



Noi? Non so Voi, ma io parlo per Me. E dico che l'unica legge che riconosco è il principio liberale di non-aggressione. Non ho bisogno di rappresentanti, per cui le leggi che costoro producono valgono, per il sottoscritto, un fico secco. Se ne rispetto la maggior parte è solo per il timore di ricevere l'antipatica visita degli sgherri di stato. Le mie giornate sono finalizzate ad ottenere benessere per me e per la cerchia delle persone a me care, cercando sempre di mantenere la mia dignità di individuo, continuamente minacciata da entità quali la "collettività", il "popolo", lo "stato".


Non sono giovanissimo, ma non ricordo un solo istante della mia vita in cui il principio di non aggressione sia stato rispettato.
E' stata un'aggressione continua e davvero non me ne stupisco.
E' naturale.
Meno naturali sono certe contiguità con l'antitesi del liberalismo di certi liberali.


He he, non lo offrivo a te (o forse si..), tu sei vero, intellettuale.
Senza equivoco.
Mi sembri senza macchia, innocente, sempre meno distaccato, forse un pò spaventato.
Forse sparo cazzate e mi piace solo come scrivi, in ogni caso, auguri anche a te, che se valoroso non sei, quanto meno me lo sembri.
Nulla alle spalle, dubbi sul futuro
Oggi m'hanno incuXXto...ma con che austerità ragazzi! Roba da signori! Ho ringraziato e chiesto un'altro appuntamento.


Nulla alle spalle, dubbi sul futuro
Oggi m'hanno incuXXto...ma con che austerità ragazzi! Roba da signori! Ho ringraziato e chiesto un'altro appuntamento.




Nulla alle spalle, dubbi sul futuro
Oggi m'hanno incuXXto...ma con che austerità ragazzi! Roba da signori! Ho ringraziato e chiesto un'altro appuntamento.




Nulla alle spalle, dubbi sul futuro
Oggi m'hanno incuXXto...ma con che austerità ragazzi! Roba da signori! Ho ringraziato e chiesto un'altro appuntamento.


