I Quattro Petali di un Garofano
Ugo Gaudenzi
Ecco, vogliamo cominciare proprio da quella frase dello scomparso segretario del Psi, che riportiamo centrale e in corsivo su questa stessa pagina, per tentare una sommaria analisi su quanto accade e su quello che si muove, se si muove, nella cosiddetta “area socialista”, e cioè tra gli eredi demonizzati del riformismo italiano.
Chi legge “Rinascita” sa che non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Sul nostro quotidiano abbiamo più volte sottolineato - ospitando su questa linea anche Bobo Craxi - come noi (i massimalisti, i socialisti nazionali, i socialisti autentici o radicali, i socialisti europei... definiteci come vi pare) si sia, volenti o nolenti, “figli della stessa storia” e cioè parenti talmente stretti da essere reciprocamente ostili di quei socialisti più integrati, più “graduali”, più, appunto, riformisti.
Ma questo è un discorso di memoria, anche un tantino ozioso, accademico, inutile.
Perché chi legge questo giornale sa che noi riconosciamo un certo valore, una indubbia reale qualità di statisti a due sole “figure altre” emerse nell’Europa sconfitta dalla guerra: a Charles De Gaulle e a Bettino Craxi. L’uno e l’altro perché, parimenti vittime negli ultimi anni della reazione atlantica e capitalista, “rei” - si fa per dire, - di aver agito da statisti a tutela della sovranità nazionale europea.
...
Torniamo all’analisi.
Tutti sanno che esistono, attualmente due formazioni minori che si rifanno in qualche modo al vecchio Psi.
1) Lo Sdi, partecipato da Boselli, Intini, Villetti, Del Turco Schietroma, una formazione-partito che continua a vivacchiare, fin dalla sua naascita, all’ombra della Quercia.
Fu il pci-pds-ds, appena andata a buon fine la propria offensiva di desertificazione dell’odiato partito di Nenni e Craxi, ad aprire magnanimamente un ombrello per accogliere - in una riedizione casareccia degli ex fronti popolari staliniani - nel giardino della sua casa questa parte della diaspora socialista-riformista, previo consueto do ut des di poltrone in cambio di immagine pluralista
Una formazione senza futuro, legata al presente ed alle briciole della generosità - elettorale - altrui.
2) Il Nuovo Psi, partecipato da De Michelis, Bobo Craxi, la Moroni ed altri che, appiattitosi per un quinquennio all’ombra di Forza Italia, ha di recente, con il voto europeo, compiuto un piccolo miracolo di indipendenza, portando due dei propri rappresentanti a Strasburgo. Un risultato, questo, in controcorrente non soltanto all’andazzo generale partitocratico, ma anche rispetto a quanto ottenuto dai cuginastri dello Sdi. Un risultato, si badi bene però, frutto di un’alleanza pre-elettorale con quella parte del vecchio Psi più indipendente, rappresentata dall’ex ministro ed ora editore Signorile. Un’alleanza velenosa, tuttavia, non priva di interventi e pressioni sulla base volti - con successo - ad impedire una vittoria elettorale partecipata dallo stesso Signorile. Un’alleanza che oggi, ad un mese o poco più delle elezioni europee, “resiste scricchiolando”.
Oltre allo Sdi ed al Psi si muove anche “Socialismo e Libertà”. E’ questa una formazione socialista autonoma. Suo mentore è l’ex ministro Rino Formica mentre la sua reale organizzazione è “autonoma” e “regionale”. Una formula che ha consentito l’elezione di numerosi consiglieri locali su e giù per il Paese. “Socialismo e libertà” è geloso della propria terzietà” rispetto al bipolarismo destra-sinistra e si è posta come obiettivo una lenta ma graduale riaggregazione del tessuto socialista travolto dal sisma del 1992-93.
Naturalmente oltre alle già citate “situazioni” partitiche o semi-tali, esistono nell’area del socialismo riformista anche altre identità, tante altre identità, in vario modo ostili o amiche fra loro. Un po’ come per l’altra faccia della medagli del sistema, quella che si richiama in qualche modo al fascismo, un figlio oggi ostracizzato del socialismo.
