ecofin si avvicina (5 luglio) e sul programma che l’esecutivo presenterà all’Europa si gioca la partita più complicata nella Casa delle libertà. Quello che Fini chiama direttivo economico, nel partito è considerato “un gruppo di lavoro che detta da mesi la linea politica”. Parole d’ordine: dialogo, concertazione, sviluppo del meridione e attenzione per i ceti medi. Gli stessi temi, osservano in An, al centro di un dibattito organizzato dal sottosegretario Viespoli a Benevento, il 13 maggio, con sindacati, Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e Inail. Secondo un sistema di triangolazioni con le parti sociali che ha già portato An a emendare la delega sulle pensioni (sulla quale ora Alemanno pensa di evitare il voto di fiducia). “Lavoriamo a un riequilibrio degli indirizzi economici e fiscali”, fanno sapere i membri del direttivo, “con l’intenzione di offrire un polmone finanziario alle aziende in crisi e con un occhio alla necessità di attivare meccanismi di sviluppo e occupazione nel sud”. An è alla ricerca di “indicazioni di metodo”, ma s’intuisce l’esplicita volontà di accelerare la stretta contro Giulio Tremonti, il cui programma di riduzioni fiscali resta nel mirino. I propositi che arrivano da via della Scrofa, carte alla mano, suonano come un aut aut:
    “Non è con il ministro dell’Economia che dobbiamo trattare, ma con Berlusconi. E il premier sappia che da qui si parte o qui ci si ferma”.
    Il che non significa che Tremonti sia il nemico da abbattere (“troppo pericoloso avvitarsi in uno scontro per liberarsene del tutto”, ammettono in An), ma la frammentazione dei poteri del Tesoro rimane il traguardo immediato: “Quando la situazione è complessa, torna buono il motto della nonna: tre o quattro teste pensano più di una” ha ribadito Fini. Mentre arrivava l’avvertimento del capogruppo leghista alla Camera, Alessandro Cè: “Tremonti azzoppato non ci piace per niente”. Una risposta a chi vocifera d’un patto segreto tra Carroccio e An? I finiani sorridono:
    “Chi glielo fa fare ai leghisti? Sul federalismo hanno la garanzia di Berlusconi”.
    A margine, intanto, circolano le ipotesi sui riposizionamenti interni. Alemanno per ora esclude novità alla guida di An, ma i suoi confermano che “accetterebbe responsabilmente il coordinamento del partito”. Sempre che Ignazio La Russa si rassegni alla “promozione” a ministro delle Comunicazioni e Maurizio Gasparri alla conseguente diminutio a capogruppo alla Camera, “che quando sei al governo non conta granché, sennò non l’avrebbero dato a quell’illustre non-pervenuto di Gian Franco Anedda”.

    sul Foglio del 23 giugno

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Berlusconi cala perchè non guida i....

