Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
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    Predefinito Guido Sacconi:«Priorità al programma» (...PROGRAMMA!!!)...basta virtuosismi!!



    Guido Sacconi:«Priorità al programma»

    «Aspetto di vedere un'ipotesi concreta, altrimenti sono solo chiacchere di mezza estate che rischiano di farci friggere sulla graticola com'è accaduto lo scorso anno con la lista unitaria».

    Rispetto alla federazione dei partiti del listone Guido Sacconbi, eurodeputato toscano del correntone Ds confermato a Strasburbo sotto le insegne del triciclo, ha comunque un diverso ordine di priorità: «Aprire il cantiere programmatico del centrosinistra».



    Cominciamo da Strasburgo. I leader della lista unitaria hanno proposto una sorta di coordinamento che dovrebbe essere guidato da Zingaretti per i Ds e Pistelli per la Margherita. Dopo aver scelto un simbolo unico per sedere su banchi diversi, a cosa può servire?

    Si comincia a ragionare di come strutturarci in modo da mantenere le ciascuno proprie identità e fare una politica comune nel parlamento europeo dando anche un messaggio unitario in Italia. Ma è vero che la macchina parlamentare e le sue dinamiche rendono la cosa non facile...

    La collocazione della Margherita nel gruppo liberale cosa significa nella dinamica dell'emiciclo europeo?

    Era una delle possibilità in campo e, a questo punto, riservarsi dei margini di autonomia dentro gruppo liberale è una delle soluzione possibili e anche più promettenti.

    In che senso?

    Credo che l'obiettivo sia far maturare un po' alla volta anche un minimo di aggregazione anche nell'ambito del sistema politico continentale.

    Ma dentro un settore conservatore che ad esempio non si sa come si esprimerà sulla presidenza della commissione a Barroso...

    Non so come si esprimeranno. So che con questa strutturazione il gruppo liberale diventerà ancora più articolato di come era. A proposito di Barroso e delle scelte politiche generali, vedo una difficoltà a costruire gruppi uniti e compatti che si muovano all'unisono. E personalmente vedo con grandissima difficoltà un mio voto favorevole a Barroso. Comunque c'è tempo fino all'autunno per vedere quali posizioni potranno essere assunte.

    La federazione del listone, invece, sembra marciare a tappe forzate...

    Io aspetto di vedere ipotesi concrete. Da un certo punto di vista sono stato un antesignano dell'idea federativa delle forze progressiste (lanciata da segretario fiorentino dei Ds nel `96, ndr). A quello schema resto tuttora affezionato. Il problema è capire l'attitudine al pluralismo, non solo politico ma anche sociale. In secondo luogo, per me la priorità è un'altra: aprire il cantiere del centrosinistra. E' tanto più urgente, anche per la crisi natatoria del centrodestra, avere il progetto alternativo di società e di governo.

    Le priorità, però, sono invertite nei piani di Prodi e dei leader del listone....

    Non lo so, aspetto dei vedere le proposte concrete. Ma per carità, non facciamo di nuovo le cose a tavolino, non sciupiamo di nuovo l'idea.

    In sostanza l'idea sembra quella di una segreteria unitaria composta dai vertici dei partiti che decide per tutti, e gli extraconfederali vengono messi all'angolo. Vista la tua origine da segretario regionale della Cgil toscana, come la giudichi?

    Per chi sa cos'era la federazione sindacale, in verità, almeno in tutta una fase aveva un funzionamento democratico perché non c'era solo la segreteria: c'erano organismi paritetici, processi decisionali democratici e - certamente - anche il diritto di veto. In verità non sarebbe un modello da buttare via. Ma mi sembra difficilmente proponibile come tale. Inviterei pertanto a parlare sapendo di cosa si parla. Bisogna ricordarsi che patto federativo nacque sulla carta come ripiego rispetto all'unità, ma mantenne sempre l'obiettivo di essere un ponte verso un'unità più avanzata, tant'è che ci fu avanzamento Cgil che andò ben oltre l'elemento paritetico.

    Però il prossimo congresso dei Ds lo farete proprio su questo a quanto pare...

    Ragioniamo sul concreto e non con le battute, sennò facciamo un altro anno sulla graticola come abbiamo fatto sulla lista unitaria senza lavorare. Qualcuno definisca una o più ipotesi sennò sono solo chiacchere di mezza estate.

  2. #2
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    Predefinito

    Ecco.. finalmente i Programmi.. è su questo che si deve concentrare il Centrosinistra..sopratutto ora che la maggioranza sembra spirare in fretta...

    Sono contento che a Zingaretti (che ho votato assieme a Gruber e Napoletano) sia affidata la coordinazione dei ds europei

    L'idea della "cabina di regia "comune tra Ds e margherita mi pare ottima...

    RIpeto..la federazione ora come ora è la via iniziale che ci potrà portare tra 4-5-10 anni ad una unico soggetto.

    ma la cosa importante è il programma.. che non deve solo riguardare La lista Unitaria.. ma soprattuto i verdi , il pdci, Dipietro, e Prc.. dobbiamo sbrigarci...