E giungiamo alla neonata - che neonata non è in verità, perché già a ripetizione tentata sul terreno nazionale - Giovine Italia.
Venerdì 16 luglio, al Midas, di Roma, 28 anni dopo la defenestrazione di Manca, tale formazione - finora strutturata in “Circoli Bettino Craxi” - si è proposta come movimento attorno alla sua promotrice, Stefania Craxi.
Che ha tracciato, assieme a Sergio Pizzolante, con passione - ma anche con qualche illogicità - la strategia del nuovo soggetto (forse) politico.
Un programma chiaro nel suo insieme e nella sua forma, ma vecchio nella sostanza.
Buone le considerazioni portanti, errata (perché a suo tempo sbagliata e sconfitta) la tattica.
Importante, di certo, è che questa formazione rivendichi a sé il ruolo di portatrice di un “nuovo risorgimento”, di “un nuovo rinascimento” di una “giovane e laica Italia ponte tra le due sponde del Mediterraneo”. Più che condiviso il suo “rifiuto di infilarsi in quegli orribili becchi d’oca dove il cosiddetto (tra l’altro inesistente) bipolarismo destra-sinistra vorrebbe costringere gli italiani”, giusta l’analisi della necessità di un virtuoso ritorno di governo dei tre strumenti che possono consentire una nuova crescita italiana (il Lavoro, l’Energia, la Tecnologia), doverosa la critica la falso europeismo dei boiardi di Maastricht e di Bruxelles, l’ipocrita Prodi in testa, “che hanno reso l’Ue un ostacolo allo sviluppo nazionale”, esatta la constatazione che questa maggioranza non è in grado nemmeno di attuare il proprio di programma di governo mentre questa opposizione non è in grado nemmeno di proporre un programma unitario, più che corrette, essenziali, le altre feroci critiche sia all’onnipotenza della casta che governa la magistratura (con la faziosità, con i privilegi degli automatismi di carriera e di stipendio, l’inamovibilità dei giudici, con la loro latitanza dalle responsabilità) sia al monopolio dell’informazione pubblica...
Ma completamente in errore - e in contraddizione con le stesse dichiarazioni di intento “per l’altra costa del Mediterraneo” e in favore della Palestina e contro Israele - quando un tale discorso viene condito da enunciazioni “occidentaliste”, vagamente anti-islamiche, pro-integrazioniste e uniculturali.
E totalmente privi di significato positivo i “contorni” di quella che dovrebbe essere la “cornice di alleati nel progetto”: i radicali transatlantici, i repubblicani, i liberaldemocratici.
Sì, lo sappiamo. Quella del lib-lab è una tattica-strategia coltivata anche vent’anni fa.
Ma fallita miseramente, allora e dopo. Fallita, per esempio, con Amato, che non a caso è stato un distruttore dello Stato sociale, consocio di fatto della grande finanza, dei banchieri e degli speculatori internazionali che hanno tolto all’Italia la proprietà collettiva delle aziende strategiche da quelle dell’energia a quelle delle comunicazioni.
Fallita nelle mille riproposizioni “liberalsocialiste”, di volta in volta con gli Sterpa e gli Zanone, i La Malfa e i Del Pennino. Per non parlare dell’abbraccio mortale con i pannelliani che fregiandosi ancora dei meriti di giuste battaglie (ma chi sircorda più di Baslini e Fortuna?...) agiscono come cavallo di Troia di interessi imperiali altrui, non certo della “giovine Italia”.
E, oggi, addirittura superata dai fatti. C’è già un partito lib-lab in Italia: Stefania Craxi non se ne è accorta? E’ quella Forza Italia dove non a caso si celano altri petali del vecchio garofano socialista.
Ah, quest’area socialista-riformista...
Ogni qualvolta tenta un colpo d’ala, ecco che qualcuno la riempe di zavorra.
E dire che questo è il momento di “uomini nuovi, idee nuove, programmi, immagini, linguaggi nuovi”...
© rinascita.net - 2002




Rispondi Citando
