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    Creano desolazione e la chiamano pace....
    Quando la NATO bombardò la Serbia, in memoria del 24 marzo 1999
    di Maria Lina Veca

    ITALICUM Numero 3-4 marzo-aprile 2004

    P adre Sava, dal Monastero di Decani, ha ricordato così la giornata del 24 marzo 1999, che dette inizio all'aggressione contro la Jugoslavia: "In memoria di coloro che morirono e soffrirono durante i tre mesi dell'aggressione NATO contro la Serbia nel 1999. Esattamente cinque anni fa la NATO lanciò massicci raids contro la Serbia senza l'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e senza che venissero cercate tutte le possibili strade per una stabilizzazione pacifica della situazione da parte della comunità internazionale. Benchè la NATO dichiarasse che gli attacchi aerei fossero diretti contro obiettivi militari Yugoslavi e contro il "regime" di Slobodan Milosevic, migliaia di civili di tutte le etnie soffrirono e morirono e vennero definiti "danni collaterali". " Sembra di risentire le dichiarazioni che si ripetono oggi a proposito dell'aggressione all'Iraq: obiettivi militari e bombardamenti "intelligenti" nelle dichiarazioni ufficiali, stragi di civili innocenti nella realtà. "Questo è il momento – continua Padre Sava, una delle voci più autorevoli della resistenza della comunità serba nel Kosovo – di ricordare tutte quelle innocenti vittime che furono uccise in nome di "freedom and humanity", "libertà e umanità", e preghiamo perché riposino le loro anime. Le vite che hanno perduto non saranno dimenticate, vivranno sempre nei nostri cuori e nella memoria del nostro popolo. Dopo cinque anni dalla fine dell'aggressione, il Kosovo è in fiamme: un posto invivibile per tutte le comunità non albanesi, la discriminazione etnica continua ed oltre 250.000 abitanti della Provincia (soprattutto Serbi) non hanno potuto fare ritorno alle loro case nonostante la presenza della NATO e delle Nazioni Unite, nonostante le promesse della comunità internazionale. Oltre 100 Chiese Serbo- Ortodosse (e altre trenta in questi giorni) sono state ridotte in cenere sotto gli occhi delle truppe internazionali di KFOR. Il Kosovo non è mai stato più monoetnico (albanese) in tutta la storia. La missione di pace non è altro che una caricatura di giustizia." Tornano quanto mai attuali le parole di un poeta serbo contemporaneo, Matija Beckovic: " Noi siamo soltanto piccole croci sul display dei loro computers, siamo soltanto elementi dei loro video-games…" E Padre Sava conclude la sua "memoria funebre" per le vittime delle "bombe umanitarie" della NATO con una citazione di Tacito: "Creano desolazione e la chiamano pace…" Belgrado, cinque anni fa città-bersaglio per gli aerei Nato che, per settantotto giorni, hanno bombardato la Serbia, nella prima "guerra umanitaria" della storia, è una città ferita che oggi ritrova il suo orgoglio. Gli aerei hanno smesso di sganciare esplosivi sui Balcani, occupati adesso a seminare morte sull'Iraq, ma la ferita resta aperta, sanguinante. Bruciano i "regolamenti di conti", i suicidi, i "deportati" all'Aja, i morti ammazzati per strada come Djindjic. Brucia l'agonia del Kosovo, la morte lenta della comunità serba, decisa a restare nella "terra santa" del popolo serbo, il Kosovo e Metohija. I palazzi sventrati di Belgrado anche oggi ci ricordano l'altra faccia della guerra "umanitaria", la zona oscura trascurata dai media, la testimonianza di un incubo, la visione allucinata di un presente insostenibile. Brucia quel colpo inferto ai cinque cittadini di Belgrado che si sono appellati Tribunale Civile di Roma e alla Carta dei Diritti dell'Uomo per chiedere giustizia per le vittime del bombardamento della tv jugoslava Rts. Richiesta respinta dalla corte europea di Strasburgo. La Nato non si giudica. Quella Nato che in Serbia e Montenegro ha prodotto un danno economico che è stato valutato in 30 bilioni di marchi tedeschi, e che i governi occidentali hanno promesso aiuti per 2 bilioni, non in denaro liquido, ma in beni. Aiuti, che, spesso, assomigliano a ricatti. Pancevo, tanto per fare un esempio, aveva un'economia industriale: ora le fabbriche sono state distrutte, il lavoro manca o è sempre più precario, l'inquinamento bellico continua a produrre danni, il paese stenta a risollevarsi. In Kosovo, i serbi vivono in prigioni a cielo aperto, non hanno libertà di movimento, non possono fare la spesa, non possono vivere. Le persone comuni, di ogni parte, sono state colpite, la gente comune sta ancora sanguinando.

