j.m. keynes visto da giorgio la malfa
Dalla Voce Repubblicana di domani
La teoria generale, un libro in grado di sfidare i dogmi dell'accademia
J.M. Keynes visto da Giorgio La Malfa
di Riccardo Bruno
Un’attrazione fatale. Quando nei primi anni ‘60 il giovane Giorgio La Malfa approdò a Cambridge, non si poteva resistere. Nella più prestigiosa facoltà di economia britannica, il fascino della personalità e delle teorie di Keynes era rimasto vivissimo. A Cambridge insegnavano ancora suoi allievi, come Reddaway, e suoi incalliti avversari come Dennis Robertson. Poteva uno studioso alle sue prime esperienze resistere alla suggestione di un’atmosfera intellettuale tanto originale? Ricordiamo anche che all’università di Cambridge viveva una personalità carismatica come Piero Sraffa, l’autore di “Produzione di merci a mezzo di merci”, allora famosissimo negli ambienti economici e politici italiani. A Sraffa (un amico personale di Gramsci) lo stesso Keynes nell’estate del ‘21. chiese di scrivere un articolo sul sistema bancario italiano per i supplementi di economia del quotidiano “Manchester Guardian”. Keynes apprezzò il livello scientifico dell'articolo al punto che decise di pubblicarlo direttamente sull'”Economic Journal”, la più autorevole rivista inglese di economia politica, col titolo "The Bank Crisis in Italy". Alla fine Keynes affidò a Sraffa anche la cura dell'edizione italiana del suo “A Tract on Monetary Reform”. Da quel momento Sraffa diventa un monumento vivente, e il giovane La Malfa ci si trovò subito a confronto. Un’altra epoca.
Questioni tematiche
Il “Keynes visto da Giorgio La Malfa” edito per la Luiss University Press (pagg. 155, euro 14,00) ci aiuta a ricostruire le questioni tematiche di uno dei più grandi economisti del secolo scorso, ma soprattutto ci permettere di cogliere quell’aura che ha condizionato un intero processo culturale, non certo solo economico. Va detto che lo scritto di La Malfa si accompagna a due testi originali di Keynes piuttosto considerevoli. Uno di essi è “La fine del laissez - faire” (1926), e l’altro “Le note conclusive sulla filosofia sociale”, tratto da “La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, del 1936. In quest’ultimo si legge: “La nostra critica della teoria economica classica prevalente è consistita non tanto nel trovare errori logici nella sua analisi, quanto piuttosto nell’evidenziare che i suoi assunti impliciti vengono soddisfatti mai o di rado, con il risultato che essa non può risolvere i problemi economici del mondo reale”. E’ cosa rilevante essere costretti a constatare che la scienza economica non risolve le questioni che si pongono nei processi della vita reale. Si tratta di un aspetto del pensiero di Keynes a cui La Malfa si mostra molto sensibile. Ad esempio, La Malfa difende Keynes dalle accuse di Schumpeter mosse alla “Teoria generale”. Stando a quelle, in sostanza, le analisi di Keynes non andrebbero al cuore del processo capitalistico e alle sue prospettive future. Per Schumpeter, Keynes si limiterebbe ad una valutazione dei fenomeni economici valida per il breve periodo. La Malfa replica che Keynes ne era consapevolissimo, ma che la sua analisi era condizionata dall’esperienza drammatica dei sistemi economici di quegli anni. Si tratta del 1929, del 1930, in cui l’economia aveva evidenziato una patologia acuta, mostrandosi incapace di utilizzare pienamente la forza produttiva esistente e quindi di realizzare la piena occupazione. Una “patologia”, chiosa La Malfa, che ha poi continuato a manifestarsi nei sistemi economici contemporanei e che si manifesta perfino ai giorni d’oggi nei paesi dell’Europa Occidentale, inclusi gli Stati Uniti.
“E’ chiaro – scrive La Malfa – che in un’ottica di breve periodo, un’elevata propensione al risparmio rende più difficile la piena occupazione, mentre in un’ottica di più lungo respiro, posto che il sistema sia in condizioni di piena occupazione, una maggior quota di risparmio, seppure non influenzi il tasso di crescita dell’economia che è determinato dall’aumento della popolazione e dal ritmo del progresso tecnologico, ha altri effetti positivi”. Per cui La Malfa sottolinea come il testo keynesiano, oltre che un nuovo contributo alle teorie generali dello sviluppo capitalistico, sia principalmente uno strumento indispensabile per gli interventi correttivi alle disfunzioni dello stesso.
