Dal Giornale di Brescia di oggi:
Saponi e preparati cancerogeni venduti a basso costo per chi non può permettersi i preziosissimi barattolini occidentali
Africa: schiarirsi la pelle a rischio della vita
Per Yamile, impiegata senegalese di un’agenzia viaggi di Milano, sbiancarsi la pelle «è come fumare: se sei intenzionata a farlo, leggere sui pacchetti «nuoce gravemente alla salute» non ti ferma di sicuro». Per Ann Daniel, studentessa dell’Università di Yaoundé, (Camerun) «avere la pelle caffelatte è il lasciapassare per un matrimonio economicamente vantaggioso». Depigmentarsi la pelle per Melanie, infermiera al medical center di Houston, «è tentare di assomigliare alle modelle di Ebony, una patinata rivista dell’orgoglio nero statunitense», in cui le donne afroamericane di successo sono rappresentate con i capelli lisci e la pelle ambrata. Le stesse che ammiccano dalle confezioni dei prodotti di bellezza per coloured. A comprarle sono donne con capelli crespi e pigmentazione nero di china. Si chiamano «Dark&Lovely» e «Skin Success» e vanno a ruba anche in Italia sull’esempio del pallore clinico di Michael Jackson. Secondo il Comitato farmaceutico di Freetown - così come si legge in un lancio dell’agenzia missionaria Misna - la Sierra Leone importa legalmente 26 creme sbiancanti, mentre altre 150 entrano di contrabbando. In Tanzania, si legge sul portale inafrica.it, sbarcano ogni anno migliaia di barattolini miracolosi il cui prezzo equivale, nella valuta locale, a circa 15 euro, vale a dire un pranzo per dieci persone. Poiché non tutte le donne africane possono permettersi un simile investimento, si rimedia con preparati a buon mercato. Però il prezzo, in termini di salute, è altissimo. Venduti per strada e provenienti per lo più dal Sudest asiatico e dalla Nigeria, i più efficaci sono saponi e creme a base di idrochinone la cui tossicità è dimostrata al di sopra di una concentrazione del 2 per cento (in Italia è vietato in tutti i trattamenti per la pelle). Altra soluzione molto usata è il quinacore, un prodotto che in Camerun è destinato alla cura dei reumatismi. Un’iniezione sbianca la pelle, ma contemporaneamente indebolisce il sistema immunitario al punto da rendere vulnerabili a qualsiasi aggressione esterna, anche a un raffreddore. Mentre l’idrochinone, che inibisce la produzione di melanina, la naturale protezione della pelle ai raggi ultravioletti del sole, apre la strada a tumori della pelle, leucemia, problemi renali, del sistema nervoso e, nei casi più gravi, anche alla morte. La prima denuncia ufficiale risale al 2001 quando, come riportato dal East African Medical Journal, gli esperti della clinica dermatologica dell’università di Makerere in Uganda, si sono trovati di fronte il caso di una trentenne con forti sbalzi di pressione e con l’impossibilità di arrivare in ospedale sulle proprie gambe. I problemi neurologici – ha chiarito il referto – erano causati dall’uso di due prodotti a base d’idrochinone, il Mekako e il Mgc, tutt’ora in vendita in molte parti dell’Africa. Come conseguenza dell’immigrazione africana nel nostro paese, i prodotti schiarenti sono arrivati anche qui da noi, entrando a far parte di un mercato che interessa molti. Le confezioni di «skin whitener», come dal nome del prodotto più comune, si possono trovare sugli scaffali dei negozi africani o cinesi delle grandi città, o sottobanco da quando l’idrochinone è stato vietato dalla legge italiana. Costano dai 5 ai 10 euro. «Il problema più grande – spiega Mary Koroma, che si è occupata di raccogliere testimonianze sull’argomento per conto di una organizzazione non governativa (ong) – è che per schiarirsi la pelle le ragazze africane si affidano anche a schiarenti selvaggi. Soda caustica o candeggina mischiata a sapone acido sono i ritrovati fai-da-te più diffusi: basta che siano economici e istantanei».




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