    L'unica notazione negativa è la parola "triciclo" usata dal giornalista per parlare della Lista Unitaria..

    1. perchè è il termine spregiativo coniato dalla destra (è come se Fini un bel giorno chiamasse berlusconi Unto... )

    2. perchè è grazie ai voti del cosidetto "triciclo" ( tutto e non solo la sua corrente politica) che il deputato del correntone occupa un posto a strasburgo ...

  3. #3
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    Predefinito per imparare ad essere costruttivi tutti

    C'è il programma di Giuliano a Amato scritto per le elezioni Europee per la Lista Unitaria.

    Si presuppone generalmente condiviso approvata da chi l'ha votata.




    Per chi volesse farsi un'idea lo posto qua sotto ei due punti più interessanti. (più avanti il resto)

    Che ne pensate?

    Proposte, errrori, integrazioni?


    Prefazione, L’Europa contro le nostre paure

    Siamo entrati nel XXI secolo sentendoci intorno un mondo profondamente cambiato; un mondo nel quale buona parte dei nostri punti di riferimento si sono spostati e il futuro che ci aspetta è incerto e non è affatto detto che per noi europei sia migliore.
    Certo, la scienza sta aprendo speranze prima impensabili per il miglioramento della vita, ma varca limiti sino a ieri invalicabili nella lotta alla malattia e alla fame e ci pone dilemmi etici che mai avremmo pensato di dover risolvere. Gravano poi su di noi l’insicurezza e gli incubi che nascono da un terrorismo che stentiamo a capire, ma che avvertiamo come un portato di quella globalizzazione, che negli ultimi decenni ha abbattuto confini a cui eravamo abituati da secoli. E poi le ansie legate ai cambiamenti climatici, al deterioramento dell’ambiente, alla sicurezza dei cibi che mangiamo. E infine le incertezze che vengono da un’economia che smuove imprese,capitali e persone da una parte all’altra del mondo, che genera in tal modo opportunità sinora sconosciute, ma elimina anche vecchie sicurezze di lavoro, di reddito, di identità stessa delle nostre città, dove oggi ci troviamo a vivere con persone tanto diverse, ed espongono così a cambiamenti e tensioni da cui si rischia molto spesso di uscire più da perdenti che da vincitori.
    Sono rischi, tensioni e paure, che risalgono a cause che sentiamo lontane da noi, matasse di cui non possiamo afferrare il bandolo. Ma non è così. Nulla di ciò che speriamo, ma anche nulla di ciò che temiamo, accade per cause estranee a1le nostre ‘scelte ‘e alle nostre azioni. La scienza, l’economia, il modo in cui le nostre società sono organizzate e in larga misura lo stesso clima sono ciò che noi li facciamo essere, anche quando hanno dimensioni planetarie e globali. Se vogliamo cambiare in meglio, occorre solo che ci portiamo all’altezza ditali dimensioni. Le trasformazioni del mondo entrano infatti nelle nostre case, ma non è certo da lì che le possiamo orientare. E’ l’Europa che ci permette di farlo.
    Grazie alla lungimiranza della generazione che ci ha preceduto, noi europei abbiamo la fortuna di averla l’Europa. Nel corso del XX secolo essa ci ha dato la pace fra noi, un mercato comune, una moneta unica. Ora sta a noi adeguarla alle nuove sfide e renderla più forte davanti ad esse, e tuttavia anche più vicina ai suoi cittadini, più trasparente. E’ un’Europa con la quale entrare fiduciosi nel futuro quella di cui abbiamo bisogno e per realizzarla è necessario che tutti sappiano compiere delle scelte: le istituzioni europee, i nostri Governi, ma anche noi cittadini.
    Occorrono scelte perché nel mondo vinca la pace, e questo vuol dire battersi affinché le guerre finiscano, non semplicemente tirarsene fuori; per rilanciare una crescita che dia lavoro e non distrugga l’ambiente, i dire saper rinunciare a molte comode posizioni di rendita; per avere servizi migliori, e questo vuole anche dire imparare a guardare al di là dei propri cancelli e dei propri steccati. Diritti e responsabilità. Condividere le politiche della Lista Prodi significa contribuire a realizzarle, perché per un’Europa al servizio di tutti serve l’impegno di ognuno.
    La Lista Prodi ha ascoltato tutti e ciascuno, ha chiesto il contributo degli esperti e della gente comune, ha mobilitato associazioni di cittadini e parti sociali. E nel farlo ha percepito quanta attenzione ci sia in esse all’interesse collettivo, quanto esse siano capaci di elaborare proposte lungimiranti, quanto lavoro comune la politica possa intraprendere con loro. Perciò oggi siamo sicuri di avere un buon progetto complessivo e proposte concrete efficaci.
    Il programma che presentiamo in queste pagine - con una prima parte dedicata al disegno generale e una seconda alle proposte specifiche per ciascuna figura sociale e per singoli temi - si articola intorno a un preciso filo conduttore: più libertà e più iniziativa, ma anche più governo o, meglio, migliore governo per promuovere e valorizzare le capacità di tutti e di ciascuno. Perché l’Europa, dalle imprese alla ricerca, dall’agricoltura alla finanza, dal welfare ai sistemi formativi soffre per un uso sbagliato e distorto delle sue risorse e per un eccesso di cattiva regolamentazione, molto spesso nazionale, e a volte anche europea: vincoli imposti non per stupidaggine, ma per difendere questo o quell’interesse. La ripresa della crescita e una politica sociale giusta e promotrice essa stessa di crescita cominciano da qui: dal buon governo, dalla capacità di scrivere regole intelligenti, nell’interesse di tutti, non per favorire pochi.
    Non ci sono, ricette miracolose. Quando. le. Ferrari perdevano il Gran Premio i meccanici di Maranello non hanno pensato neppure per un minuto che fosse possibile tornare a vincere solo usando una benzina più potente: hanno smontato il motore e poi lo hanno rimontato pezzo per pezzo, sostituendo quelli che non funzionavano. Così sono tornati a vincere. Questo è l’impegno della Lista Prodi: dare all’Europa, e all’Italia, un buon governo.



