Prefazione, L’Europa contro le nostre paure
Siamo entrati nel XXI secolo sentendoci intorno un mondo profondamente cambiato; un mondo nel quale buona parte dei nostri punti di riferimento si sono spostati e il futuro che ci aspetta è incerto e non è affatto detto che per noi europei sia migliore.
Certo, la scienza sta aprendo speranze prima impensabili per il miglioramento della vita, ma varca limiti sino a ieri invalicabili nella lotta alla malattia e alla fame e ci pone dilemmi etici che mai avremmo pensato di dover risolvere. Gravano poi su di noi l’insicurezza e gli incubi che nascono da un terrorismo che stentiamo a capire, ma che avvertiamo come un portato di quella globalizzazione, che negli ultimi decenni ha abbattuto confini a cui eravamo abituati da secoli. E poi le ansie legate ai cambiamenti climatici, al deterioramento dell’ambiente, alla sicurezza dei cibi che mangiamo. E infine le incertezze che vengono da un’economia che smuove imprese,capitali e persone da una parte all’altra del mondo, che genera in tal modo opportunità sinora sconosciute, ma elimina anche vecchie sicurezze di lavoro, di reddito, di identità stessa delle nostre città, dove oggi ci troviamo a vivere con persone tanto diverse, ed espongono così a cambiamenti e tensioni da cui si rischia molto spesso di uscire più da perdenti che da vincitori.
Sono rischi, tensioni e paure, che risalgono a cause che sentiamo lontane da noi, matasse di cui non possiamo afferrare il bandolo. Ma non è così. Nulla di ciò che speriamo, ma anche nulla di ciò che temiamo, accade per cause estranee a1le nostre ‘scelte ‘e alle nostre azioni. La scienza, l’economia, il modo in cui le nostre società sono organizzate e in larga misura lo stesso clima sono ciò che noi li facciamo essere, anche quando hanno dimensioni planetarie e globali. Se vogliamo cambiare in meglio, occorre solo che ci portiamo all’altezza ditali dimensioni. Le trasformazioni del mondo entrano infatti nelle nostre case, ma non è certo da lì che le possiamo orientare. E’ l’Europa che ci permette di farlo.
Grazie alla lungimiranza della generazione che ci ha preceduto, noi europei abbiamo la fortuna di averla l’Europa. Nel corso del XX secolo essa ci ha dato la pace fra noi, un mercato comune, una moneta unica. Ora sta a noi adeguarla alle nuove sfide e renderla più forte davanti ad esse, e tuttavia anche più vicina ai suoi cittadini, più trasparente. E’ un’Europa con la quale entrare fiduciosi nel futuro quella di cui abbiamo bisogno e per realizzarla è necessario che tutti sappiano compiere delle scelte: le istituzioni europee, i nostri Governi, ma anche noi cittadini.
Occorrono scelte perché nel mondo vinca la pace, e questo vuol dire battersi affinché le guerre finiscano, non semplicemente tirarsene fuori; per rilanciare una crescita che dia lavoro e non distrugga l’ambiente, i dire saper rinunciare a molte comode posizioni di rendita; per avere servizi migliori, e questo vuole anche dire imparare a guardare al di là dei propri cancelli e dei propri steccati. Diritti e responsabilità. Condividere le politiche della Lista Prodi significa contribuire a realizzarle, perché per un’Europa al servizio di tutti serve l’impegno di ognuno.
La Lista Prodi ha ascoltato tutti e ciascuno, ha chiesto il contributo degli esperti e della gente comune, ha mobilitato associazioni di cittadini e parti sociali. E nel farlo ha percepito quanta attenzione ci sia in esse all’interesse collettivo, quanto esse siano capaci di elaborare proposte lungimiranti, quanto lavoro comune la politica possa intraprendere con loro. Perciò oggi siamo sicuri di avere un buon progetto complessivo e proposte concrete efficaci.
