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  1. #1
    Dalla parte del torto!
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    Predefinito A proposito di Antisemitismo

    È difficile che passi giorno senza che si sia invitati a ricordare che, oltre all'America di Bush, di Cheney, di Rumsfeld, di Abu Ghraib e di Guantanamo, delle multinazionali vampiresche, delle mille e mille nefandezze perpetrate in ogni angolo della terra, c'è un'altra America che non si rassegna, che protesta, che si oppone.
    È vero.
    E' altrettanto vero che lo stesso non si può dire di Israele, se non con molte riserve.
    Si obietterà: ma come, non c'è anche là gente che non si rassegna, che protesta, che si oppone? Forse che per popolare il paese sono stati clonati in milioni di esemplari quei figuri con il loro grifo immondo, perfetta incarnazione della politica che perseguono?
    No, non sono certo cloni quelli che adesso abitano la Palestina. E quei dissenzienti, quelle coscienze che si rivoltano, anche se in numero limitatissimo, salvano l'onore del loro popolo. Sappiamo perfettamente che tra il refusenik e Ariel Sharon passa un'incommensurabile differenza.
    Il punto, tuttavia, non è questo.
    Il punto è che, almeno da un punto di vista, il refusenik e Sharon sono sul medesimo piano: l'uno e l'altro stanno là dove non dovrebbero stare.
    Tutto considerato, questo non si può dire della popolazione statunitense. L'estirpazione dei pellirosse fu qualcosa di abietto, nessun dubbio su ciò, ma è un fatto che questo qualcosa fu l'irreparabile rovina di un'etnia cui possiamo, sì, guardare con ammirazione e con rimpianto, ma che, per i suoi modi di vita sociale, rimaneva pur sempre attardata in una lontana preistoria. Il genocidio dei pellirosse non perciò riesce meno ripugnante, ma fu parte di un processo assai più vasto del quale in via obiettiva non si può negare il carattere di progressività storica.
    Se il refusenik israeliano e Sharon stanno là dove non dovrebbero stare, ciò accade invece come risultato di una politica che era, nonostante il suo mascheramento in senso socialista, storicamente reazionaria nella premessa da cui partiva – l'inconsistente interpretazione dell'ebraismo come nazionalità. L'attuazione di tale politica – perseguita per decenni, molto prima di Sharon, con l'inganno, il ricatto, la prepotenza, la violenza, l'oppressione, e sempre in un'atmosfera di intollerabile ipocrisia – ha implicato come conseguenza necessaria e puntualmente prevista una guerra di stampo razziale e la catastrofe di quella che era, e in qualche misura rimane ancora oggi, la frazione del popolo arabo più laica, dunque più refrattaria alle suggestioni del fondamentalismo religioso.
    Il perseguimento della linea suddetta è stato reso possibile, specialmente dopo la guerra del 1967, solo dalla capacità dell'ebraismo americano, il più numeroso del mondo, di condizionare, grazie al proprio ingentissimo peso economico e sociale, la politica di Washington. Altrettanto efficaci sono state la multiforme rete protettiva stesa intorno allo Stato sionista dalle comunità ebraiche del mondo intero e – elemento essenziale, ieri e oggi, di manipolazione dell'opinione pubblica – l'aureola di intoccabilità creata intorno all'ebraismo dall'imposizione come indiscutibile verità storica (con la complicità, per quanto riguarda il proletariato, delle socialdemocrazie e dallo stalinismo) di una visione radicalmente falsata dei fini, delle modalità e dei costi umani dell'infame persecuzione di cui si macchiò l'antisemitismo hitleriano.
    Oggi, in Europa e fuori d'Europa, un'opinione pubblica esente nella sua grande maggioranza da ogni preconcetta ostilità al sionismo è, giorno dopo giorno, indotta a chiedersi in che cosa la condizione del popolo palestinese sia diversa da quella dei polacchi sotto il tallone di ferro del nazismo.
    E, allora, per difendere l'indifendibile, per far sì che l'evidenza non sia tale, ecco i continui rilanci del cosiddetto olocausto, ecco la caccia agli ultimi cascami umani processabili, pretesi "responsabili nazisti", dei quali i più giovani stanno tra gli ottantacinque e i novant'anni: il che basta a lasciar pensare che, durante la seconda guerra mondiale, di ben poco potessero essere «responsabili», se si prescinde dal dovere dei militari di non obbedire a ordini palesemente ingiusti.