    2. Lavoro, Welfare e risorse umane

    Un’Europa in cui si lavori di più, perché si può lavorare di più. Troppe donne oggi sono prigioniere di una doppia vita che le costringe a rinunciare o alla maternità o al lavoro, troppe donne e troppi uomini restano fuori dal mondo del lavoro perché non hanno professionalità adeguate o semplicemente non trovano l’occasione giusta, troppi bambini e troppi giovani sono condannati sin dalla prima infanzia a un destino di esclusione.
    Il risultato è che in Europa troppo pochi lavorano. Il 60 per cento delle persone tra i 15 e i 64 anni, contro il 70 per cento negli Stati Uniti e obiettivo che i capi di Governo dell’Unione si sono dati per il 2010. E qui l’Italia ha il primato del tasso di occupazione più basso d’Europa, il 55 per cento. E’ questo il primo vincolo alla nostra crescita, sono queste le priorità che in campo sociale una buona politica oggi deve affrontare e risolvere.

    L’orgoglio di una società diversa da quella americana. Purché funzioni. Siamo orgogliosi di essere europei per le istituzioni di sicurezza sociale che l’Europa si è data e molti, anche negli Stati Uniti ci invidiano. Tuttavia le sfide dei nuovi tempi, l’allungamento della vita media, l’accesso delle donne al mondo del lavoro, la diffusione di percorsi più liberi ma anche più individuali e flessibili, sino alla precarietà, la difficoltà a creare nuovi posti di lavoro hanno reso quelle istituzioni inadeguate a rispondere ai nuovi bisogni.
    Perciò, pur nella consapevolezza che non esiste e non potrà esistere un unico modello di Welfare europeo, il riformismo non può sottrarsi alla sfida di riformare le istituzioni sociali, nella certezza che tale sfida e quella altrettanto prioritaria per il lavoro si intrecciano oggi a doppio filo. In un tempo nel quale la stessa crescita dipende largamente dalla valorizzazione del nostro capitale umano, riformare il welfare significa renderlo non un peso, ma un fattore propulsivo della stessa crescita attraverso la valorizzazione di ogni giovane, di ogni donna, di ogni adulto. Vanno rimossi gli ostacoli che oggi cancellano progetti di vita e ciascuno va messo in condizione di formarsi, di aggiornarsi e di lavorare. E vanno difesi coloro che non possono difendersi da soli.

    Il Welfare inclusivo. Paradossalmente, lo stato sociale europeo, da strumento di inclusione sociale, sta diventando sempre più una ragione di esclusione di chi sta fuori, anche nell’ambito dei confini europei. Per evitarlo ecco le nostre proposte, cominciando dalla rete di protezione minii loro che sono i veri esclusi di oggi.
    • Tolleranza zero nei confronti della povertà minorile e delle disuguaglianze che già nell’età pre-scolare predispongono all’esclusione i bambini poveri. Bisogna contrastare il peso dell’eredità familiare e sociale in modo da rendere indipendenti le potenzialità di successo nella vita dai privilegi sociali ed ereditari. Per questo l’Unione dovrà aderire alla Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, secondo la quale bambine e bambini, ovunque siano e da qualunque parte del mondo vengano, devono essere trattati tutti allo stesso modo e avere tutti gli stessi diritti. Per questo una rete di servizi educativi e di assistenza familiare per i bambini da O a 3 anni è un obiettivo prioritario, non solo per conciliare il lavoro della madre e del padre con la cura dei figli, ma prima di tutto per favorire la piena formazione degli stessi figli, così come avevamo cominciato a fare in Italia con la legge del 1996 che riguardava la promozione dei diritti dei bambini. La Carta di Barcellona ci chiede di accogliere negli asili nido almeno il 33% delle bambine e dei bambini. E’ un obiettivo minimo che l’Europa dovrà realizzare.
    • Coordinamento tra le reti di protezione sociale di ultima istanza fra i paesi europei, facendo sì che gradualmente il diritto a un reddito minimo, conformato sia pure da ciascun paese in ragione delle proprie specificità (e quindi come reddito minimo garantito da alcuni, come reddito di inserimento da altri) diventi comunque una delle istituzioni cardine di cittadinanza europea. Sono, infatti, proprio queste le componenti dello stato sociale che rischiano per prime di venire ridimensionate dalla concorrenza al ribasso tra gli Stati al fine di attrarre capitali. Coordinarle al livello europeo serve non solo a proteggerle dalle pressioni competitive ma anche ad evitare che i flussi di immigrazione si concentrino sui Paesi che hanno le misure di protezione più generose.