    ...ministri, Prodi non decolla perché non sa fare un partito

    analisi da Panebianco

    Bologna. Prima di dare un giudizio sulla situazione politica italiana, e sul riaffacciarsi (anche dal punto di vista semantico) di classici corsi e ricorsi, fatti di concertazioni, verifiche e rimpasti, il politologo Angelo Panebianco ritiene che si debba gettare uno sguardo alle recenti elezioni del Parlamento europeo.
    “Una prova disastrosa –dice al Foglio – almeno dal punto di vista simbolico, con le impressionanti percentuali di non votanti e con l’affermazione, in alcuni paesi, di partiti apertamente contrari all’Unione”. Ma di quelle elezioni è rilevante il carattere di consultazioni nazionali di medio termine, che “anche stavolta hanno punito i partiti dei premier. Non vale per Zapatero in Spagna e per Karamanlis in Grecia, da pochi mesi al governo e ancora in ‘luna di miele’ con gli elettori.
    Ma in tutti gli altri casi, compresa l’Italia, è andata così.
    Il caso più clamoroso è quello della Spd di Schroeder, che ha perso drammaticamente consenso mentre i Verdi, che pure fanno parte della coalizione governativa, lo hanno visto aumentare”.
    E ora, raggiunto un compromesso sul trattato, il massimo realizzabile nelle attuali condizioni, “non è chiaro quale sarà, nell’Europa dei venticinque, la struttura del comando. Sembra difficile che il vecchio asse franco-tedesco possa ancora conservare il suo ruolo, ma è altrettanto vero che non si vedono alternative, mentre continuano a pesare importanti divisioni, in particolare sulla guerra e sul rapporto con gli Stati Uniti.
    La grande incognita riguarda, più che la governance, il governo da cui quella discende”. Passando alla situazione italiana, le cose non appaiono meno complicate. A chi, come Massimo D’Alema, afferma che “la destra non ha più la maggioranza del paese, e quindi bisogna cominciare a preparare il nuovo governo dell’Italia”, rispondeva sul Corriere di ieri il professor Giovanni Sartori. Pallottoliere alla mano (“sono notoriamente pignolo”) ha dimostrato che la situazione è, tutt’al più, di pareggio.
    Anche Panebianco pensa che “un conto è la realtà e un conto la propaganda. Ma comunque da quelle elezioni esce male Silvio Berlusconi. Non ha capito che, una volta al governo, non poteva più funzionare l’antipolitica che aveva funzionato nel ’94. Quell’esperienza era stata troppo breve perché gli si potesse chiedere conto dei risultati, e poi c’era stato il lungo periodo dell’opposizione, che ben si accorda con l’antipolitica. Ma dopo tre anni chi ti ha votato pretende fatti. Naturalmente sarebbe ingiusto dimenticare la grande gelata internazionale dell’11 settembre e i centomila motivi per cui in Italia è complicatissimo agire. Ma vorrei fare tre esempi importanti.
    Come mai siamo ancora alle prese con la riforma delle pensioni (parlo ovviamente di una seria riforma, non di quella debole e annacquata ora in cantiere), e come mai non è stata fatta nel primo anno, quando la forza del governo era intatta?
    Secondo esempio. Come mai non è stata fatta una seria riforma della giustizia? Quella in discussione, a mio avviso, assomiglia a una sentenza suicida: è velleitaria, non risolve i grandi nodi, non attua la separazione delle carriere”. E poi, prosegue Panebianco, c’è “la cosiddetta riforma costituzionale, ovvero una buona idea affogata in mezzo a molte sciocchezze. L’ottima idea è quella del rafforzamento del premier, che può significare un grande strappo in positivo rispetto a tutta la tradizione parlamentare italiana. Dallo Statuto albertino fino all’attuale Costituzione repubblicana, infatti, abbiamo sempre avuto un primo ministro debole rispetto alle fazioni parlamentari.
    Ma ecco che anche quella buona idea viene ammazzata attraverso uno pseudofederalismo confusionario, un primo ministro che può sciogliere la Camera bassa se non ne ottiene più la fiducia, mentre il Senato rimane saldo al suo posto e soprattutto ha il controllo su una serie di materie su cui la Camera non ha modo di intervenire.
    Se passasse la riforma prefigurata, gran parte della politica nazionale sarebbe espropriata dal Senato. Semplicemente assurdo. Senza contare che nessun sistema federale bicamerale al mondo funziona così. Non si capisce a chi si siano ispirati”.
    Non ha giovato al governo, secondo Panebianco, la politica degli annunci, perché “un premier dotato di una maggioranza forte, come quella di Berlusconi, non deve fare annunci, ma annunciare le cose già fatte. E si è determinata una frantumazione della maggioranza, nella quale riemergono il vecchio linguaggio, le vecchie formule, le ‘verifiche’.
    E gli ‘scambi’ all’interno della maggioranza, su deleghe e federalismo.
    Ma bisogna vedere che cosa si scambia. Non è solo un problema di etichette. Un conto è dire: diamo alla Lega un federalismo accettabile, ragioniamo sui suoi costi e garantiamo al paese che siano accettabili: insomma, rendiamo ‘gradevole’ e positiva per il paese questa concessione alla Lega. Altro è dire: facciamo il federalismo comunque, anche se andiamo incontro a grandi contraccolpi, per esempio da parte della burocrazia romana. Ammesso, poi, che quello scambio si realizzi. Per ora esistono solo colloqui riservati del premier con i singoli alleati e non sappiamo in che cosa si tradurranno.
    Ma se il premier è indebolito, riprendono il sopravvento le differenze ‘antropologiche’ della politica, le incompatibilità, per esempio, tra Lega e Udc”. Subito dopo i risultati elettorali, dalle colonne del Corriere della Sera, Panebianco aveva indicato nel disagio dell’Italia moderata i segni di una nuova frattura tra nord e sud, “nel senso che c’è un centro-sud che continua a trovare una rappresentanza in An e Udc, mentre il nord ha reagito andandosene al mare.
    Nel 2001, il successo nazionale di Forza Italia aveva ricomposto quella frattura. Ma la sua leadership non ha trovato, come avrebbe dovuto, all’interno del suo stesso corpo le mediazioni
    necessarie ed efficienti tra esigenze molto diverse, come sono quelle del nord e del sud. E se gli elettori del sud hanno traslocato verso le formazioni che sembrano rispondere meglio a quelle esigenze, il nord è rimasto disorientato”.
    La sua funzione di garante della coalizione, Berlusconi “la mette in gioco quando dimostra di non saper monitorare l’azione dei suoi ministeri.
    Come mai non si è accorto dell’inefficienza plateale del ministero della Giustizia? E’ come se nel premier ci fosse una suprema disattenzione per ciò che il suo governo concretamente fa. Aveva promesso una rivoluzione thatcheriana: non solo la riduzione delle tasse, ma anche il ridimensionamento drastico della burocrazia e del numero delle leggi”.
    Panebianco salva “l’azione del ministero dell’Istruzione, perché ha funzionato Letizia Moratti, un ministro energico con una sua visione delle cose da fare.
    Così come, nel precedente governo di centrosinistra, aveva funzionato Umberto Veronesi nella Sanità.
    Ma la ‘deburocratizzazione’ non c’è stata, così come non c’è stato il ridimensionamento dei lacci e lacciuoli statalisti, e le corporazioni sono sempre fortissime.
    Succedeva anche nel centrosinistra, che però non pretendeva di fare la rivoluzione thatcheriana. E’ la coalizione di centrodestra ad aver vinto alle politiche del 2001 sull’apertura al mercato e sulla riduzione del ruolo dello Stato”.