    Questo principio è applicato retroattivamente ai tedeschi vinti, ma non si dovrebbe, chissà perché, applicare ad americani e israeliani, destinatari per definizione di quegli ordini palesemente giusti in conseguenza dei quali i secondi – per non parlare di ciò che fanno gli americani in Iraq – uccidono terroristi di 4, di 5, di 6 anni, lasciano morire ai posti di blocco malati bisognosi di urgenti cure ospedaliere, massacrano gente che difende la poca terra che le rimane, demoliscono migliaia di case palestinesi, tolgono ogni libertà di movimento al presidente, internazionalmente riconosciuto, dell'Autorità Nazionale Palestinese.
    Ecco, soprattutto, levarsi alte strida per l'antisemitismo che starebbe dilagando.
    A meno di considerare antisemitismo la valutazione oggettiva espressa dalla maggioranza degli europei secondo la quale lo Stato di Israele costituirebbe il maggior pericolo per la pace mondiale, l'antisemitismo non dilaga affatto, oggi, e di questo siamo i primi a rallegrarci.
    Ma, se qualcosa gli può aprire la strada, è precisamente l'atteggiamento dei dirigenti delle comunità ebraiche (e, per la verità, non solo loro) di identificazione con lo Stato sionista: identificazione magari anche critica – cosa ben possibile, quando c'è di mezzo uno Sharon –, ma non perciò meno totale.
    A seguito del venir meno del movimento rivoluzionario proletario per tutta una fase storica della quale sappiamo con certezza che finirà, senza però poter ancora prevedere quando, le condizioni odierne nelle metropoli non meno che nelle aree marginali sono tali da non permettere, considerando questioni come quella del Vicino e Medio Oriente, di adottare un'ottica socialista e di indicare, conformemente a quest'ultima, strade che sarebbero proponibili solo in una situazione contraddistinta dalla presenza effettiva, qui e ora, di quel movimento rivoluzionario.
    Siamo perciò obbligati a non andare al di là di un'ottica di democrazia conseguente: non è l'ottica socialista, ma non comporta nulla che non sia contemplato in quest'ultima.
    In questa sede ci limitiamo a sottolineare che per la soluzione democratica della questione palestinese, ammesso che tale soluzione sia possibile prima della ripresa di un movimento rivoluzionario di classe, l'esistenza del sionismo costituisce un ostacolo non aggirabile e che esso sarebbe un impedimento anche all'accoglimento della minoranza nazionale israeliana (dato che una nazionalità israeliana, oggi, volere o volare, esiste) all'interno di un autentico Stato di Palestina.
    Nell'ottica di democrazia conseguente di cui abbiamo parlato, ai vertici ebraici fuori di Israele e alle loro comunità devono essere ricordate cose molto semplici. Per esempio, che il Portico di Ottavia non fa ancora parte dei Territori occupati e che dunque non può venirne estromesso a calci e spintoni un cittadino che si è reso sgradito per ciò che pensa e dice della politica israeliana (ci riferiamo alla disavventrura occorsa tempo addietro a Vittorio Agnoletto, anche se il personaggio non suscita certo le nostre simpatie politiche).
    Va ricordato che l'occupazione di un'aula di tribunale a seguito di una sentenza – quella del primo processo Priebke – che non è quella desiderata è un atto sedizioso, anche se un ministro della giustizia inammissibilmente servizievole arriva trafelato ad accomodare tutto. Che quando si appoggia una politica come quella sionista non ci si può permettere di porre sotto accusa il mondo intero per aver consentito che negli anni Trenta la Germania al proprio interno desse corso a un'odiosa discriminazione razziale (e, del resto, che cosa avrebbe dovuto fare il mondo? Dichiarare guerra alla Germania nel 1935?). Infine, che il problema della "doppia fedeltà", ad Israele ed al paese di residenza, sarà vecchio quanto si vuole, ma non ha ancora ricevuto da parte ebraica neppure un principio di risposta.
    Si finga pure di non vedere cose come queste, ci si lasci incensare da chi, per ragioni non confessabili senza imbarazzo, trova opportuno ergersi a paladino dell'"unica democrazia del Vicino Medio Oriente", ci si compiaccia magari del fatto che qualcuno – l'onorevole Gianfranco Fini – spinga il proprio occhiuto servilismo fino a coniare la formula dell'"Europa delle cattedrali e delle sinagoghe", mirabile sintesi in chiave di fantastoria; si continui così, e prima o poi, per nostra comune disgrazia, l'antisemitismo dilagherà per davvero.

