Corriere della Sera, 26.5.04
ANTEPRIMA In un nuovo pamphlet, lo storico Denis Mack Smith rievoca la vanità, gli errori e il dilettantismo del Duce
Mussolini uno e trino. E l’Italia andò in rovina
di DENIS MACK SMITH
Anticipiamo alcuni brani dal libro di Denis Mack Smith A proposito di Mussolini (pp. 57, 5), in uscita da Laterza la prossima settimana, nel qualo lo storico inglese si sofferma sulle ossessioni, la retorica e il narcisismo del Duce.
Mussolini aveva indubbie qualità di politico; altrimenti non sarebbe mai arrivato a divenire un dittatore, né si sarebbe mantenuto al potere così a lungo. Vent'anni sono molti per un primo ministro di qualsiasi paese. Ma la questione che in questa sede mi interessa è piuttosto un'altra: cercare, cioè, nella personalità del Duce quegli elementi negativi di ordine caratteriale e mentale che alla fine hanno fatto crollare il regime e quasi portato alla rovina il paese.
Il Mussolini degli ultimi anni, eliminati ormai gli altri centri di potere, parve giunto a credersi quasi infallibile: certamente disponeva di una diminuita capacità autocritica. Nel secondo decennio del regime l'abitudine alle lusinghe e l'ebbrezza da queste ingenerata l'avevano cambiato in peggio, molto in peggio. Già nel 1933 il suo periodico personale, Gerarchia , l'aveva definito «l'uomo più grande del mondo», presentandolo come «una titanica personalità che possiede un'alta magistratura accettata da tutti in Europa».
A peggiorare la situazione fu il suo costume di circondarsi di ministri spesso molto mediocri e di non agevolare la carriera di uomini ambiziosi che avrebbero potuto divenire dei rivali.
Un Balbo fu esiliato in Libia, un Grandi all'ambasciata di Londra. Così Mussolini continuava a illudersi di poter dominare personalmente in tutto. Ad Alessandro Lessona, ministro per le Colonie, confessò che non poteva tollerare iniziative prese da altri, e questo perché «il mio fiuto d'animale non mi inganna mai». Alcuni non erano d'accordo con quest'affermazione. Guido Leto, capo della polizia, lamentò che il Duce non aveva alcuna idea dei problemi amministrativi: secondo lui, Mussolini, nella sua qualità di pluriministro, usava firmare ordini tra loro contraddittori - anche in una stessa giornata - poiché non aveva il tempo di leggere gran parte dei documenti presentatigli alla firma. In una frase memorabile, Leto commentò che fascismo era sì una dittatura, ma purtroppo «una dittatura di ricotta».
Il pilastro centrale del regime era l'invidiabile sicurezza di sé che animava il Duce. Uno dei suoi problemi principali fu far accettare agli italiani l'idea di un dittatore onnipotente e taumaturgo, onnisciente e (parola sua) «inossidabile». Una volta accettata quest'idea, tutti gli altri problemi sarebbero spariti.
A Giuseppe Bottai, Mussolini disse che «io, Mussolini, diverso dai democratici, ho il vantaggio preziosissimo di guardare le cose con cinquant'anni di anticipo». «Non rimane niente da inventare. Abbiamo previsto tutti i problemi del secolo. Il mondo adesso vive delle nostre idee. Non c'è che da perfezionare; non ricominciare da capo». Oppure, questa tipica vanteria mussoliniana, pronunciata in una conversazione con il suo biografo Yvon de Begnac: «vorrei spesso sbagliarmi. Ma ciò finora mai mi è accaduto».
Un'altra frase rivelatrice fa sorgere qualche dubbio sulla sua sincerità e anzi sul suo fascismo. Parlando a Felice Bellotti fa infatti questa breve affermazione: «Il fascismo sono io; è nato con me e finirà con me». Sono parole che danno da pensare.
L'ultimo Mussolini sembra qualche volta varcare i limiti del buonsenso. Al principio della guerra, volendo impressionare i giornalisti circa le sue condizioni di salute, li invitò a villa Torlonia perché ammirassero il suo stile tennistico in una partita giocata contro un professionista. Essi dovettero assistere increduli a una carnevalata pietosa: non aveva rovescio; serviva dal basso. Ma per fortuna l'arbitro era proprio Starace, segretario del partito, che dopo un solo set stupì gli astanti proclamando Mussolini vincitore col punteggio di sei a due.
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