All'indomani della cruenta battaglia elettorale, a terra giacciono due cadaveri. O meglio un cadavere e un corpo ferito mortalmente. Il carcame irrigidito è quello di Silvio Berlusconi. L'altra vittima è Romano Prodi col suo listone.
Battuta cassa e fregate le mani per il bottino di voti raggranellato dalla Sbarbati, oggi noi repubblicani siamo seduti in buona compagnia a vegliare la lenta agonia del Triciclo. E durante la veglia, possiamo riflettere sul futuro della coalizione.
La Lista Unitaria non è decollata. A malapena si è avvicinata alla sommatoria dei voti dei suoi singoli componenti. Qualcuno vede in questo risultato qualcosa di incoraggiante. Sappiamo bene che in politica 1+1+1=2, e che arrivare a ricostituire quasi la percentuale di partenza è già un successo, un piccolo miracolo.
Sarà certo vero, ma non era questo l'obiettivo. In questi giorni i leader sono parsi intimiditi, innervositi, hanno fatto mezze marce indietro, hanno messo le mani avanti, ma la verità è che si sperava di conquistare a destra e di catalizzare gradualmente il voto dell'intera sinistra, di partire cioè da una percentuale diversa. Non il 31, ma magari il 34-35. Per puntare al 40 nel 2006 e governare da soli.
Invece l'operazione è fallita, e i motivi vanno capiti in fretta, per evitare di sbagliare strada.
Le considerazioni che traggo sono due.
1) Uniti nell'Ulivo non sfonda a sinistra perché oggi sappiamo per certo che la sinistra vuole restare divisa. Non è un difetto, è un tratto distintivo. La sinistra in genere rappresenta l'Italia migliore, quella a cui parli con la testa e non con la pancia. E' un'Italia mediamente più colta, anche politicamente parlando. E la cultura è ricchezza, varietà, storia, speculazione ideale. Questo spiega l'arroccamento di molti sulle componenti più massimaliste e genuine, e spiega anche la ritrosìa di molti per l'operazione semplificatoria voluta da Prodi.
E' con questa natura che dobbiamo fare i conti, non con le pervicaci fissazioni di Artullo Parisi.
2) Uniti nell'Ulivo non sfonda nemmeno a destra. Se fosse in grado di attrarre i voti dell'altro polo sopperirebbe all'handicap del primo punto. Ma non ne è stata capace, né lo sarà maggiormente in futuro. Perché? E' semplice. L'elettore che passa da destra a sinistra (e viceversa) normalmente cerca dall'altra parte una sponda accomodante per la propria coscienza, un approdo che non stuzzichi più di tanto i propri timori e le propria tendenziale renitenza. In parole povere, cerca un Mastella, un Dini, un Rutelli, cui affidarsi con e senza il naso turato. Di certo non cerca i Ds, o peggio, i comunisti. Il minestrone che tutto assimila e tutto confonde invece impedisce questa ricerca. Voti Uniti nell'Ulivo e non sai chi maneggia il tuo voto, non sai se prevale Rutelli o Fassino, non se chi realmente ti rappresenta, poi la pensa davvero come te.
Se ci fossimo presentati separatamente, con un Paese così inviperito e avvelenato avremmo fatto tutti man bassa di voti, come hanno dimostrato le amministrative e le provinciali. Perché i Ds avrebbero arginato la galassia girotondista, la Margherita avrebbe intercettato i moderati scontenti in cerca di nuove speranze, e socialisti e repubblicani avrebbero "divorato" senza colpo ferire i fratelli coltelli dell'altro schieramento.
Cosa fare dunque in futuro? Sciogliere la Lista Unitaria e stilare un programma da sottoscrivere tutti e quattro insieme. Ignorare Bertinotti e l'altra sinistra, dai girotondi ai vetero-comunisti, e costruire un nucleo di governo a quattro, credibile, compatto, solidale. Ma che si presenti con quattro simboli. Ognuno faccia la sua parte, ognuno a presidio e coltura del proprio territorio.
Un cartello di governo chiaro e coerente, con forze che operino a viso aperto. Un po' lo schema della Casa delle Libertà odierna, in fondo. Ma con qualche credenziale in più. Niente mistura di doppiopetti e canotte macchiate di sugo, ma solo gente normale con la cravatta diversa, chi rossa, chi bianca, chi verde.




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(senza ironia).