Il programma che presentiamo in queste pagine - con una prima parte dedicata al disegno generale e una seconda alle proposte specifiche per ciascuna figura sociale e per singoli temi - si articola intorno a un preciso filo conduttore: più libertà e più iniziativa, ma anche più governo o, meglio, migliore governo per promuovere e valorizzare le capacità di tutti e di ciascuno. Perché l’Europa, dalle imprese alla ricerca, dall’agricoltura alla finanza, dal welfare ai sistemi formativi soffre per un uso sbagliato e distorto delle sue risorse e per un eccesso di cattiva regolamentazione, molto spesso nazionale, e a volte anche europea: vincoli imposti non per stupidaggine, ma per difendere questo o quell’interesse. La ripresa della crescita e una politica sociale giusta e promotrice essa stessa di crescita cominciano da qui: dal buon governo, dalla capacità di scrivere regole intelligenti, nell’interesse di tutti, non per favorire pochi.
Non ci sono, ricette miracolose. Quando. le. Ferrari perdevano il Gran Premio i meccanici di Maranello non hanno pensato neppure per un minuto che fosse possibile tornare a vincere solo usando una benzina più potente: hanno smontato il motore e poi lo hanno rimontato pezzo per pezzo, sostituendo quelli che non funzionavano. Così sono tornati a vincere. Questo è l’impegno della Lista Prodi: dare all’Europa, e all’Italia, un buon governo.
2. Lavoro, Welfare e risorse umane
Un’Europa in cui si lavori di più, perché si può lavorare di più. Troppe donne oggi sono prigioniere di una doppia vita che le costringe a rinunciare o alla maternità o al lavoro, troppe donne e troppi uomini restano fuori dal mondo del lavoro perché non hanno professionalità adeguate o semplicemente non trovano l’occasione giusta, troppi bambini e troppi giovani sono condannati sin dalla prima infanzia a un destino di esclusione.
Il risultato è che in Europa troppo pochi lavorano. Il 60 per cento delle persone tra i 15 e i 64 anni, contro il 70 per cento negli Stati Uniti e obiettivo che i capi di Governo dell’Unione si sono dati per il 2010. E qui l’Italia ha il primato del tasso di occupazione più basso d’Europa, il 55 per cento. E’ questo il primo vincolo alla nostra crescita, sono queste le priorità che in campo sociale una buona politica oggi deve affrontare e risolvere.
L’orgoglio di una società diversa da quella americana. Purché funzioni. Siamo orgogliosi di essere europei per le istituzioni di sicurezza sociale che l’Europa si è data e molti, anche negli Stati Uniti ci invidiano. Tuttavia le sfide dei nuovi tempi, l’allungamento della vita media, l’accesso delle donne al mondo del lavoro, la diffusione di percorsi più liberi ma anche più individuali e flessibili, sino alla precarietà, la difficoltà a creare nuovi posti di lavoro hanno reso quelle istituzioni inadeguate a rispondere ai nuovi bisogni.
Perciò, pur nella consapevolezza che non esiste e non potrà esistere un unico modello di Welfare europeo, il riformismo non può sottrarsi alla sfida di riformare le istituzioni sociali, nella certezza che tale sfida e quella altrettanto prioritaria per il lavoro si intrecciano oggi a doppio filo. In un tempo nel quale la stessa crescita dipende largamente dalla valorizzazione del nostro capitale umano, riformare il welfare significa renderlo non un peso, ma un fattore propulsivo della stessa crescita attraverso la valorizzazione di ogni giovane, di ogni donna, di ogni adulto. Vanno rimossi gli ostacoli che oggi cancellano progetti di vita e ciascuno va messo in condizione di formarsi, di aggiornarsi e di lavorare. E vanno difesi coloro che non possono difendersi da soli.
Il Welfare inclusivo. Paradossalmente, lo stato sociale europeo, da strumento di inclusione sociale, sta diventando sempre più una ragione di esclusione di chi sta fuori, anche nell’ambito dei confini europei. Per evitarlo ecco le nostre proposte, cominciando dalla rete di protezione minii loro che sono i veri esclusi di oggi.
