di Biagio Marzio
Dal congresso di Pesaro a quello di Roma (dal 21 al 23 gennaio 2005), i Ds procedono a vele spiegate per ripetere alle elezioni regionali del 2005 il successo del 2004. Ben altra storia a Pesaro, dove Massino D’Alema pronunciò la frase chiave del congresso: “Non ci sarà appello”. Si riferiva alla sorte della sinistra italiana in generale e ai Ds in particolare. Mentre Piero Fassino, candidato alla segreteria, andava ripetendo: “Cambiare o morire”. Alle elezioni politiche dell’11 maggio 2001 i Ds hanno raggiunto il minimo storico: il 17%. Il loro peso elettorale nel centrosinistra, fra le elezioni del ‘96 e quelle del 2001, è sceso dal 50 al 41%. Fatto ancor più sconcertante, il governo in carica usciva sconfitto sonoramente dalle urne. Fino alla convocazione del Congresso il dibattito diessino ha languito, politicamente, poi riprese con una piega diversa. Il fatto saliente, a ben vedere, fu la presentazione delle candidature alla segreteria nazionale. E, grazie a ciò, la polemica interna si rinfocolò e l’opinione pubblica si accorse che la Quercia era viva e vegeta.
Oltre alle candidature di Piero Fassino ed Enrico Morando ci fu un colpo di scena: la candidatura di Giovanni Berlinguer, un nome e una garanzia, per conto del Correntone, un cartello di tutte le sinistre. Con i nuovi compagni d’arme, Berlinguer andò alla guerra per conquistare la segreteria. Dal Berlinguer maggiore al Berlinguer minore. La storia a volte si ripete in peggio, visto che si ritornava al cognome Berlinguer, senza più il berlinguerismo, con i suoi annessi e connessi. L’oggetto della discussione congressuale non risparmiò colpi bassi e quello che ne prese di più fu Massimo D’Alema, reo della sconfitta elettorale e di tutte le nefandezze commesse durante la sua permanenza a Palazzo Chigi. Lo sport preferito fu quello di sparagli contro, come nei vecchi film western. Dopo tre giorni di intenso dibattito fu eletto il gruppo dirigente, con Piero Fassino segretario e Massimo D’Alema presidente del partito. Tuttavia i nodi politici (quelli legati all’identità e quello della costruzione di un nuovo soggetto politico di ispirazione socialista e riformista) rimasero irrisolti. Sebbene il congresso si svolse secondo copione - segretario Fassino, D’Alema presidente, Cofferati contro l’uno e l’altro e Amato padre nobile della sinistra italiana - la politica fu la grande assente.
Mancò il coraggio della grande politica capace di sfidare tutto e tutti. Ognuno volle tratteggiare il riformismo secondo il proprio punto di vista e solo Amato seppe declinare le motivazioni storiche e le ragioni del riformismo del XXI secolo, costruendo l’anima di un partito che l’aveva persa. Con la “svolta” della Bolognina (12 novembre 1989) dove Achille Occhetto, segretario del Pci, cambiò il nome e il simbolo. Lo strappo alla tradizione che per Occhetto fu una “profonda esigenza di liberazione e rinascita”, per D’Alema era, invece, una “dura necessità”. Archiviato il progetto del partito socialista di rango europeo, i Ds guidati da Fassino navigarono a vista fino a quando non trovarono lo scoglio Moretti cui va il merito (?) di averli portai in piazza con i girotondi. Con il movimentismo, però, non si costruisce una linea politica; così come con il pacifismo non si aiuta a definire una politica estera. I Ds, che ambiscono a guidare il paese, sebbene per interposta persona - quella di Romano Prodi - seguono gli eventi, anziché precederli. Per esempio, il presidente Ue lanciò l’appello per la lista Uniti nell’Ulivo e loro lo fecero proprio e, per di più, proposero che la lista si trasformasse in soggetto politico.
Poiché le elezioni europee non hanno raggiunto l’obiettivo sperato, il partito riformista, composto di Ds, Margherita e Sdi, ha lasciato il posto al patto federativo. Anche perché sul progetto c’è la forte ostilità vuoi della minoranza Ds vuoi di Rutelli e Marini della Margherita. A nostro parere il congresso Ds di gennaio, salvo eventi politici straordinari, si dividerà tra i sostenitori del partito riformista (D’Alema) e coloro che vorranno la federazione dell’Ulivo (Fassino), per salvare capra e cavoli. Mentre il Correntone non stonerà più di tanto, per non essere escluso dai collegi elettorali, alle politiche del 2006. Al congresso di Pesaro i Ds espressero due linee politiche contrapposte che si identificavano in due partiti della sinistra: riformista e massimalista. Due partiti in uno. Al congresso di Roma il quadro non cambierà, “bis in idem”. Quando i Ds si decideranno a non camminare più a testa in giù, inseguendo progetti che lasciano il tempo che trovano? Di grazia, quando si rimetteranno con i piedi per terra, mettendo avanti a tutto la Politica, quella con p maiuscola?




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