Cola di Rienzo
Egli vagava tutto il giorno fra le terme gli archi i colonnati, lungo le mura di Aureliano, sotto gli acquedotti ormai aridi, nei deserti spiazzi ingombri di ruderi, diseppellendo le lapidi, liberando dalla crosta dei secoli le lettere incise, raccozzando i frammenti sparsi, nudando i volti delle statue mascherati dall’edera, interpretando le istorie scolpite nei bassi rilievi, leggendo ad alta voce i nomi dei consoli e degli imperatori, evocando in quel cimitero formidabile i fantasmi augusti, mentre gli pareva udire a quando a quando nel vento funebre gli urli della Lupa e i gridi dell’Aquila presaghi della seconda vita di Roma.

da Noreporter

[…] Piombò giù di schianto la soma, senza motto né gemito. Allora gli si scagliarono sopra urlando i più feroci e tutto lo stamparono co’ ferri, a gara lo crivellarono, le mani gli orecchi il naso le pudende gli mozzarono. Poi, presigli in un cappio corsoio i fùsoli delle gambe, lo trascinarono fino alle case dei Colonnesi in San Marcello. Quivi giunti lo appesero per i piedi a un poggetto, con gran festa e gazzarra lo lapidarono. Penzolava giù senza il teschio, ché quel poco lasciatogli dai ferri erasi logorato nel lungo strascino. […] Quivi rimase al pubblico ludibrio due dì e una notte, finché non ebbe appestato col gran fetore quel capo di strada. Per comandamento di Giugurta e di Sciarretta Colonna calato giù dal poggiolo, fu tratto al campo dell’Austa, al luogo del Mausoleo imperiale, e dato alla rabbia dei giudei sozzi che l’ardessero. Gli fecero costoro un rogo di cardi secchi, e in gran numero accorsero intòrnogli ad attizzare il fuoco che nutrito dall’adipe vampeggiava forte. I vènti ebbero la cenere, i secoli la memoria, gli uni e gli altri discordi. Così scomparve il Tribuno di Roma. E l’Urbe stette su’ suoi colli sola co’ suoi fati e co’ suoi sepolcri.





Gabriele d’Annunzio, La vita di Cola di Rienzo









Carmela Crescenti, Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2003, pp. 300, € 20,00



Nella Guerra di Hitler David Irving pone all’inizio di ogni capitolo, a mo’ di esergo, qualche verso del Rienzi di Richard Wagner. In effetti, non è un mistero che il mito di Cola di Rienzo esercitò un certo influsso sul Fuehrer tedesco, il quale ebbe a dichiarare, nel 1939, che il suo incontro con il Rienzi wagneriano, avvenuto quarant’anni prima, aveva segnato un momento determinante della sua vita. A tale proposito, scrive un recente biografo del Tribuno romano: “Hitler si convinse di avere avuto in Rienzi un modello da far rivivere e da completare. L’Europa del Trecento aveva trovato in Cola, cavaliere dello Spirito Santo, un uomo che aveva tentato di farla pervenire alla perfetta terza età delle profezie; Hitler sarebbe stato colui che avrebbe portato a compimento l’operato del suo modello, identificando però la terza età con il Terzo Reich” (Tommaso di Carpegna Falconieri, Cola di Rienzo, Roma 2002, p. 253). Fu così che il Preludio del Rienzi di Wagner venne spesso eseguito nelle manifestazioni pubbliche dei nazionalsocialisti.

Nel medesimo periodo, le note del Rienzi risuonarono anche altrove: a Mosca, nella sala in cui fu celebrato il decimo Congresso dei Soviet, nel 1928. Friedrich Engels, d’altronde, in gioventù aveva scritto un’opera di teatro che aveva il suo protagonista in Cola di Rienzo, visto come l’animatore di un movimento popolare antioligarchico.

Per illustrare il concetto secondo cui una delle caratteristiche essenziali del Novecento consiste nel fenomeno delle “rinascite” (Wiedergeburten), Armin Mohler cita un autore svizzero che vede nella rivoluzione bolscevica la rinascita della Russia attraverso il suo “ritorno all’Asia” e nell’instaurazione del Terzo Reich una “rigermanizzazione” del popolo tedesco, mentre la rivoluzione delle Camicie Nere avrebbe rappresentato il ritorno alla romanità secondo lo “spirito di Cola di Rienzo”, sicché i fascisti sarebbero stati gli “epigoni” del Tribuno medioevale.

Fu effettivamente l’Italia fascista a fornire il contesto più adatto per una riattualizzazione della vicenda di Cola. Se all’inizio degli anni Trenta lo storico tedesco P. Piur vide nel Duce del Fascismo un “Rienzi redivivo”, già altri lo avevano preceduto nell’accostamento dei due personaggi. Nel 1923, a New York, l’anarchico Carlo Tresca aveva scritto su “Il Martello” che Benito Mussolini avrebbe fatto la stessa fine di Cola di Rienzo.

Negli ultimi giorni dell’aprile 1945, davanti allo scempio di Piazzale Loreto, qualcuno avrà forse ricordato la predizione dell’antifascista italoamericano. Sicuramente molti avranno ricordato la pagina conclusiva di un libro che Gabriele D’Annunzio aveva pubblicato quarant’anni prima, La Vita di Cola di Rienzo:

“(…) lo appesero per i piedi a un poggetto, con gran festa e gazzarra lo lapidarono (…) Quivi rimase al pubblico ludibrio due dì e una notte (…) Per comandamento di Giugurta e di Sciarretta Colonna calato giù dal poggiolo, fu tratto al campo dell’Austa, al luogo del Mausoleo imperiale, e dato alla rabbia dei giudei sozzi che l’ardessero. (…) I vènti ebbero la cenere, i secoli la memoria, gli uni e gli altri discordi. Così scomparve il Tribuno di Roma. E l’Urbe stette su’ uoi colli sola co’ suoi fati e co’ suoi sepolcri”.

Se a distanza di secoli la vicenda di Cola di Rienzo ha potuto continuare ad agire in questo modo, ciò è dovuto al fatto che l’episodio storico di cui il Tribuno fu protagonista è esso stesso denso di elementi mitici e simbolici.

Ora, il recente studio di Carmela Crescenti (Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2003) indaga per l’appunto la dimensione mitica e simbolica, oseremmo dire ierostorica, di tale vicenda. L’autrice non è certamente una novizia in questo genere di indagini. Laureata in Lingua e Letteratura Araba, nel corso di numerosi soggiorni nel Nordafrica e nel Vicino Oriente ha conosciuto eminenti maestri della spiritualità islamica, dai quali ha potuto raccogliere parte dell’antica tradizione orale ed ha approfondito le tematiche del Sufismo. Ha così potuto tradurre, introdurre e commentare un importante testo del Magister Maximus della metafisica islamica (Muhyiddin Ibn ‘Arabi, Il nodo del Sagace, Milano 2000; distrib. Edizioni all’insegna del Veltro, Parma), continuando ad occuparsi, in parallelo con la cultura tradizionale dell’Islam, di studi medioevali. Questo studio sul linguaggio simbolico utilizzato da Cola di Rienzo, d’altronde, ha preso forma dalla tesi con cui Carmela Crescenti si è addottorata in Lettere Italiane.