• Tolleranza zero nei confronti della povertà minorile e delle disuguaglianze che già nell’età pre-scolare predispongono all’esclusione i bambini poveri. Bisogna contrastare il peso dell’eredità familiare e sociale in modo da rendere indipendenti le potenzialità di successo nella vita dai privilegi sociali ed ereditari. Per questo l’Unione dovrà aderire alla Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, secondo la quale bambine e bambini, ovunque siano e da qualunque parte del mondo vengano, devono essere trattati tutti allo stesso modo e avere tutti gli stessi diritti. Per questo una rete di servizi educativi e di assistenza familiare per i bambini da O a 3 anni è un obiettivo prioritario, non solo per conciliare il lavoro della madre e del padre con la cura dei figli, ma prima di tutto per favorire la piena formazione degli stessi figli, così come avevamo cominciato a fare in Italia con la legge del 1996 che riguardava la promozione dei diritti dei bambini. La Carta di Barcellona ci chiede di accogliere negli asili nido almeno il 33% delle bambine e dei bambini. E’ un obiettivo minimo che l’Europa dovrà realizzare.
• Coordinamento tra le reti di protezione sociale di ultima istanza fra i paesi europei, facendo sì che gradualmente il diritto a un reddito minimo, conformato sia pure da ciascun paese in ragione delle proprie specificità (e quindi come reddito minimo garantito da alcuni, come reddito di inserimento da altri) diventi comunque una delle istituzioni cardine di cittadinanza europea. Sono, infatti, proprio queste le componenti dello stato sociale che rischiano per prime di venire ridimensionate dalla concorrenza al ribasso tra gli Stati al fine di attrarre capitali. Coordinarle al livello europeo serve non solo a proteggerle dalle pressioni competitive ma anche ad evitare che i flussi di immigrazione si concentrino sui Paesi che hanno le misure di protezione più generose.
In Europa ci sono 18 milioni di immigrati regolari che hanno fatto dei nostri paesi il loro progetto di vita. Sono donne, sono bambini, sono famiglie. Loro per primi sono tra le risorse umane che dobbiamo imparare a valorizzare, soprattutto oggi, alla vigilia dell’allargamento. Ci aiutano a crescere di più perché vanno dove il mercato del lavoro ne ha più bisogno, compensando la scarsa mobilità di noi europei. Le restrizioni ai flussi migratori non servono a impedire l’immigrazione. Possono solo renderla più graduale. Barriere anacronistiche come quelle contemplate dal Governo italiano (30.000 ingressi nel 2004 quando le imprese nei chiedono 4 volte tanti) ci impediscono di crescere e finiscono per alimentare l’immigrazione clandestina. Gli immigrati arrivano comunque, anche senza permesso di lavoro, e finiscono per lavorare in nero, il che significa che possono solo ricevere e non contribuire allo stato sociale. La clandestinità fa arrivare i meno qualificati e poi, con l’immancabile sanatoria, ci troviamo con persone che hanno una più alta probabilità di dovere in futuro ricorrere alle prestazioni dello stato sociale. Serve una politica europea dell’immigrazione e serve che sia l’Europa a stabilire le garanzie minime dei diritti degli immigrati, dalla cittadinanza di residenza ai limiti di quella vera e propria reclusione che è la detenzione nei centri di permanenza temporanea. Dovrà uscirne un patto che insieme ai diritti preveda precisi doveri, in nome della condivisione di regole e valori, che sono alla base della nostra convivenza in Europa.
Il Welfare al di sopra della rete di protezione minima. Al di sopra della rete di protezione minima l’asse del Welfare europeo dovrà essere la riduzione delle diseguaglianze attraverso le politiche attive del lavoro e la formazione permanente, grazie alla progressiva convergenza di tutti i nostri Stati verso esistenti all’interno dell’Unione.