    “Uniti nell’Ulivo non è una forza politica”
    Sul versante dell’opposizione, in ogni caso, le cose non vanno molto meglio. Panebianco vede nella lista Uniti per l’Ulivo tutti i limiti “di qualcosa che non è forza politica. E’ un’alleanza elettorale, che si dividerà con ogni probabilità alle regionali. Un’aggregazione più stabile avrebbe avuto tutt’altro impulso da una vittoria netta alle europee, se cioè avesse superato la mera somma dei partiti aggregati per l’occasione. Ma se da un punto di vista strettamente numerico il loro risultato non è cattivo, tenuto conto del fatto che è stato ottenuto in un sistema elettorale proporzionale, sono andati male da un punto di vista politico: non hanno intercettato i voti degli scontenti di Berlusconi e non sono riusciti ad arginare la sinistra massimalista. E il vero vincitore delle elezioni è Bertinotti”. In parallelo, la Margherita ha perso consensi e, se Prodi sarà il prossimo candidato premier, rischia di essere ancora una volta un “professore senza partito”.
    Ma Panebianco pensa che “non è affatto detto che sia proprio lui il futuro candidato”, e che il richiamo prodiano a concentrarsi sul programma sia solo rituale, “perché, come è noto, i programmi in questo paese non contano nulla. La coalizione di centrosinistra ha una sola possibilità di andare al governo, se l’avversario farà abbastanza errori da permetterglielo. Se il centrosinistra vincerà per il ‘suicidio’ degli avversari, le differenze programmatiche saranno smussate, almeno per i primi anni, come è successo per il governo Berlusconi”. Ma, conclude Panebianco, “se Berlusconi si indebolisse ancora, e tenuto conto della batosta subita dalla Margherita, penso che aumenterebbero le pressioni per far fuori il maggioritario e passare a un proporzionale con un più blando premio di maggioranza”. Uno scenario temibile, “perché il maggioritario, a mio parere, ha dato grandi vantaggi di chiarezza e di semplificazione. Ma ha fallito perché non ha consentito vere ricomposizioni, né a destra né a sinistra. Dopo dieci anni abbiamo ancora un sistema altamente frammentato, che oggi favorisce chi accusa il maggioritario di essere una camicia di forza che pretende di tenere insieme chi insieme non dovrebbe stare. Ma sarebbe, quel ritorno, una sconfitta per il paese, perché si tornerebbe all’immobilismo e al cambio di governo ogni sei mesi. E sarebbe impossibile attuare le politiche di medio termine e le grandi riforme che l’Europa ci chiede, prima tra tutte quella delle pensioni”. C’è chi pensa che quelle riforme, con i loro contenuti oggettivamente impopolari, siano più facili per il centrosinistra. Panebianco non è d’accordo: “I governi di centrosinistra hanno più possibilità di fare patti col sindacato sulla politica dei redditi o sui contenimenti salariali. Ma nel caso di riforme strutturali questo non vale. In Inghilterra c’è voluta la Thatcher, e poi Blair ha completato l’opera”.