Economista in lotta
Il Keynes che ci trasmette La Malfa non è un “professorone” che sforna teorie e trattati: è un economista che si batte per trovare delle soluzioni ai problemi del suo paese e ovviamente del mondo, come dimostra financo il ruolo svolto sul piano diplomatico all’indomani della fine del primo conflitto, dove Keynes era contrario, a ragione, alle sanzioni imposte alla Germania da parte dalle nazioni vincitrici. Tra l’altro c’è da osservare che nella querelle che divide Schumpeter da Keynes spicca anche un ulteriore elemento di rilevante importanza: Schumpeter era convinto di un’evoluzione felice e socialista del sistema economico e di una inevitabile sconfitta del capitalismo. Keynes, al contrario, non aveva nessun dubbio che il socialismo, soprattutto quello sperimentato in Unione sovietica, non fosse assolutamente in grado di offrire un nuovo modello di riferimento, né per l’Oriente, né tanto meno per l’Occidente. Di più, Keynes era completamente emancipato anche da qualsiasi condizionamento marxiano, escludendo dunque che le linee di pensiero del tedesco fornissero elementi di qualche utilità pratica. Keynes riteneva, ci ricorda La Malfa, che il futuro avrebbe imparato più dallo spirito di un tal Silvio Gesell che da quello di Marx. Visto che Silvio Gesell era piuttosto sconosciuto anche all’epoca, si capisce molto bene l’opinione dell’economista sui lavori di Marx. E’ proprio l’elemento dogmatico e dottrinario – Marx prima che un economista era pur sempre un erede dell’idealismo tedesco - a suscitare la diffidenza di Keynes. Tanto è maggiore il dogmatismo, tanto maggiore è lo scetticismo di Keynes. E’ vero che Marx voleva riporre “l’uomo sui piedi invece che sulla testa”, ma evidentemente per un pensatore come Keynes, la sola elaborazione della metafora (“un uomo poggiato sulla testa”, secondo l’Hegel letto da Marx) comportava un allontanamento ulteriore dalla realtà.
Entità viva
La realtà, inclusa quella economica, è invece un qualcosa di vivente, che tende a sfuggire ai concetti in cui la si vorrebbe rinchiudere a forza. Veniamo allora al laissez – faire, che ha influenzato un intero secolo di pensiero economico, in Inghilterra e non solo. Keynes non ne sottovaluta certo la rilevanza, ed è quanto mai attento all’importanza delle sue origini polemiche nei confronti delle politiche protezioniste colbertiane. Ma egli si richiama a Cairnes per ricordare che “la massima del laissez - faire non ha alcuna base scientifica, è tutt’al più una semplice e comoda regola pratica”, e sostiene che con la stessa misura occorre considerare la teoria della “mano invisibile” di Adam Smith. “Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez - faire”. Questo lo spirito. E’ chiaro che, seppur senza riuscire a convincere, l’importanza del socialismo, in particolare all’indomani della rivoluzione sovietica, ha un effetto sulla riflessione keynesiana. Ma, come nota La Malfa, Keynes ne resta impressionato sul piano morale, e non su quello strettamente economico. “L’esperimento sovietico – scriveva Keynes – era volto a far nascere un uomo nuovo liberato dal motivo dell’accumulazione della ricchezza”. E La Malfa: “Il capitalismo non era allora, e non è oggi, un sistema in sé attraente”.
Serve dell’altro
Il desiderio individuale di accumulare denaro e ricchezza, alla fine può rivelarsi volgare, e anche piuttosto vano. In termini più semplici, il denaro e l’individualismo sfrenato non danno risposte soddisfacenti alle esigenze di una esistenza. Serve dell’altro, soprattutto quando “l’avidità”, produce sì benessere, ma anche profondi squilibri sociali. A fronte di una crisi gravissima, come quella del 1929, occorre pensare ad un intervento correttivo. Per questo serve lo Stato. Lo sforzo di Keynes è cercare di ritagliarsi uno spazio di azione fra il pensiero economico classico, e la sua interpretazione dottrinale, senza finire in un dogmatismo ancora più grave, come quello socialista. Keynes è ormai lontano nel tempo, ma l’interesse attuale per la sua opera, La Malfa lo spiega in questi termini: “Oggi prevale, soprattutto in Europa, una visione dell’economia che assomiglia molto a quella contro la quale Keynes mosse all’attacco nella Teoria generale”. Bisogna non demonizzare le forze spontanee del mercato, ma avere anche la capacità di saperle correggere, ove è necessario. Ci viene facile credere che in Italia, se si fosse conosciuto un po’ di più il pensiero keynesiano, ed il suo sforzo di trovare soluzioni, la classe dirigente del Paese avrebbe potuto essere migliore.
Le rasoiatte di Oscar Giannino, Repubblicano Minarchico.
Italiani, la vostra vita è meravigliosa (anzi sarebbe) di OSCAR GIANNINO
Stampatevi bene in mente questi tre nomi: Gunter Coenen, Peter McAdam, e Roland Straub. Lavorano a Francoforte, presso il direttorato studi e ricerche della Banca Centrale Europea, e finalmente portano nuovi argomenti concreti a favore di noi mosche bianche liberiste che chiediamo il calo generale delle imposte. Sbaragliano in un solo colpo tutti gli economisti europei, che sostenevano pervicacemente negli ultimi tre anni che erano del tutto campate in aria le tesi del Nobel dell'Economia Ted Prescott, che ha vinto il premio proprio provando quanto le alte tasse che gravano su noi italiani ed europei servano solo a far lavorare di meno la gente, con effetti di riduzione del reddito disponibile maggiormente gravi proprio per chi ha le qualifiche più basse, e non certo invece redistributivi a loro vantaggio, come invece predicano gli statalisti tassatori e le sinistre unite di tutto il continente.