C’è molto da imparare dai paesi più piccoli dell’Unione, che riescono a ridurre di più le disuguaglianze in proporzione a ciò che spendono in politiche sociali. Questo significa che molte politiche sociali possono essere meglio gestite su piccola scala e, quindi, per i grandi paesi, a livello locale. Importante è avere politiche attive, che spingano i beneficiari a cercare un lavoro, pena la riduzione del sostegno loro offerto, mentre ha funzionato con successo nel Regno Unito e in Svezia legare la concessione di sostegni al reddito al fatto di avere un lavoro. I sussidi o i crediti di imposta condizionati al lavoro facilitano anche il reinserimento nella vita attiva di quel 30 per cento di donne che in Italia non rientrano nel mercato del lavoro dopo la maternità. Mentre è essenziale è che i contratti di lavoro per gli adolescenti fino a 18 anni abbiano un contenuto prevalentemente formativo.
Altri paesi dell’Unione hanno fatto importanti passi in avanti nella formazione permanente che consente di aggiornare le proprie competenze oltre gli anni degli studi scolastici: formazione per i giovani che interrompono gli studi per un lavoro spesso non qualificato e che rischiano così di condannarsi alla serie B per il resto della vita, per i lavoratori adulti che prima ancora dei cinquant’anni rischiano l’espulsione perché hanno conoscenze obsolete, per le e donne che interrompono la vita lavorativa per crescere i figli o per altre ragioni di cura familiare.
La trasparenza su chi paga e chi riceve, infine, è condizione necessaria per migliorare il welfare. Proponiamo di introdurre una contabilità generazionale delle spese sociali che renda chiaro a tutti come la spesa sociale viene ripartita per età.
Il Welfare che libera tempo. I genitori hanno la necessità e il diritto di non sacrificare il lavoro per la famiglia. E i bambini hanno bisogno del tempo dei genitori. I paesi del Nord Europa si distinguono per il loro più alto tasso di occupazione femminile e per il più alto tasso di natalità rispetto all’Italia ed altri Paesi dell’Europa del Sud. Ci sono pratiche che da loro dobbiamo imparare e di esse fanno parte interventi mirati per aiutare donne e uomini a conciliare lavoro e cura di sé e della famiglia, vita professionale e vita privata, attraverso reti di servizi, dagli asili al pieno tempo scolastico, e reti di cooperazione sociale e collettiva, che liberano le persone “producendo tempo”.
Il Welfare che incoraggia la mobilità. Oggi in Europa muoversi, cercare lavoro in un paese diverso è difficile e spesso non è la lingua l’ostacolo maggiore. Ma della mobilità abbiamo bisogno non solo per ragioni economiche (abbiamo fortissimi divari nei livelli di produttività, dunque possiamo diventare molto più ricchi con una diversa distribuzione territoriale della forza lavoro), ma anche politiche. I cittadini che hanno vissuto in più di un paese dell’Unione sono quelli maggiormente favorevoli all’integrazione politica in Europa.
Il Welfare per chi ha diritto all’assistenza. Nessuno sarà lasciato solo. Uno Stato sociale che sia davvero universale ed inclusivo non esaurisce i suoi compiti nell’aiutare le persone ad aiutarsi. C’è infatti chi - o perché troppo anziano, o perché troppo isolato, o perché semplicemente malato o gravato da handicap permanenti — non saprà che farsene della formazione permanente, degli incentivi a trovare lavoro, dei servizi che “liberano” il tempo. E’ questa una condizione che col passare degli anni colpisce soprattutto le donne, che vivono più a lungo, rimangono sole con redditi spesso bassi, sono esposte alla violenza. Il fondamentale diritto ad una vita serena e dignitosa va assicurato anche a loro.
Il potenziamento dei servizi sanitari e l’assistenza domiciliare e non degli anziani sono diventate, anche in considerazione dell’evoluzione demografica dei prossimi anni, vere e proprie emergenze sociali. E davanti ad esse le istituzioni pubbliche di tutta Europa devono abituarsi, o riabituarsi, a considerare i destinatari dei servizi non soltanto come consumatori, ma come cittadini che fanno valere diritti essenziali di cittadinanza. A questo fine, reti integrate fra pubblico e privato, basate ovunque possibile sul perno ‘essenziale dell’impegno volontario del terzo settore, dovranno offrire insieme più risorse, più energie, più libertà di scelta per gli stessi cittadini.