    Su il Foglio del 24 giugno

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    Predefinito Fini vuole e "merita" una...

    …poltrona in più

    Gianfranco Fini, uscito con un discreto risultato dalle elezioni europee nonostante la concorrenza di piccole formazioni di estrema destra, presenta il conto a Silvio Berlusconi, che invece nella consultazione è uscito ridimensionato. Che cosa voglia Fini è chiarissimo: la fine di una distribuzione squilibrata del potere nella maggioranza, che vede Forza Italia detenere tutti i ministeri di primo piano. Si tratta di una richiesta non nuova, che nelle recenti “verifiche” ha ricevuto risposte dilatorie ed evasive, legate a promesse che poi non sono state onorate. Anche l’avere subito questa specie di presa in giro ha rafforzato, in Alleanza nazionale, le posizioni più polemiche, tradizionaliste e in sostanza stataliste dell’area “sociale”. Così, continuando a rinviare con mezzucci la soluzione del problema della distribuzione del potere, si crea lo spazio per una fronda assai più pericolosa, che punta a minare l’impianto liberista dell’azione, o almeno del programma, dell’esecutivo. La squalificazione moralistica della questione del potere a “lotta per le poltrone”, specialmente quando è condotta da chi le “poltrone” le detiene, è pura ipocrisia. L’impegno fondamentale del capo dell’esecutivo deve essere quello di realizzare le riforme e di mantenere l’ispirazione liberista e modernizzatrice su cui si fondano. Se il prezzo per ottenere questo risultato è la cessione di qualche ministero, è bene pagarlo senza indugio. Altrimenti, se si tengono aperti tutti fronti polemici all’interno della maggioranza, le riforme segnano il passo, ogni votazione parlamantare è occasione di imboscate e, alla fine, si conteranno soltanto i cocci. Fini, impegnadosi ad approvare la riforma previdenziale entro le ferie, ha dimostrato di non volersi accodare alle paralizzanti rivendicazioni di concertazione che vengono anche da esponenti del suo partito. Ma perché An resista alle suggestioni di una tradizione statalista, innervata da robusti interessi, ha bisogno di qualcosa in cambio. Qualcosa di più delle promesse evanescenti del recente passato.

