...iracheni

Finalmente.
Come oltre mezzo secolo fa l'Europa ebbe l'occasione - che non andò sprecata - di abbracciare tutta insieme la democrazia (a parte quei poveracci che rimasero schiacciati sotto lo stivale dei comunisti), oggi tocca all'Iraq.
Oggi l’Iraq è tornato a essere un paese sovrano.
Con grande soddisfazione a Foggy Bottom e al Palazzo di Vetro. Riaprirà l’ambasciata irachena a Washington. Un ambasciatore della nuova Amministrazione siederà all’Onu. Se tutto ciò è potuto accadere, ricordano i diplomatici arabi a New York, lo si deve anche allo straordinario lavoro di Lakhdar Brahimi, inviato di Kofi Annan in Iraq.
Ai primi di giugno ha annunciato le sue dimissioni dall’incarico. Motivo addotto da Brahimi: le pressioni americane su di lui, fatte soprattutto da Paul Bremer, l’ex governatore americano a Baghdad.
Ma ben altre sono state le ragioni. Brahimi non lo dirà mai ufficialmente perché è troppo diplomatico e troppo diplomatico arabo, ma all’origine della sua decisione ci sono state precise minacce di morte.
Anzi, dietro a tutto c’era un piano iraniano diretto all’assassinio di Brahimi. Secondo fonti d’intelligence arabe, a Baghdad la missione di eliminare Brahimi era stata data alle Guardie rivoluzionarie iraniane, i pasdaran, braccio armato dei servizi legati ad Ali Khamenei, la guida religiosa della Repubblica islamica.
Strumento di morte avrebbe dovuto essere un’autobomba
“avvicinata” all’auto di Brahimi a Baghdad. L’uso di un sistema del genere sarebbe servito a mascherare bene gli autori dell’attentato e a metterlo in conto alle forze dei cosiddetti
“resistenti”.
L’avvertimento circa questo pericolo Brahimi l’avrebbe avuto dal leader degli sciiti in Iraq, l’ayatollah Ali Sistani, un moderato, guida religiosa dei seguaci di Ali.
Temendo conseguenze devastanti provocate dall’uccisione di Brahimi, e paventando conseguenze altrettanto devastanti sullo stato degli sciiti in Iraq e sul loro accesso ai gangli vitali del potere, Sistani ha deciso di far saltare il piano di Teheran. Del resto, Sistani non ha mai nascosto il suo sostegno per la mediazione di Brahimi.
Gli riconosce ancora oggi di avere tenuto conto, nel costruire l’ipotesi di governo, delle necessità e degli interessi degli sciiti, pur avendolo criticato per certi atteggiamenti filo-sunniti. Il piano per assassinare Brahimi è la prova di una politica estera iraniana molto più aggressiva. Tutto ciò è dovuto alla vittoria dell’ala conservatrice, ottenuta nel febbraio scorso, nelle elezioni per il Majilis, il Parlamento di Teheran. Comunque le dimissioni del diplomatico algerino sono state un successo iraniano. Teheran, nelle dichiarazioni ufficiali e ufficiose, lo ha sempre visto e dipinto come un sostenitore degli interessi sunniti. L’Iran non ha potuto nemmeno influenzare in chiave anti Brahimi la comunità sciita irachena, gelosa della propria autonomia dall’Iran e schierata con Sistani. Il tentativo iraniano di egemonizzare e riunire le fazioni sciite per portarle a trattare per il piano di trasferimento all’autorità irachena del governo del paese (negoziazioni che avevano in prima fila Brahimi) è fallito. Anche il piccolo uomo degli iraniani a Baghdad e Najaf, Moqtada Sadr, non riesce ad attrarre né le grandi masse né la potente borghesia sciita che fa il bello e il cattivo tempo. Le Guardie rivoluzionarie iraniane, che hanno guidato e istruito militarmente le masnade di Sadr, hanno fallito il loro obiettivo di scatenare una rivoluzoine di massa, modello Khomeinista, contro gli americani. Sadr è stato costretto a ridimensionare le sue pretese e a scendere a patti con Sistani. Lo stesso Khamenei, parlando al telefono con i suoi collaboratori, ha ammesso di temere che le Guardie rivoluzionarie attive in Iraq potessero essere catturate dagli americani o tradite da altri sciiti moderati.

L’ambasciatore del Bahrain a Foggy Bottom, lo sceicco Khalifa Ali Alkalifa, si augura che il prossimo ambasciatore dell’Iraq nella capitale americana sia la signora Rend al-Rahim, rappresentante dell’Iraq nella capitale durante il periodo del Consiglio di governo iracheno. La lobby dei diplomatici arabi a Washington appoggia la signora. Ma forse tutto ciò non basta. John Negroponte, appena installato a Baghdad come ambasciatore americano, ha un’ottima impressione di lei.

saluti