    APRILE '99: I NUMERI DELL'AGGRESSIONE NATO CONTRO LA JUGOSLAVIA


    1 fabbrica chimica colpita a Galenica dalle bombe "intelligenti"
    1 elicottero NATO abbattuto secondo l'agenzia ufficiale di stampa jugoslava 'Tanjug"
    1 ospedale ortopedico distrutto vicino ad una caserma dell'esercito jugoslavo, alla periferia di Belgrado
    1 treno colpito durante il bombardamento di un ponte il 12 aprile a Grdelica, Serbia
    2 centri per profughi colpiti da bombe NATO
    2 ponti distrutti dai bombardamenti a Novi Sad
    2 elicotteri Apache aggiunti al contingente attuale
    2 AMX italiani decollati dalla base di Istrana, Veneto, bombardano Belgrado il 14 aprile
    3 missili lanciati a meno di 500 metri dall'antico monastero ortodosso di Gracanica
    3 i prigionieri di guerra americani catturati dai serbi (negati dagli americani)
    3 le bombe NATO cadute su Aleksinac, Serbia, secondo l'agenzia di stampa Tanjug
    3 caccia Nato abbattuti secondo Belgrado
    4 AMX italiani decollati dalla base di Istrana, Veneto, il 15 aprile
    5 missili Tomahawk hanno colpito la fabbrica automobilistica Crvena Zastava
    5 i bombardamenti della fabbrica Sloboda (Cacak, 145 chilometri a sud di Belgrado), che secondo le autorità jugoslave produce elettrodomestici e secondo la Nato munizioni
    6 le ore di televisione quotidiane che la NATO chiede di avere a disposizione dal Governo serbo
    6 missili hanno centrato un deposito di combustibile e una fabbrica di plastica (Pristina)
    7 missili da crociera caduti su Pristina
    7 navi da guerra russe che hanno notificato il passaggio alla Turchia dello stretto del Bosforo e arrivare in Adriatico
    8 bombardieri B52 di stanza in Inghilterra usati fin dal primo giorno
    9 ponti serbi distrutti dalla NATO al 15 aprile, fonte serba
    12 morti con l'abbattimento dell'elicottero NATO secondo l'agenzia ufficiale di stampa jugoslava 'Tanjug' (negati dagli americani)
    12 i morti civili causati da un missile NATO caduto su alcuni edifici di Aleksinac, Serbia
    13 raffinerie o depositi di carburante distrutti dalla NATO al 15 aprile 99
    17 civili sono rimasti feriti per il bombardamento compiuto la notte scorsa dalla Nato sul complesso petrolchimico di Pancevo, sobborgo di Belgrado
    18 postazioni missilistiche inviate in Albania
    18 le esplosioni avvertite a Pristina nella notte tra il 6 e il 7 aprile
    20 i km. di lunghezza della chiazza di petrolio che che sta scendendo lungo il Danubio, dovuta al bombardamento di una raffineria
    23 i battaglioni serbi nel Kosovo secondo la NATO al 14 aprile 99
    24 F-16 americani
    31 fabbriche serbe distrutte dalla NATO al 15 aprile 99
    50 Mig 29 : arsenale aeronautico serbo
    60 aerei sulla "Enterprise"
    75 profughi albanesi del Kosovo morti in seguito a un bombardamento NATO il 14 aprile 99 secondo i serbi
    119 gli autobus utilizzati per il trasporto degli albanesi nei campi della Nato di Stenkovac e Radusa
    124 operai feriti durante il bombardamento NATO della fabbrica Zastava a Belgrado
    138 persone arrestate a Mosca davanti all'ambasciata americana dopo scontri con la polizia
    168 albanesi sbarcati in Puglia nella notte tra il 6 e il 7 aprile
    400 missioni NATO nella notte tra l'8 e il 9 aprile 99
    500 morti civili secondo Belgrado al 15 aprile 99
    1.500 missili NATO secondo Belgrado al 15 aprile 99
    2.165 i missili a disposizione di Marina e Aviazione NATO
    4.000 feriti civili secondo Belgrado al 15 aprile 99
    5.000 tonnellate di esplosivi usati dalla NATO al 15 aprile 99
    5.000 unità d'attacco di terra richieste dal comando USA
    5.000 uomini di equipaggio sulla portaerei "Enterprise"
    7.300 gli uomini del contingente di Allied Harbour in Albania
    25.310 albanesi trasferiti nei campi della Nato di Stenkovac e Radusa, a nord di Skopje
    60.000 i soldati che la NATO ha impiegato a terra per consentire la creazione di una "zona franca" in Kosovo in cui far rientrare i profughi, secondo il Financial Times
    400.000 albanesi che, anche su sollecitazione delle forze NATO, hanno lasciato il Kosovo dal 24 marzo. Dopo il 9 giugno 1999 ne sono rientrati almeno il doppio.
    2.000.000 gli abitanti del Kosovo nel 1998
    2.500.000 volantini lanciati sul Kosovo dagli aerei NATO esortando militari e paramilitari serbi a rientrare in caserma