    In Europa ci sono 18 milioni di immigrati regolari che hanno fatto dei nostri paesi il loro progetto di vita. Sono donne, sono bambini, sono famiglie. Loro per primi sono tra le risorse umane che dobbiamo imparare a valorizzare, soprattutto oggi, alla vigilia dell’allargamento. Ci aiutano a crescere di più perché vanno dove il mercato del lavoro ne ha più bisogno, compensando la scarsa mobilità di noi europei. Le restrizioni ai flussi migratori non servono a impedire l’immigrazione. Possono solo renderla più graduale. Barriere anacronistiche come quelle contemplate dal Governo italiano (30.000 ingressi nel 2004 quando le imprese nei chiedono 4 volte tanti) ci impediscono di crescere e finiscono per alimentare l’immigrazione clandestina. Gli immigrati arrivano comunque, anche senza permesso di lavoro, e finiscono per lavorare in nero, il che significa che possono solo ricevere e non contribuire allo stato sociale. La clandestinità fa arrivare i meno qualificati e poi, con l’immancabile sanatoria, ci troviamo con persone che hanno una più alta probabilità di dovere in futuro ricorrere alle prestazioni dello stato sociale. Serve una politica europea dell’immigrazione e serve che sia l’Europa a stabilire le garanzie minime dei diritti degli immigrati, dalla cittadinanza di residenza ai limiti di quella vera e propria reclusione che è la detenzione nei centri di permanenza temporanea. Dovrà uscirne un patto che insieme ai diritti preveda precisi doveri, in nome della condivisione di regole e valori, che sono alla base della nostra convivenza in Europa.
    Il Welfare al di sopra della rete di protezione minima. Al di sopra della rete di protezione minima l’asse del Welfare europeo dovrà essere la riduzione delle diseguaglianze attraverso le politiche attive del lavoro e la formazione permanente, grazie alla progressiva convergenza di tutti i nostri Stati verso esistenti all’interno dell’Unione.
    C’è molto da imparare dai paesi più piccoli dell’Unione, che riescono a ridurre di più le disuguaglianze in proporzione a ciò che spendono in politiche sociali. Questo significa che molte politiche sociali possono essere meglio gestite su piccola scala e, quindi, per i grandi paesi, a livello locale. Importante è avere politiche attive, che spingano i beneficiari a cercare un lavoro, pena la riduzione del sostegno loro offerto, mentre ha funzionato con successo nel Regno Unito e in Svezia legare la concessione di sostegni al reddito al fatto di avere un lavoro. I sussidi o i crediti di imposta condizionati al lavoro facilitano anche il reinserimento nella vita attiva di quel 30 per cento di donne che in Italia non rientrano nel mercato del lavoro dopo la maternità. Mentre è essenziale è che i contratti di lavoro per gli adolescenti fino a 18 anni abbiano un contenuto prevalentemente formativo.
    Altri paesi dell’Unione hanno fatto importanti passi in avanti nella formazione permanente che consente di aggiornare le proprie competenze oltre gli anni degli studi scolastici: formazione per i giovani che interrompono gli studi per un lavoro spesso non qualificato e che rischiano così di condannarsi alla serie B per il resto della vita, per i lavoratori adulti che prima ancora dei cinquant’anni rischiano l’espulsione perché hanno conoscenze obsolete, per le e donne che interrompono la vita lavorativa per crescere i figli o per altre ragioni di cura familiare.
    La trasparenza su chi paga e chi riceve, infine, è condizione necessaria per migliorare il welfare. Proponiamo di introdurre una contabilità generazionale delle spese sociali che renda chiaro a tutti come la spesa sociale viene ripartita per età.

    Il Welfare che libera tempo. I genitori hanno la necessità e il diritto di non sacrificare il lavoro per la famiglia. E i bambini hanno bisogno del tempo dei genitori. I paesi del Nord Europa si distinguono per il loro più alto tasso di occupazione femminile e per il più alto tasso di natalità rispetto all’Italia ed altri Paesi dell’Europa del Sud. Ci sono pratiche che da loro dobbiamo imparare e di esse fanno parte interventi mirati per aiutare donne e uomini a conciliare lavoro e cura di sé e della famiglia, vita professionale e vita privata, attraverso reti di servizi, dagli asili al pieno tempo scolastico, e reti di cooperazione sociale e collettiva, che liberano le persone “producendo tempo”.

