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Discussione: Ohhh, che bella e ...

  1. #1
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    Predefinito Ohhh, che bella e ...

    ...ricca e accogliente Europa

    Alla fine li abbiamo ospitati noi italiani, quelli della legge Bossi-Fini descritta come antiumanitaria e discriminatoria, i 37 profughi sudanesi che, raccolti da una nave tedesca, e quindi tecnicamente su suolo tedesco, avevano chiesto asilo alla Germania umanitaria, democratica, rossa e verde, che l’ha recisamente rifiutato.
    Giuliano Pisapia, un senatore di Rifondazione comunista ha definito “inaccettabile, vergognoso e non degno di un paese democratico l’atteggiamento della Germania, che avrebbe dovuto assumersi le responsabilità che le derivavano dalla richiesta di asilo avanzata dai 37 sudanesi al capitano della nave e dunque in territorio tedesco”.
    L’episodio sembra un esempio da manuale di ipocrisia
    “politicamente corretta”.
    Qualcuno forse ricorderà che il capogruppo socialdemocratico al Parlamento europeo provocò una gazzarra accusando Silvio Berlusconi, durante la sua audizione come presidente del Consiglio europeo a Strasburgo, di violare i diritti umani perché nel suo governo c’era Umberto Bossi, autore di un provvedimento sull’immigrazione che definì più o meno con gli stessi termini impiegati oggi da Pisapia per definire l’atteggiamento tedesco:
    “inaccettabile, vergognoso e non degno di un paese democratico”.
    Il signor Martin Schultz, che divenne un eroe della sinistra europea per quelle frasi, si guarderà bene di ripeterle a Gerhard Schröder e a Joschka Fischer.
    L’Italia ha fatto bene ad accogliere i profughi del Darfur, ma farà ancora meglio se, dopo averli rifocillati e curati in un centro di accoglienza, chiederà formalmente alla Germania di accettare la loro richiesta di asilo.
    Su questo sarebbe anche utile che si trovasse un accordo unitario tra le forze politiche di maggioranza e opposizione, una volta tanto.
    L’Italia, che aveva diritto di non accettare i profughi raccolti in acque internazionali, ha superato i problemi giuridici per accoglierli, la Germania li ha violati per respingerli.
    Restiamo ora in attesa della prossima predica sul principio di legalità.

    risponderanno i bamboccetti Prodiani?

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Anche questa non è roba...

