Gli interessi privati
di Berlusconi
di GIOVANNI VALENTINI
SEMBRA quasi di sentire in sottofondo la marcia trionfale dell'Aida per l'apoteosi del conflitto di interessi, al plurale perché si tratta di interessi diversi e molteplici, che porta il presidente del Consiglio ad assumere la guida ad interim del ministero dell'Economia, al posto del defenestrato Giulio Tremonti.
Non s'era visto mai visto finora in un Paese democratico e civile che il capo del governo - e nello stesso tempo un imprenditore, un finanziere, un concessionario pubblico - mettesse letteralmente le mani sul Tesoro, occupasse cioè in prima persona il posto di comando e di controllo sul bilancio, sul fisco, sulle banche, sul risparmio, sui mercati, sugli affari. E' un'ipertrofia del potere che davvero non ha precedenti, e verosimilmente non avrà neppure seguiti, nel mondo occidentale.
Cade così anche l'ultimo schermo, il filtro di carta velina che separava gli interessi aziendali e personali di Silvio Berlusconi dalle sue responsabilità politiche e istituzionali. Non bastava evidentemente un ministro, tantomeno un ministro più tecnico che politico come Tremonti, a fornire una garanzia sostanziale e sufficiente. Ma in democrazia - come si sa - anche le forme contano e qui ormai svaniscono pure quelle.
Dalla televisione alla pubblicità, dall'edilizia alle assicurazioni, dal calcio al cinema, la galassia di affari che ha consentito a Berlusconi di diventare l'uomo più ricco d'Italia e uno tra i più ricchi del pianeta, a questo punto coincide e combacia esattamente con il potere esecutivo, con il governo della Repubblica, la Repubblica di tutti gli italiani, di destra o di sinistra.
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Un potere onnivoro, e perciò stesso totalitario, che incombe sulla vita nazionale come una nube tossica, un'ipoteca o una minaccia. Da oggi, paradossalmente, il conflitto di interessi non viene risolto, bensì di fatto annullato, azzerato, estinto, nel senso che il presidente del Consiglio lo assorbe nella sua figura e lo incarna in quest'ultima trasfigurazione, tentando di replicare prosaicamente il mistero della trinità: premier, ministro dell'Economia e uomo d'affari.
Non sarà certamente la "legge-vergogna" che porta il nome del ministro Frattini, e che ora il centrodestra si appresta ad approvare dopo mille e passa giorni di governo, a chiudere la questione. Da una parte, perché non separa affatto la proprietà dell'impero berlusconiano dalla sua effettiva gestione, ammesso che nel caso particolare di un'azienda televisiva in concessione ciò fosse sufficiente. Dall'altra, perché gli lascia appunto la facoltà di nominare o revocare gli amministratori, mantenendo quindi il pieno dominio sulle scelte operative.
A rigor di termini, d'ora in Berlusconi dovrebbe astenersi da qualsiasi atto od omissione che possa avere "un'incidenza specifica e preferenziale" sul suo patrimonio: ciò che è praticamente impossibile per la vastità e la varietà dei suoi interessi. Si tratta dunque di un altro bluff, l'ennesimo inganno mediatico di una politica che punta a vendere fumo o a buttarlo negli occhi dei cittadini.
Ma adesso il nocciolo duro del conflitto di interessi resta a maggior ragione quello della televisione. Il ministero dell'Economia è l'azionista di riferimento della Rai, il proprietario, il padrone dell'ente pubblico, concorrente diretto dell'azienda che fa capo al premier. E secondo la legge Gasparri che ha appena sistemato i suoi affari in questo settore redditizio e nevralgico, al medesimo ministro spetta per di più la nomina di due membri su nove del futuro consiglio di amministrazione, tra cui il presidente. Se la situazione non fosse indecente, sarebbe francamente ridicola.
Di fronte a una tale macroscopica anomalia, il Parlamento non può tollerare che il presidente del Consiglio controlli personalmente i conti pubblici e il servizio pubblico, la Banca d'Italia e la Rai, le tasse e i telegiornali. Quando gli stessi partner dell'Udc e di Alleanza nazionale chiedono che l'interim sia breve, non fanno che invocare dunque un ritorno immediato alla normalità istituzionale, alla funzionalità e alla legittimità dell'azione di governo. Ma il "passaggio dalla monarchia alla repubblica", per riprendere un'efficace espressione usata recentemente da Marco Follini in un'intervista al nostro giornale, deve cominciare proprio da viale Mazzini, da sempre epicentro e sismografo della vita politica italiana.
In coincidenza con la fusione tra Rai Spa e Rai Holding, prevista dalla stessa riforma Gasparri come avvio per la privatizzazione, spetta alla Commissione parlamentare assicurare nel frattempo al servizio pubblico un nuovo vertice e una nuova linea, esercitando fino in fondo i poteri che le competono in materia di vigilanza e controllo. Tra questi, c'è anche quello di approvare o meno con una maggioranza qualificata dei due terzi il presidente indicato dal ministro dell'Economia, alias presidente del Consiglio, alias proprietario di Mediaset e concessionario pubblico. Mai come in questo momento la Rai ha davvero bisogno di una garanzia, di una figura bipartisan, indipendente e autorevole, in grado di fare da contrappeso alla "dittatura della maggioranza".
(6 luglio 2004)
E' vergognoso. Anche questa e' una forma di dittatura. quello che mi fa rabbia e' che c'e' ancora il 21% di italiani che crede ancora alla favola del presidente buono e giusto.




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