L’inferno dell’Italia de noantri
di Giampaolo Pansa
Aldo Cazzullo è un inviato del Corriere della sera, dopo aver fatto lo stesso mestiere alla Stampa. Viene considerato uno dei primi della classe nel giornalismo italiano e si merita il rango che gli è riconosciuto. Nato ad Alba, la capitale delle Langhe, ha tutte le qualità dei langaroli, parola sbagliata perché, come ci spiega Aldo, bisogna dire langhetti.
È intelligente, curioso, prontissimo a capire, rapido nella raccolta delle notizie, molto svelto nel costruire l’articolo, aiutato da una buona cultura. Ha scritto più di un libro, dove ha messo in luce queste doti. Ma la sua dote più importante è l’assenza di faziosità. Oggi troppi giornalisti si schierano con una parte e piegano il loro lavoro all’opportunismo politico. Aldo no. Lo leggo e lo conosco da anni, però non ho mai capito per chi voti. Di questi tempi è una virtù rara. Che da sola può fare la differenza fra un cronista e l’altro.
Detto questo, ai miei occhi Aldo ha un solo difetto: è nato nel 1966. Dunque ha iniziato a guardare l’Italia, e a raccontarla, nella seconda metà degli anni Ottanta. Quando eravamo già una nazione avviata lungo la strada del proprio declino. Ed era ormai impossibile fermare la discesa rovinosa verso l’abisso. Una caduta dapprima lenta, poi sempre più rapida. Causata da un’infinità di errori compiuti, un po’ da tutti noi, nei decenni precedenti. Quelli della ricostruzione, del boom economico, dell’affermarsi di un sistema politico bloccato. Con un partito, la Dc, sempre al potere. E un altro, il Pci, sempre all’opposizione, per colpa propria.
Approdato al giornalismo e arrivato alla maturità, era fatale che Aldo venisse afferrato da un virus insidioso: la nostalgia per un Paese scomparso, molto diverso e migliore di quello che gli toccava descrivere. Lo capisco. Anche i miei genitori non hanno mai mangiato la pizza, come i nonni che Aldo ricorda nelle pagine iniziali del suo ultimo libro: “L’Italia de noantri”, appena uscito da Mondadori (176 pagine, 18 euro). E meno che mai i nonni Cazzullo e i genitori Pansa avrebbero consumato quel “cibo straniero” in pubblico, in una trattoria all’aperto. Sotto gli occhi di tutti, lontani dal riserbo della cucina di casa o della sala da pranzo, se c’era.
Capisco un po’ meno la nostalgia per le Langhe raccontate da una memoria che spesso fa cilecca. Le Langhe della guerra civile, con i partigiani tutti buoni, i fascisti tutti carogne, i preti che stavano con i ribelli, i contadini che proteggevano le bande. Con Aldo ne abbiamo parlato più di una volta. Da amici che si stimano e si vogliono bene, anche se non sono d’accordo su questo santino.
Mi trova invece concorde il ritratto che Aldo disegna dell’Italia di oggi. Il suo è un libro veritiero e spietato. Dettato da una schiettezza feroce che non lascia scampo. Il sottotitolo (“Come siamo diventati tutti meridionali”) non deve trarre in inganno. Questo non è un racconto nordista e tanto meno leghista. Anche noi piemontesi, come i lombardi e i veneti, ne usciamo a pezzi. Disonesti, truffatori, furbacchioni, senza voglia di lavorare, fancazzisti, incompetenti, tiratardi, buffoni, ignoranti, mancatori di parola. Tali e quali i terroni che noi del nord, sbagliando, abbiamo imparato a rifiutare da bambini. Mia nonna Caterina, quando non volevo lavarmi, mi urlava: «Non fare il Napoli!».
Quello di Aldo è un racconto dantesco con un solo girone: l’Inferno. Ci spiega che, finalmente, l’unità d’Italia si è compiuta, ma nel modo peggiore. Dovrebbe diventare un testo obbligatorio nelle scuole. A condizione che esistano ancora degli insegnanti tanto forti da spiegare ai ragazzi: «Ecco il Paese che noi adulti vi affidiamo. Fatene quel che volete. Ammesso che sappiate che cosa volere».
Ma “L’Italia de noantri” dovrebbe essere letto soprattutto dai politici. Mentre lo scrivo, mi rendo conto di esprimere un augurio dettato dalla mia ingenua fesseria. Sì, come Aldo, sono un italiano super-fesso. Convinto che i politici leggano ancora dei libri e riflettano su quanto imparano. Certo, ce ne sono parecchi che lo fanno. Molti li conosco, stanno a destra, al centro, a sinistra. Ma è il mondo separato al quale appartengono a sembrarmi estraneo. E lontano da qualsiasi impegno diverso dalla cura della porzione di potere che controllano.
Qualcuno vissuto anni fa, forse un leader di partito o uno scrittore geniale, ha detto: «Governare l’Italia non è difficile: è inutile». Anche questo sarà colpa del Berlusconi, il maledetto Caimano? Non credo proprio. Tutto si era già compiuto quando Silvio si trovava ancora lontano dalla mischia politica. Adesso siamo una nave strapiena di folli che va alla deriva, verso un approdo ignoto che mi fa spavento.
Me lo conferma la cronaca di questa vigilia festiva. Con le facce che ci porta in casa la tivù, la nostra bocca della verità. Il Cavaliere che finge di essere bloccato in Russia dalla neve per rimandare l’incontro con il suo ministro più importante, il Tremonti. Lo stesso Tremonti che minaccia di ritirarsi a vita privata. Il governatore del Lazio ricattato per un video dove lo si vedrebbe con un transessuale. Il candidato numero uno alle primarie del Pd, il Franceschini, ormai concionante dovunque. Per di più con un piglio rozzo e autoritario da ras della politica, capace solo di promettere guerra.
Ci salveranno ancora le vecchie zie che non conoscevano la pizza? Non lo so proprio. Conserviamo la nostra amicizia, caro Aldo. E speriamo che esista un padreterno capace di dare una mano agli italiani perbene.
Il Riformista
Magari non è molto originale, quotare il pensiero di un altro, magari lo avete giàletto, magari vi fa schifo.
Però mi sembra attinente.
Nulla alle spalle, dubbi sul futuro
Oggi m'hanno incuXXto...ma con che austerità ragazzi! Roba da signori! Ho ringraziato e chiesto un'altro appuntamento.