    30 giugno 2004


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  2. #2
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    ottimo post. complimenti sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i camerati di questo

    "Oggi, in Europa e fuori d'Europa, un'opinione pubblica esente nella sua grande maggioranza da ogni preconcetta ostilità al sionismo è, giorno dopo giorno, indotta a chiedersi in che cosa la condizione del popolo palestinese sia diversa da quella dei polacchi sotto il tallone di ferro del nazismo."


    io, ovviamente sono d'accordo, e voi, camerati?
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  3. #3
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    Per quanto mi riguarda (ed io certo non rappresento quella fumosa e incapacitante Area né tantomeno i cammerati) l'invasione tedesca alla Polonia (soprattutto per come fu realizzata) fu un errore.
    Errore d'altronde che va esteso all'invasione nei confronti di tutti i popoli slavi dove i tedeschi invece di essere visti come dei "liberatori" dall'imperialismo sovietico a causa del loro imperialismo nazionalista vennero visti come gli ennesimi occupanti.
    Sinistra Nazionale!

  4. #4
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    "L'estirpazione dei pellirosse fu qualcosa di abietto, nessun dubbio su ciò, ma è un fatto che questo qualcosa fu l'irreparabile rovina di un'etnia cui possiamo, sì, guardare con ammirazione e con rimpianto, ma che, per i suoi modi di vita sociale, rimaneva pur sempre attardata in una lontana preistoria. Il genocidio dei pellirosse non perciò riesce meno ripugnante, ma fu parte di un processo assai più vasto del quale in via obiettiva non si può negare il carattere di progressività storica".

    Ecco riaffacciarsi dalla finestra il progressismo materialista della sinistra: il genocidio dei pellirosse in qualche modo giustificato perché ancora attardati in una lontana preistoria ed in nome del progresso storico, pur considerandolo ripugnante, lo si giustifica.

    Giampaolo Cufino

  5. #5
    Neutrino NO-TUNNEL
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    In origine postato da Rodolfo
    Per quanto mi riguarda (ed io certo non rappresento quella fumosa e incapacitante Area né tantomeno i cammerati) l'invasione tedesca alla Polonia (soprattutto per come fu realizzata) fu un errore.
    Errore d'altronde che va esteso all'invasione nei confronti di tutti i popoli slavi dove i tedeschi invece di essere visti come dei "liberatori" dall'imperialismo sovietico a causa del loro imperialismo nazionalista vennero visti come gli ennesimi occupanti.
    più che errore io lo definirei un crimine..sulla tua analisi sull'invasione dei paesi slavi sono d'accordo, solo aggiungo che quella dei paesi slavi fu la più crudele e vergognosa delle occupazioni, dato che i nazisti in russia fecero oltre 20 milioni di morti
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  6. #6
    Cuore Nero
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    non è certo di mia competenza difendere i nazisti per i crimini che hanno commesso nei paesi che hanno invaso durante la seconda guerra mondiale....se è per quello io avrei preferito un fascismo più indipendente..avrei preferito che l'Italia non fosse entrata in guerra nel 40..un Italia meno succube della potenza tedesca...
    certo tra i due imperialismo (americano-capitalista e sionista e tedesco-nazionalsocialista avrei optato per il secondo...)....
    però io eviterei di dare una mano all'intento della storiografia ufficiale di inquadrare la germania come il mostro del secondo conflitto mondiale.....i crimini li hanno commessi i tedeschi, le persecuzioni razziali le hanno fatte i tedeschi ma i bombardamenti, gli stupri e crimini vari li hanno commessi anche angloamericani e sovietici...nonche partigiani...solo che per i secondi la storia abbuona tutto..per primi no...
    è contro questa cappa che avvolge la nostra storia recente che dobbiamo combattere..!