    Il Welfare che incoraggia la mobilità. Oggi in Europa muoversi, cercare lavoro in un paese diverso è difficile e spesso non è la lingua l’ostacolo maggiore. Ma della mobilità abbiamo bisogno non solo per ragioni economiche (abbiamo fortissimi divari nei livelli di produttività, dunque possiamo diventare molto più ricchi con una diversa distribuzione territoriale della forza lavoro), ma anche politiche. I cittadini che hanno vissuto in più di un paese dell’Unione sono quelli maggiormente favorevoli all’integrazione politica in Europa.

    Il Welfare per chi ha diritto all’assistenza. Nessuno sarà lasciato solo. Uno Stato sociale che sia davvero universale ed inclusivo non esaurisce i suoi compiti nell’aiutare le persone ad aiutarsi. C’è infatti chi - o perché troppo anziano, o perché troppo isolato, o perché semplicemente malato o gravato da handicap permanenti — non saprà che farsene della formazione permanente, degli incentivi a trovare lavoro, dei servizi che “liberano” il tempo. E’ questa una condizione che col passare degli anni colpisce soprattutto le donne, che vivono più a lungo, rimangono sole con redditi spesso bassi, sono esposte alla violenza. Il fondamentale diritto ad una vita serena e dignitosa va assicurato anche a loro.
    Il potenziamento dei servizi sanitari e l’assistenza domiciliare e non degli anziani sono diventate, anche in considerazione dell’evoluzione demografica dei prossimi anni, vere e proprie emergenze sociali. E davanti ad esse le istituzioni pubbliche di tutta Europa devono abituarsi, o riabituarsi, a considerare i destinatari dei servizi non soltanto come consumatori, ma come cittadini che fanno valere diritti essenziali di cittadinanza. A questo fine, reti integrate fra pubblico e privato, basate ovunque possibile sul perno ‘essenziale dell’impegno volontario del terzo settore, dovranno offrire insieme più risorse, più energie, più libertà di scelta per gli stessi cittadini.

  4. #4
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    Predefinito Re: per imparare ad essere costruttivi tutti

    E visto che a tutti si accapigliano sulla politica estera europea

    3. L ‘Europa nel mondo

    Europa potenza civile. In un’epoca dominata da rischi globali e dalla minaccia del terrorismo internazionale, gli europei chiedono anzitutto all’Europa più sicurezza e più protezione. E sappiamo che per averle occorre attorno a loro un mondo di pace e di maggiore giustizia.
    Sanno che l’Europa è stata in grado di offrirla la pace e lo ha fatto attraverso l’integrazione politica ed economica, che è l’eredità principale dell’ultimo mezzo secolo di storia europea. Attraverso l’Europa, gli Stati nazionali hanno rinunciato alla guerra e posto le basi di uno sviluppo economico e democratico che ha gradualmente coinvolto l’intero Continente. L’allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale, infatti, è il compimento di questo processo.
    Tutto questo, però, non è più sufficiente. Gli europei sanno anche — e gli attentati a Madrid lo hanno drammaticamente ricordato — che la loro pace non reggerà se non riuscirà a fare progressi anche altrove. L’Europa non è già più un’isola di stabilità; e lo sarà sempre meno se il mondo attorno ai suoi nuovi confini continuerà a precipitare nei conflitti e nella arretratezza. In un mondo globale, l’insicurezza esterna diventa la nostra stessa insicurezza, la fine della pace interna.
    L’Europa deve quindi imparare ad occuparsi del mondo per riuscire ad occuparsi di sé: dovrà diventare una potenza civile con una influenza globale e non solo regionale.
    I valori condivisi dell’Unione rappresentano la nostra identità collettiva: la democrazia come metodo di buon governo, la sicurezza attraverso l’integrazione, sono tratti fondanti dell’esperienza comunitaria. Un’esperienza che i paesi europei non devono dimenticare, dividendosi nuovamente di fronte alle sfide globali; ma devono invece valorizzare, trasferendola in un’azione internazionale comune.
    Europa-potenza civile non significa una politica estera priva di strumenti militari. Significa una potenza che sceglie di integrare interessi e valori; e che subordina l’uso della forza all’esterno, necessario in casi estremi, ad obiettivi politici democratici, alla difesa dei diritti umani e a regole multilaterali. Proteggere i diritti umani e rafforzare il diritto internazionale sono in realtà l’unica speranza per dare a un mondo che appare fuori controllo, e dominato da rischi globali, speranze di sviluppo, di giustizia, di stabilità. Costruire un multilateralismo efficace è per l’Europa potenza civile un obiettivo strategico da raggiungere e insieme una condizione per esistere sul piano internazionale.
    Se parlerà con una voce sola, anche se non sempre unica, l’Europa potrà incidere: lo dimostra il peso europeo nella Organizzazione mondiale del Commercio. Se parlerà con voci nazionali in contrasto, l’Europa non peserà affatto.
    Per contare di più sarà importante, anche, poter contare su industrie della difesa maggiormente integrate. Investire nella creazione di un’industria della difesa europea non significa essere guerrafondai: significa piuttosto dare all’Europa l’opportunità di giocare un ruolo indipendente nella soluzione dei conflitti mondiali, senza restare alla mercé degli Stati Uniti.

