Il Canto del Beato
Intorno all'anno 329 Alessandro il Macedone penetrava nell'India, trovandovi, a quanto si riporta, una grande quantità di piccoli stati indipendenti e in continua lotta fra loro.
da Noreporter

Qualche decennio dopo, forse ispirato proprio dall'esempio di Alessandro, Candragupta, in seguito ad una rivoluzione, saliva al trono di un novello Impero che sorgeva nell'India del Nord e all'interno del quale si professava religione Buddistica (319); quest'ultimo si era messo alla testa di un movimento nazionale con spiccate caratteristiche xenofobe e aveva scacciato con mano ferma le rappresentanze di etnie straniere da tutto il territorio indiano. Si avviava così un periodo di grande prosperità sia economica che culturale, durante il quale la dinastia dei Gupta si propose quale interprete e fautore del rinnovamento. Il periodo di risorgimento nazionale ebbe tratti profondamente caratteristici, il primo dei quali fu indubbiamente la posizione che ebbero ad assumere il Buddismo e il Bramanesimo: mentre la prima si andava a proporre sempre più come religione sopranazionale e in certo carattere universale, cercando adepti fuori dall'India e colonizzando larghe frange sociali in Egitto e perfino in Grecia e a Roma, il secondo rimaneva rigorosamente limitato al territorio Indiano e per tale ragione, andava incarnando l'impeto e l'identità della riscossa nazionale. Strumento di tale riscossa indubbiamente dovette essere la lingua che i bramani scelsero: in luogo delle lingue volgari pracrite, regionalmente diverse, misero a disposizione della letteratura il Sanscrito da loro adoperato già da secoli per le composizioni di indole sacra. In breve il Sanscrito diventerà infatti una lingua nazionale unica e principale supporto per quella religiosità che da bramanesimo andava trasformandosi in Induismo, assumendo e abbracciando culti popolari di tutta la Penisola. Altro carattere di primaria importanza ai fini dell'imponente sviluppo cui si assiste in questo periodo fu il contatto con grandi civiltà esterne ed in particolare quelle europee ed ellenistico-romane. Dapprima gli scambi commerciali, poi il frazionamento degli stati post-alessandrini hanno certo recato ogni sorta di influssi nella vita materiale, nelle arti, nelle lettere e anche, probabilmente, nella sfera religiosa: non che lo spirito indiano abbia servilmente accettato ciò che proveniva dall'esterno, ma tale spinta debitamente assorbita, rimodellata, venne assimilata a moduli preesistenti creando un formidabile fermento creativo. Durante tale periodo l'India ebbe ad assistere alla redazione di alcune fra le più possenti opere della sua Letteratura: fra queste spiccano il Ramayana e il Mahabharata.
Di questo secondo può ben dirsi che sia il prodotto più importante del periodo: rappresenterà, infatti, la base concettuale di tutta la cultura induistica per vari secoli avvenire. In una delle centomila Çloka (Strofe) addirittura si giunge ad asserire che “il brahmano il quale conosca i quattro Veda con le scienze ausiliarie e le Upanishad, ma non conosca il Mahabharata, non può essere considerato sapiente”. Ed in effetti questo immenso romanzo, la cui lunghezza può essere paragonata a circa otto volte quella dell'Iliade e dell'Odissea messe insieme, appare come la rappresentazione tangibile di un passaggio, di un cambiamento epocale in atto, in cui l'antica sapienza di stampo sacerdotale espressa nei Veda è sul punto di essere soppiantata da “qualcosa” di più attinente alla Nuova Età il cui messaggio integrale è contenuto proprio nel Mahabharata. Il centro del romanzo è rappresentato dalle discordie che sorsero fra le due dinastie dei Kuruidi e dei Panduidi, dinastie legate da forti vincoli di parentela, che sfoceranno