  7. #7
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    In origine postato da Rodolfo
    Per quanto mi riguarda (ed io certo non rappresento quella fumosa e incapacitante Area né tantomeno i cammerati) l'invasione tedesca alla Polonia (soprattutto per come fu realizzata) fu un errore.
    Errore d'altronde che va esteso all'invasione nei confronti di tutti i popoli slavi dove i tedeschi invece di essere visti come dei "liberatori" dall'imperialismo sovietico a causa del loro imperialismo nazionalista vennero visti come gli ennesimi occupanti.
    condivido. Non perchè sia stato un "crimine", ma perchè è stato:

    1 - un errore geopolitico

    2 - un errore dal punto di vista etnorazziale

    il primo punto non abbisogna spiegazioni, l'invasione ha provocato la contro-invasione rossa dell'Europa, precipitandola nella schiavitù tra occidente amerikano ed oriente rosso, e lasciando come "regalo" l'egemonia kulturale comunista in tutta europa.

    il secondo ha espresso una contraddizione di fondo del nazionalsocialismo, lacerato tra l'essere espressione particolare del nazionalismo germanico, e l'essere invece la reviviscenza dell'orgoglio dei popoli ariani in senso lato.
    Affermare che gli slavi erano "popoli inferiori" era totalmente contraddittorio con l'affermazione di una supremazia ariana, essendo gli slavi ariani a pieno titolo. La follia di questa degradazione degli slavi è accentuata dal fatto che i tedeschi si allearono con le popolazioni turco-mongole della regione transcaucasico-caspiana, che in una prospettiva di autentica pulizia etnica ariana, avrebbero dovuto essere subito annientate o deportate verso est.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito

    In origine postato da cornelio
    "L'estirpazione dei pellirosse fu qualcosa di abietto, nessun dubbio su ciò, ma è un fatto che questo qualcosa fu l'irreparabile rovina di un'etnia cui possiamo, sì, guardare con ammirazione e con rimpianto, ma che, per i suoi modi di vita sociale, rimaneva pur sempre attardata in una lontana preistoria. Il genocidio dei pellirosse non perciò riesce meno ripugnante, ma fu parte di un processo assai più vasto del quale in via obiettiva non si può negare il carattere di progressività storica".

    Ecco riaffacciarsi dalla finestra il progressismo materialista della sinistra: il genocidio dei pellirosse in qualche modo giustificato perché ancora attardati in una lontana preistoria ed in nome del progresso storico, pur considerandolo ripugnante, lo si giustifica.

    Giampaolo Cufino
    vero, del resto Marx approvava l'eliminazione degli indiani, e l'invasione USA del Messico, perchè rappresentavano l'avanzamento della società industriale sulle popolazioni "primitive".
    Il primato della tradizione sul progresso penso sia un patrimonio comune in tutta l'area. Va considerato tuttavia il filone socialista-futurista che animò il fascismo sin dai primi anni venti.
    Inoltre la questione degli indiani americani interseca quella della supremazia ariana: benchè culturalmente degenerati, gli anglosassoni che avanzavano nell'Ovest americano erano pur sempre indoeuropei come tutti noi. Lo spirito di fratellanza razziale dovrebbe spingerci a maggiori simpatie per loro...

    saluti

  9. #9
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    In origine postato da Felix
    vero, del resto Marx approvava l'eliminazione degli indiani, e l'invasione USA del Messico, perchè rappresentavano l'avanzamento della società industriale sulle popolazioni "primitive".
    Il primato della tradizione sul progresso penso sia un patrimonio comune in tutta l'area. Va considerato tuttavia il filone socialista-futurista che animò il fascismo sin dai primi anni venti.
    Inoltre la questione degli indiani americani interseca quella della supremazia ariana: benchè culturalmente degenerati, gli anglosassoni che avanzavano nell'Ovest americano erano pur sempre indoeuropei come tutti noi. Lo spirito di fratellanza razziale dovrebbe spingerci a maggiori simpatie per loro...

    saluti
    Cosa c'entra il filone socialista-futurista del fascismo con lo sterminio degli indiani?
    Se anche per te la supremazia della tradizione sul progresso è un valore ti dovresti sentire spiritualmente più affine ai pellirosse che agli anglo-americani sterminatori e chi se ne frega dell'affinità razziale.

    Giampaolo Cufino

  10. #10
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    In origine postato da Felix
    Inoltre la questione degli indiani americani interseca quella della supremazia ariana: benchè culturalmente degenerati, gli anglosassoni che avanzavano nell'Ovest americano erano pur sempre indoeuropei come tutti noi. Lo spirito di fratellanza razziale dovrebbe spingerci a maggiori simpatie per loro...
    E qui entra in gioco il domandone: ma te sei un difensore della Razza o della Tradizione?
    Non rispondermi di entrambi, perchè in questo caso i due concetti cozzano...

 

 
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