    ....per i "riformisti" sotto l'Ulivo

    Roma. Scuole chiuse per festeggiare la fine del Ramadan e il Capodanno cinese? L’idea dell’assessore all’Istruzione della Regione Campania, Angela Bruffardi, che fa drizzare i capelli a Paolo Macry e ad Ernesto Galli della Loggia, non sorprende Roberto De Mattei, subcommissario del Centro nazionale delle Ricerche e consigliere di Gianfranco Fini per le questioni internazionali.
    Lo convince semmai sempre più dell’urgenza di denunciare l’equivoco in cui cadono i dogmatici del progressismo quando confondono società multietnica e multiculturale. “Accogliere gli immigrati significa far cadere ogni pregiudizio etnico o razzistico, non rinunciare alla nostra identità culturale. Tanto più una società sarà multietnica quanto più dovrà essere monoculturale e disporre di quadri di memoria e di valori comuni, per evitare di dissolversi”.
    L’anno scorso, la nomina di De Mattei al Cnr suscitò polemiche. Preoccupati per la “matrice fondamentalista di alcune sue affermazioni” e il pregiudizio che ne poteva derivare per “la laicità dello Stato e il dialogo tra le culture” insorsero con un appello
    su Repubblica Gilmo Arnaldi e Massimo Firpo, Giuseppe Galasso e Paolo Matthiae, Adriano Prosperi e Mario Rosa, Giuseppe Talamo e Rosario Villari, seguiti da 275 illustrissimi colleghi.
    Adesso che sotto il suo impulso il Cnr ha varato un progetto di ricerca sull’identità italiana, stanziando 1,5 milioni di euro, De Mattei mette le mani avanti con un volumetto (“L’identità culturale come progetto di ricerca”, Liberal edizioni) in cui dà conto del suo progetto strategico per ribadire che l’Europa senza identità spirituale non può avere una forza politica.
    “Pensiamo un po’. Non esiste società più universalistica e multietnica della Chiesa cattolica. Così dovrebbe essere per una società come la nostra che voglia conservare fermamente i propri valori”.
    Ma non è un po’ anacronistico invocare l’esempio della Chiesa, per società fondate sull’autonomia della volontà e la tutela dei diritti del singolo, e dunque insofferenti a dogma e tradizione?
    “Io ho citato la Chiesa non come modello”, si schermisce il professore, “ma come esempio storico di compresenza monocultura-multietnicità. Quanto alla società multiculturale, anche i laburisti inglesi di Tony Blair adesso, dopo anni di tolleranza, cominciano a ravvedersi”.
    Più che l’empirismo, però, è la critica della ragione a offrirgli l’argomento deciso:
    “Accettare il principio della società multiculturale significa accettare il relativismo delle culture, rinunciare a giudicare una cultura diversa dalla nostra, e dunque abdicare all’esercizio della ragione. Non possiamo mettere sullo stesso piano società che praticano la tortura e società che l’hanno abolita. Vorrebbe dire rinunciare alla sovrana facoltà del giudizio e alla consapevolezza della nostra identità che ci consente di discernere e di giudicare”.
    Non rischia di essere un pò esclusivo appellarsi alla memoria storica e ai valori della tradizione per scongiurare la frammentazione sociale, se il vero legame sociale è l’interesse? La comunione di simboli non pregiudica l’integrazione delle popolazioni immigrate?
    “Intendiamoci, è giusto permettere agli immigrati di conservare la loro identità” risponde De Mattei. “Per questo non sono affatto d’accordo col divieto del velo da parte di Jaques Chirac. Bisognerebbe lasciare la scelta nella sfera privata dei portatori di identità diverse. Ma sul piano pubblico, che poi si trasforma in memoria, in identità collettiva, stiamo attenti a non perdere i nostri quadri di riferimento. E’ giusto permettere agli immigrati di conservare la propria identità, ma finché questo non pregiudica la nostra stessa identità collettiva di italiani. E’ giusto che abbiano delle moschee per pregare, ma se nelle nostre scuole si insegnasse la loro religione allo stesso modo della nostra, finiremmo per instillare nei giovani che si formano l’idea dell’assoluta equivalenza delle culture. Ciò non è accaduto nemmeno con l’ebraismo, con cui invece abbiamo trovato una formula di convivenza culturale che garantisce le radici giudaico-cristiane della nostra civiltà”.
    Difficile però negare l’inquietudine verso l’islam in uno storico che deplora l’assenza delle radici cristiane nella Costituzione, è contrario alla Turchia nella Ue, e sottolinea sempre come il termine “europeenses” fu coniato da Isidoro il Giovane vent’anni dopo la battaglia di Poitier (732) per definire le truppe di Carlo Martello che sconfissero gli Arabi.
    “Anch’io sono convinto che l’Europa sia un incrocio di culture in cui esiste anche l’apporto islamico. Ma l’identità collettiva si definisce attraverso il tempo e il lavoro della memoria, o attraverso un processo di differenziazione, che non è scontro, ma può diventarlo. Ed è innegabile che l’Europa abbia definito la sua identità difendendosi dall’aggressione dell’islam, a Lepanto, Vienna e Belgrado”.