    Contro il terrorismo. Il terrorismo internazionale, nel tragico nesso che unisce l’11 settembre americano all’ 11 marzo europeo, costituisce per i popoli di entrambi i lati dell’Atlantico un terribile nemico comune da contrastare con uguale determinazione e convinzione. Questo non significa che i paesi europei, a cominciare dall’Italia, debbano per ciò stesso appoggiare le scelte internazionali compiute dall’amministrazione Bush. Compito dell’Europa, e di una nuova politica estera italiana, è anzi di puntare a costruire una strategia multilaterale più efficace di lotta al terrorismo.
    L’Europa potenza civile deve attuare concretamente una strategia unitaria contro il terrorismo. Deve evitare rimozioni, ma deve anche evitare l’illusione che il terrorismo internazionale possa essere sconfitto solo con la forza militare. E deve riuscire a chiarire in che modo combinerà maggiore sicurezza e continua difesa delle libertà democratiche. Se le società democratiche sono bersagli privilegiati del terrorismo internazionale, è solo mantenendo le nostre caratteristiche di società democratiche che possiamo sconfiggerlo.
    La lotta al terrorismo è la priorità: ma richiede, proprio per potere avere successo, che le tensioni politiche e sociali esistenti sul piano internazionale vengano affrontate e non trascurate. E’ la priorità che sottolinea l’importanza delle altre priorità: la lotta alla povertà, alle malattie, all’emarginazione, all’esclusione dalla formazione e dalle risorse.
    L’Europa deve credere in una battaglia globale e a lungo termine per l’uscita di milioni di persone da condizioni di miseria. E deve trovare, per poterla vincere, nuovi e più efficaci strumenti di azione: deve coinvolgere il settore privato negli aiuti allo sviluppo (per esempio, con meccanismi simili all’8 per mille); deve azzerare il debito degli Stati più poveri, deve liberalizzare i mercati e abolire un protezionismo agricolo che d’altra parte impedisce una riforma indispensabile del bilancio ‘dell’Unione, deve essere in prima linea per l’affermazione dei diritti democratici là dove essi sono negati, per i diritti delle donne (una chiave essenziale per la modernizzazione delle società islamiche), per i diritti dei bambini e degli adolescenti e contro il loro sfruttamento nel lavoro, contro la prostituzione minorile, la tratta, l’abuso, la violenza, il loro uso nelle guerre.
    Nei rapporti transatlantici, vanno discusse le condizioni perché possa esistere una “comunità d’azione” transatlantica rinnovata, non puramente rivolta al passato ma in grado di identificare le priorità comuni di oggi. Storicamente, la politica americana ha avuto successo quando è stata internazionalizzata, coinvolgendo anche l’Europa: questo significa che un ruolo globale più solido dell’Europa offre un’alternativa multilaterale agli Usa che fondamentalmente riflette gli interessi sia degli americani sia degli europei.
    Ciò vale anche per il futuro del Medio Oriente e del Mediterraneo, e cioè della vasta area che costituisce - assieme ai Balcani e all’Asia centrale - una priorità geopolitica decisiva dell’Europa allargata. L’allargamento, che già è andato oltre i loro confini, è destinato ad includere gli stessi Balcani, mentre nei confronti di altri paesi vicini l’Europa dovrà creare l’anello degli amici, attraverso speciali rapporti di partnership privilegiata. Verso il mondo arabo essa dovrà impegnarsi per rispondere alle tre ragioni principali che secondo i rapporti delle Nazioni Unite sono alla base del suo mancato sviluppo: assenza di libertà, esclusione delle donne dalla vita civile e scarso accesso alla conoscenza. Un ampio settore del mondo arabo è tuttavia in movimento, alla ricerca di spazi di libertà e di crescita. Questo fermento va incanalato, favorendo la creazione di una rete tra associazioni dei paesi dell’area, e incentivando così la nascita di sindacati e partiti politici, in quei paesi dove le uniche forme assembleari avvengono nelle moschee. E’ vitale, per il destino del mondo arabo e per l’integrazione di milioni di persone nelle società europee, che l’Islam moderato prevalga sul fondamentalismo.
    E’ altrettanto vitale, per il futuro di quest’area, che i conflitti ancora aperti vengano risolti in modo pacifico ed equo: l’Europa ha un interesse comune alla soluzione del conflitto Israelo-palestinese, sulla base di due Stati reciprocamente sicuri; alla stabilizzazione di un Iraq democratico e governato dai propri cittadini; alla graduale evoluzione di un Iran che rinunci a dotarsi di armi nucleari.
    La democrazia non deve essere imposta dall’alto, ma deve essere un processo che veda protagonisti gli arabi stessi. Non c’è nessuna vera incompatibilità tra Islam e democrazia, e l’avvicinamento della Turchia all’Unione potrà dimostrarlo. Il conflitto, piuttosto, è tra regimi autoritari e stato di diritto.
    In nome di un multilateralismo efficace, l’Europa deve contribuire ad una riforma complessiva dell’ONU — composizione del Consiglio di sicurezza, criteri di intervento, strumenti a disposizione — che permetta di fondare sulla forza del diritto internazionale azioni collettive a difesa della sicurezza e dei diritti umani. La responsabilità di proteggere i popoli, che è parte. integrante degli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite, deve prevalere sulle barriere degli Stati nazionali. In un sistema di sicurezza collettiva adattato alle sfide del dopoguerra fredda, le Nazioni Unite, l’UE e la NATO si rafforzeranno a vicenda.

