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DI CHI NAVIGA A VISTA
di Antonio Funiciello
Intendiamoci: la scelta di “navigare a vista” fatta dall’esecutivo del listone (che proprio un “esecutivo” non è, hanno specificato dopo la dichiarazione di Prodi un po’ tutti…), non scegliendo né di procedere verso una vera federazione, né di tornare indietro, è poco incoraggiante. Da buon gradualista (tanto per usarne un’altra – di parola – dopo riformista, riformatore, etc.) tenderei, comunque, a non drammatizzare. Se la scelta di “navigare a vista” rappresenta, infatti, una chiara battuta d’arresto, è pur vero che nell’ultimo anno si è assistito a un’accelerazione di interesse intorno ai temi più cari al popolo riformista. Accelerazione che dubito non lasci sul terreno politico tracce significative, pur nell’ennesimo e triste momento di ritirata (tattica o strategica, questo è da vedere…). Perché su un punto è proprio impossibile essere in disaccordo: la crisi di rappresentanza dei partiti italiani non è affatto risolta. Anzi, centrando l’attenzione sulla metà dell’arco istituzionale che ci sta più a cuore, questa crisi peggiora, dal momento che ristagna nelle acque torbide del male endemico della sinistra italiana: l’autoreferenzialità. L’idea stessa, più volte in questi giorni ribadita, di una ripresa di feeling della Quercia col proprio elettorato, è una prova supplementare e, per altro, non richiesta di quanto appena accertato: rinserrare le proprie file è un bene, ma anche il riconoscimento di un limite. Si aggiunga il dato elettorale europeo, compreso nel crollo di consensi del maggiore partito di centrodestra e nella simultanea mancata conquista di quei consensi da parte del centrosinistra, e la crisi di rappresentanza è ancor più avvalorata. Si può sostenere che la mancata conquista di consensi si è verificata per colpa del nuovo cartello elettorale, come sostengono la sinistra diessina e i democristiani della Margherita. Ma si può anche e più giustamente asserire che Uniti nell’Ulivo non ha “sfondato” proprio perché non è stato percepito dall’elettorato tout court (non solo da quello tradizionalmente orientato a sinistra) come l’embrione di un innovativo progetto politico per il Paese. Un progetto che può avere solidità e lungimiranza programmatica solo a patto d’essere sorretto dalle gambe in salute di un nuovo soggetto. Il dibattito, insomma, è ancora aperto. Rassegnarsi all’inesorabile rottamazione del triciclo in favore di un ritorno ai vecchi, cari, carissimi monocicli è una possibilità e una scelta politica. Motorizzare e potenziare il triciclo è un’altra scelta. “Navigare a vista” disegnando rotte concentriche non ha alcun senso (né tattico, né strategico




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