    Ferrara su il Foglio del 24 giugno

    saluti

  10. #10
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    Predefinito

    Roma. Sulla verifica di maggioranza il verdetto potrebbe arrivare domenica sera dopo i ballottaggi delle amministrative.
    Ultimo banco di prova prima del confronto su Dpef e collegialità nella politica economica.
    Intanto le contromisure adottate da Silvio Berlusconi nei confronti dei riottosi alleati di An e Udc non si limitano all’insofferenza per i loro appetiti o al generico ridimensionamento delle rispettive affermazioni alle europee.
    Prendiamo il caso dei centristi. Fonti vicine alla segreteria di Rocco Buttiglione accreditano la tesi secondo cui il premier sta cercando d’incunearsi nelle linee di frattura che separano il segretario Marco Follini (e i suoi fedelissimi del Ccd) dall’attuale ministro delle Politiche comunitarie e i suoi colleghi ex Cdu. L’obiettivo sarebbe capitalizzare il malcontento di questi ultimi, usciti male dal voto di domenica scorsa: privi di rappresentanza all’Europarlamen to, poiché tutti gli eletti fanno capo al Ccd e la loro guida a Strasburgo non sarà, come speravano, l’amico Vito Bonsignore ma lo stesso Follini. Tra le recriminazioni degli esponenti riconducibili a Buttiglione, come il direttore del quotidiano la Discussione, Giampiero Catone (50 mila consensi ma niente euroseggio), anche alcune richieste non concordate che Follini avrebbe fatto al Cav. in previsione di un rimpasto: il ministero della Sanità a Mario Baccini, un posto da sottosegretario a Domenico Zinzi (ras del casertano titolare di 38 mila consensi) e un altro ad Aldo Patriciello, vicepresidente della regione Molise (65 mila voti).
    Cosa spera Berlusconi dagli scontenti dell’Udc? Un passo radicale: sancire la fine della convivenza con Follini, resuscitare il vecchio Cdu (con tanto di simbolo scudocrociato, di cui sono proprietari) e, previa trattativa su quote e candidature, federarsi con Forza Italia in previsione delle regionali del 2005.
    Ipotesi già circolata alla vigilia delle europee, ma impraticabile fintantoché Buttiglione (ricevuto due volte in tre giorni dal Cav.) punta con qualche buona speranza a un posto da commissario europeo.
    “E’ ciò che ha chiesto Follini a Berlusconi, perché Buttiglione è portato in palmo di mano da tutto il partito”, precisano fonti vicine alla segreteria Udc: “Il resto sono leggende che nascono dall’impazzimento generale per una verifica che fatica a concludersi”.
    Ma che qualcosa di vero ci sia, tra le indiscrezioni di queste ore, lo confermano gli stessi folliniani:
    “Berlusconi ricordi che ogni tentativo di coccolare esponenti dell’Udc in funzione antisegreteria ha portato a fughe esemplari verso la sinistra: Sergio D’Antoni da Prodi e Paolo Cirino Pomicino da Mastella”.

    Ce n’è anche per i potenziali scissionisti:
    “Puntano una pistola scarica, le urne gli hanno dato torto”. Se ne riparla alla direzione nazionale di mercoledì prossimo. Un altro segnale arriva ancora da Forza Italia, e punta a ridimensionare la vittoria elettorale in Sicilia dell’Udc (quel 14 per cento che spiega lo scatto al 6 su scala nazionale). “Il risultato è straordinario – dice al Foglio il coordinatore forzista siciliano Gianfranco Miccichè – solo se confrontato con il resto dell’Udc in Italia. Forse ci si dimentica che, da circa tre anni, a ogni elezione viene sventolata la bandiera del possibile sorpasso su FI. L’Udc non è mai riuscito a essere primo partito in Sicilia, ma è pur vero che alle ultime regionali (19,7 per cento) e alle provinciali (20) il distacco era diminuito sino ad arrivare a meno di un punto di differenza. Oggi, però, il distacco con Forza Italia è tornato quello dei tempi antichi (7,5 punti) e l’Udc ha addirittura perso la seconda posizione nella Cdl”.

    Su il Foglio del 24 giugno

    saluti

 

 
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