in una sanguinosa battaglia fratricida. Le due dinastie, la prima delle quali alla fine prevarrà, appaiono supportate, in verità fra alterne vicende, dagli influssi divini di Krsna (Çiva) e Indra (Visnu), arrivano a contendersi nella battaglia del Sacro Campo del Kurukshetra, il dominio sul Regno. Al principio della battaglia vera e propria si colloca la Bhagavadgita (Il Canto del Beato), in cui Krsna si manifesta Dio Supremo e rivela ad Arjuna, guerriero Kuruide, una dottrina esoterica sull'essenza dell'Universo e sulle vie che conducono alla liberazione dal Samara e quindi al ricongiungimento con Dio. L'enunciazione di questa nuova dottrina è concettualmente suddivisa in due parti: nella prima viene fornito il punto di vista secondo il sistema Samkya, nella seconda parte vengono enunciate le linee guida dell'interpretazione secondo il Yoga. Il fulcro della Dottrina, di stampo spiccatamente guerriero (Kshatrya) è rappresentato dal concetto di Guerra Santa: unico e straordinario veicolo di liberazione dal “vincolo delle rinascite”: “La Guerra Giusta rappresenta per i guerrieri la porta del Cielo spalancata”. Tra i concetti espressi dal Dio Krsna-Çiva spiccano alcune considerazioni che appaiono incredibilmente simili ad alcune teorie sull'essenza della Guerra, esposte in maniera analoga ad esempio nel Corano: “Essendo ucciso otterrai il cielo, vincitore godrai la terra: sorgi pertanto deciso a combattere. Considerando uguali il piacere e il dolore, l'acquisto e la perdita, la vittoria e la sconfitta, accingiti alla battaglia. La tua cura mai sia rivolta al frutto dell'azione, ma all'azione pura e disinteressata: fermo alla disciplina di te stesso compi la tua azione lasciando da parte ogni affetto, indifferente alla riuscita o al fallimento: questa indifferenza si chiama Disciplina”. In un altro passo si arriva inoltre ad asserire la supremazia dell'Azione sulla Contemplazione (“la tua cura deve essere rivolta all'azione”) e quest'ultima addirittura si giunge ad apostrofarla come “mera Inazione”. Al capitolo Terzo del Canto, si enuncia un ulteriore principio fondamentale che esplica la supremazia assoluta di Azione su Inazione: “Astenendosi dall'Azione e dedicandosi all'Inazione, non ottiene l'uomo la liberazione dai risultati dell'Azione; Egli con la rinuncia non può ottenere perfezione: nessuno infatti, neppure per un momento, può stare senza compiere un'azione, ma sempre è costretto ad agire dalle qualità inerenti la natura. Chi, costringendo gli organi dell'azione, sta ozioso rivolgendo nell'animo gli oggetti dei sensi, quello stolto deve essere detto ipocrita. Doma i sensi nell'animo, dunque, e intraprendi la Disciplina dell'Azione, perché l'Azione è superiore all'Inazione”. In tutto ciò traspare il sorgere di una nuova cultura in contrasto profondo con il mondo fino ad allora costituito. In più il fatto che l'esposizione di tale Dottrina per bocca del Dio Distruttore per antonomasia, si rilevi poi la Dottrina dei vincitori appare come un dato di particolare interesse assurgendo addirittura a Simbolo. Sembra quasi avvertirci che l'Età nuova, che si apre con lo stabilirsi al potere di una nuova schiatta di uomini, non più Sacerdoti ma Guerrieri, sorge sotto gli auspici di una rottura con l'antico modo di pensare e di vivere il Sacro. Quanto abbia influito la Cultura Occidentale su questo cambiamento ci è dato solo supporlo. Sta di fatto che per l'Uomo Europeo da tempo era sorto il Sole della Azione al centro del quale la Dottrina della Guerra, cristallina e inequivocabile, postulava la necessità di guadagnarsi il contatto con il Divino esclusivamente attraverso l'immersione nel fonte battesimale dell'ebbrezza che si ottiene impugnando le spade su un campo di battaglia.