    Marina Valensise su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Berlino. Eccetto un paio di notizie francobollo date nei giorni scorsi riguardo alla Cap Anamur, i giornali tedeschi fino a ieri hanno taciuto, concentrandosi piuttosto sulla missione politico-umanitaria del ministro degli Esteri, Joschka Fischer, partito sabato per il Sudan.
    E così solo ieri la Frankfurter Allgemeine ha raccontato la vicenda, entrando un po’ più nel dettaglio, in quarta pagina.
    L’articolo, scritto dal corrispondente di stanza a Roma, iniziava dicendo che lunedì le autorità italiane avevano temporaneamente messo fine all’odissea dei 37 sudanesi (i giornali tedeschi hanno una chiusura molto anticipata rispetto ai nostri, per questo nessuno citava ancora la diversa provenienza) facendoli sbarcare a Porto Empedocle.
    Poi passava a riassumere le varie tappe della vicenda:
    “Il 6 luglio Pisanu rifiutava di dare accoglienza ai profughi specificando che questo spettava alla Germania oppure a Malta. Il 7 aprile volontari italiani insieme a medici, preti, politici, sindacalisti e ambientalisti salivano a bordo per accertarsi dello stato di salute dei profughi”.
    A un certo punto il corrispondente osservava curiosamente che: “L’opinione pubblica italiana prendeva atto del rifiuto di accogliere i profughi con un certo distacco; e i media italiani davano alla vicenda poco spazio nelle edizioni di sabato e domenica. Uno scarso interesse spiegabile con il fatto che l’Italia è stata a diverse ondate meta delle barche dei clandestini e palcoscenico di questo dramma umano”.
    Infine, in un box, veniva spiegato come mai il rifiuto da parte della Germania di concedere il diritto d’asilo sia, su un piano di diritto internazionale, corretto. “Si parla di asilo diplomatico quando dei profughi trovano temporanea accoglienza per motivi umanitari, per esempio nelle ambasciate. Ma così come lo spazio fisico di una missione diplomatica non appartiene al paese che rappresenta, anche le navi che battono bandiera tedesca non appartengono al suo territorio pur vigendovi la sua sovranità”. Nel resoconto assai più dettagliato della Neue Zürcher Zeitung si leggeva anche una domanda posta a Elias Bierdel, capo dell’organizzazione Cap Anamur, e cioè se lui e i suoi collaboratori non avessero usato la vicenda per farsi pubblicità.
    Domanda che la Süddeutsche Zeitung ha tradotto ieri nel titolo:
    “Un’azione di pr dall’esito felice”.

    L’organizzazione Cap Anamur fondata 25 anni fa è una sorta di Emergency con staff (medici, infermieri, ingegneri, marinai) presenti in Afghanistan, Corea del Nord, Angola e Kosovo.
    A fondare l’organizzazione è stato Rupert Neudeck, che tra il 1979 e il 1982 salvò, insieme alla moglie, con la prima Cap Anamur, 10 mila boat people guadagnandosi non soltanto la solidarietà dei tedeschi ma anche un sostegno finanziario di milioni di marchi.
    La Sdz sottolinea la curiosa rotta della nave. Dalle Canarie alla costa occidentale dell’Africa, poi per un guasto l’approdo a Malta. Infine, l’uscita di prova e l’intercettazione in mare dei profughi.
    E’ a quel punto che inizia, scrive la Sdz, l’operazione di pr: Bierdel, con al seguito uno gruppo di giornalisti televisivi, vola a Tunisi e poi, sotto i riflettori delle telecamere, si imbarca. Il che non giustifica, così sempre la Sdz, l’accoglienza in acque italiane con tanto di fregate ed elicotteri, quasi si trattasse di una nave da guerra.
    Il fatto è che l’Europa, Germania compresa, appellandosi agli accordi sul diritto d’asilo presi nel 1997 a Dublino, se ne lava le mani.
    Accordi segnati dal principio: una sola possibilità.
    E’ lì dove un rifugiato mette piede in Europa, che questi deve fare la richiesta d’asilo, se viene rifiutata non può inoltrarla a un altro paese.
    Così, infatti, ha motivato il suo rifiuto il ministro dell’Interno tedesco, Otto Schily, fermamente deciso a non creare un precedente.
    Come ha però rilevato l’incaricata del governo per i diritti
    umani, la verde Claudia Roth: “Curioso che il ministro
    degli Esteri, Joschka Fischer, sia volato in Sudan per porre
    rimedio al dramma che vi si sta consumando, quando
    noi trattiamo le vittime di queste e altre situazioni come
    dei criminali".

    saluti

 

 

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