    Una leadership politica europea. La prima condizione perché l’Europa riesca a compiere questo salto di qualità — da area regionale a potenza civile globale — è la convergenza e coerenza delle posizioni nazionali: un “ministro degli esteri” europeo, come disegnato dal Trattato costituzionale, costituisce un elemento-chiave in tal senso. La Costituzione europea permette quindi dei passi avanti importanti, ma che andranno consolidati attraverso dei passi ulteriori: creazione di un servizio diplomatico europeo, integrazione crescente delle forze militari, armonizzazione delle posizioni nelle Nazioni Unite, fino a un seggio europeo nel Consiglio di Sicurezza.
    La seconda condizione di una Europa attore globale è la chiarezza dei valori e dei principi internazionali su cui orientare la posizione dell’Unione: giustizia, pace e democrazia non possono più rimanere confinati alle politiche nazionali. L’Unione europea non può quindi abdicare alla responsabilità di difendere questi valori, quando vengano violati diritti umani fondamentali, anche attraverso l’uso della forza sotto mandato delle Nazioni Unite: ma la forza sarà sempre, per l’Unione, una risorsa ultima.
    La natura complessa dei processi di globalizzazione richiede, infatti, forme di intervento ad ampio spettro e con strumenti diversi ma integrati. Non si fronteggiano i grandi dilemmi legati all’evoluzione demografica e ai flussi migratori, al degrado ambientale, ai grandi divari di reddito e condizioni di vita, alle grandi reti criminali e al terrorismo con istituzioni parcellizzate e prive di bussole e di obiettivi davvero prioritari e comuni.
    L’Europa, da questo punto di vista, ha almeno tre vantaggi comparati, che deve sfruttare al meglio: dispone di strumenti di azione e di influenza ad ampio raggio (dalla diplomazia al peso economico, dai legami culturali alla forte presenza nelle principali sedi internazionali); è forte di una sorta di “legittimità intrinseca” derivante dalla sua natura di organizzazione multinazionale democratica con una forte componente sopranazionale; e infine è parte integrante di una più ampia comunità di Stati e di popoli, che ha un enorme potenziale di influenza su scala mondiale.
    Abbiamo di fronte a noi un mondo gravido di rischi, vecchi e nuovi; ma anche di opportunità. L’Europa è una tipo di potenza “adatta” per contribuire a trasformare i rischi in opportunità: per aiutare a governare, in modo equo e democratico, i processi di globalizzazione. Ma bisogna che l’Unione europea voglia farlo e che sia in grado di farlo, come del resto chiedono i cittadini europei.
    La premessa indispensabile è una nuova leadership politica europea, che sia conscia di due verità molto semplici: nessuno degli Stati nazionali, preso singolarmente, è più in grado di esercitare una vera influenza all’esterno e quindi a proteggere i suoi cittadini all’interno; non ci sarà vera sicurezza europea senza sicurezza e giustizia globali.

  5. #5
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    Questo però è il programma della Lista Unitaria, va stilato un programma del Centrosinistra... quindi anche con Verdi, Pdci, Iv e Prc

    L'importante è darsi da fare e fare presto e bene....

  6. #6
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    E come al solito qui c'e' qualcuno che posta cose che non c'entrano assolutamente niente.
    N.B
    Se si posta una notizia o un programma si dibatte di quello.....
    Se si vuole dibattere di un'altra cosa si apre un altro thread; chi utilizza questo metodo lo fa solo ed esclusivamente per creare confusione e per cercare il litigio.
    E' stucchevole vedere che ci sia gente che si ostina nel mantenere un atteggiamento infantile e assolutamente contrario ad ogni tipo di approccio ragionevole.

  7. #7
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    Predefinito Re: Guido Sacconi:«Priorità al programma» (...PROGRAMMA!!!)...basta virtuosismi!!

    In origine postato da asti_sinistra


    Guido Sacconi:«Priorità al programma»

    «Aspetto di vedere un'ipotesi concreta, altrimenti sono solo chiacchere di mezza estate che rischiano di farci friggere sulla graticola com'è accaduto lo scorso anno con la lista unitaria».

    Rispetto alla federazione dei partiti del listone Guido Sacconbi, eurodeputato toscano del correntone Ds confermato a Strasburbo sotto le insegne del triciclo, ha comunque un diverso ordine di priorità: «Aprire il cantiere programmatico del centrosinistra».



    Cominciamo da Strasburgo. I leader della lista unitaria hanno proposto una sorta di coordinamento che dovrebbe essere guidato da Zingaretti per i Ds e Pistelli per la Margherita. Dopo aver scelto un simbolo unico per sedere su banchi diversi, a cosa può servire?

    Si comincia a ragionare di come strutturarci in modo da mantenere le ciascuno proprie identità e fare una politica comune nel parlamento europeo dando anche un messaggio unitario in Italia. Ma è vero che la macchina parlamentare e le sue dinamiche rendono la cosa non facile...

    La collocazione della Margherita nel gruppo liberale cosa significa nella dinamica dell'emiciclo europeo?

    Era una delle possibilità in campo e, a questo punto, riservarsi dei margini di autonomia dentro gruppo liberale è una delle soluzione possibili e anche più promettenti.

    In che senso?

    Credo che l'obiettivo sia far maturare un po' alla volta anche un minimo di aggregazione anche nell'ambito del sistema politico continentale.

    Ma dentro un settore conservatore che ad esempio non si sa come si esprimerà sulla presidenza della commissione a Barroso...

    Non so come si esprimeranno. So che con questa strutturazione il gruppo liberale diventerà ancora più articolato di come era. A proposito di Barroso e delle scelte politiche generali, vedo una difficoltà a costruire gruppi uniti e compatti che si muovano all'unisono. E personalmente vedo con grandissima difficoltà un mio voto favorevole a Barroso. Comunque c'è tempo fino all'autunno per vedere quali posizioni potranno essere assunte.

    La federazione del listone, invece, sembra marciare a tappe forzate...

    Io aspetto di vedere ipotesi concrete. Da un certo punto di vista sono stato un antesignano dell'idea federativa delle forze progressiste (lanciata da segretario fiorentino dei Ds nel `96, ndr). A quello schema resto tuttora affezionato. Il problema è capire l'attitudine al pluralismo, non solo politico ma anche sociale. In secondo luogo, per me la priorità è un'altra: aprire il cantiere del centrosinistra. E' tanto più urgente, anche per la crisi natatoria del centrodestra, avere il progetto alternativo di società e di governo.

    Le priorità, però, sono invertite nei piani di Prodi e dei leader del listone....

    Non lo so, aspetto dei vedere le proposte concrete. Ma per carità, non facciamo di nuovo le cose a tavolino, non sciupiamo di nuovo l'idea.

    In sostanza l'idea sembra quella di una segreteria unitaria composta dai vertici dei partiti che decide per tutti, e gli extraconfederali vengono messi all'angolo. Vista la tua origine da segretario regionale della Cgil toscana, come la giudichi?

    Per chi sa cos'era la federazione sindacale, in verità, almeno in tutta una fase aveva un funzionamento democratico perché non c'era solo la segreteria: c'erano organismi paritetici, processi decisionali democratici e - certamente - anche il diritto di veto. In verità non sarebbe un modello da buttare via. Ma mi sembra difficilmente proponibile come tale. Inviterei pertanto a parlare sapendo di cosa si parla. Bisogna ricordarsi che patto federativo nacque sulla carta come ripiego rispetto all'unità, ma mantenne sempre l'obiettivo di essere un ponte verso un'unità più avanzata, tant'è che ci fu avanzamento Cgil che andò ben oltre l'elemento paritetico.

    Però il prossimo congresso dei Ds lo farete proprio su questo a quanto pare...

    Ragioniamo sul concreto e non con le battute, sennò facciamo un altro anno sulla graticola come abbiamo fatto sulla lista unitaria senza lavorare. Qualcuno definisca una o più ipotesi sennò sono solo chiacchere di mezza estate.

  8. #8
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    Predefinito Re: Re: Guido Sacconi:«Priorità al programma» (...PROGRAMMA!!!)...basta virtuosismi!!

    L'interessante intervista trata di due cose

    a) la federazone, intergruppo-gruppo liberale

    Torovo che Sacconi sia molto dipsonibile per un riassestamento omogeneo del parlamento Europeo. "Credo che l'obiettivo sia far maturare un po' alla volta anche un minimo di aggregazione anche nell'ambito del sistema politico continentale."

    E si capische che intende l'avvicinameno del PSE a l partito liberale e probabilmente anche ad altre parti della "sisnitra nordica"


    b) del programma da stilarre assieme.


    Ebbene, cosa vi è di più logico essendo lostesso Sacconi eletto sotto queste insegne, prtire dall' UNICO programma ado oggi esistente.

    Ha ragione Danny, è il pogramma della lista unitaria, ma quindi deve essere proprio questo il fulcro della nuova alleanza con il resto del centrosinistra. Se è fatta apposta per questo la lista, no?

    Secondo me non si può che tenendo presente quanto già fatto, andae avanti insieme.

    Cosa cambiereste per "allargare" il programma? e mi rivolgo soprattutto achi in questo progrmma nono si sente rappresentato (in peino) ma vuol portare avanti ul discorso unitario.


    Foza e coraggio.

 

 

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