    KOSOVO CROCIFISSO

    Così lo ha definito il Vescovo della Diocesi di Raska e Prizren, Artemjie : "Il Kosovo in croce...ci può essere un'immagine più terrificante? ...il giorno in cui il trattato di pace fu firmato e la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU fu accettata...quando aspettavamo una reale soluzione al problema del Kosovo, l'inevitabile è accaduto: la persecuzione e l'esilio della popolazione Serba del Kosovo è cominciato. Con l'arrivo delle "forze internazionali di pace" - come loro stessi amano definirsi - nel Kosovo, l'inferno è precipitato addosso ai Serbi del Kosovo. I luoghi sacri della terra Serba si sono trasformati nell'inferno, e tutto è stato ridotto in cenere. Abolite le frontiere con Albania e Macedonia, porte e cancelli aperti, un flusso umano inarrestabile si è riversato in Kosovo. Centinaia di migliaia di Albanesi, che erano stati prima espulsi dal Kosovo, sono rientrati insieme a tanti che mai erano stati nè avevano vissuto in Kosovo. Mentre l'auto-proclamata, e armata, "Liberation Army of Kosovo" (U.C.K.) continuava ad operare in Kosovo, arrivarono altre bande di faccendieri e criminali. L'ondata è stata inarrestabile, e nessuno l'ha fermata. Le forze internazionali sono arrivate nel paese non per prevenire il flusso, ma per assisterlo." Risuonano forti nella testa le parole di Artemjie, mentre ricordo il mio arrivo a Visoki Decani, monastero di incredibile bellezza, sferzato da un vento gelido, circondato da boschi e campi minati, controllato e protetto con grande amore e rispetto dai soldati italiani, attaccato, ancora ancora in questi giorni, con bombe da mortaio. In questi boschi, vive un eremita, un uomo che ha deciso di vivere di silenzio e preghiera, come si faceva nella cristianità medioevale. Visoki Decani è stato dichiarato "patrimonio dell'umanità" dall'UNESCO, a protezione degli oltre duemila dipinti che raffigurano circa diecimila personaggi della storia sacra e della storia dei Re Serbi. I monaci, solenni e ieratici, come solo i preti ortodossi sanno essere, dipingono icone di folgorante bellezza, con la tecnica appresa e perfezionata sul Monte Athos, in Grecia. Varcato il cancello, la Chiesa all'interno appare irreale nella sua divina armonia, nella sua dicromia di rosa e bianco, che richiama immagini di chiese senesi o fiorentine...d'altronde, è stato un frate francescano ad iniziare la costruzione. "In questo luogo il peccato non può entrare..." così stava scritto sul libro posto nel Patriarcato di Pec, "la madre di tutte le chiese serbe". Anche il Patriarcato e' stato attaccato e dato alle fiamme ieri. Eppure il peccato è entrato, e continua ad entrare in questi luoghi, anche se Visoki, nonostante i tentativi compiuti con bombe da mortaio, appare immortale e intoccabile nel suo irreale splendore. Penso alle centocinquanta chiese bruciate, devastate, penso ai villaggi deserti, penso all'enclave con quell'aspetto a metà fra il bagno penale e la riserva indiana, penso a Belo Polje, che fu un luogo ridente, ed ora è una discarica e un deserto spettrale, dove aleggiano immagini di morte...la morte di Mileva Vujosevic, così ricordata dal Metropolitano del Montenegro, Amfilohije: "Alla vigilia della liturgia del Vidovdan (l'anniversario della battaglia del Kosovo, 28 giugno - si sta parlando della liturgia del giugno 1999- N.d.R.) abbiamo pregato di fronte ai resti di Mileva Vujosevic, uccisa con una pallottola nella testa. Il suo cervello, nel quale misi i piedi entrando in casa sua, era sparso dappertutto. E abbiamo pregato di fronte al corpo di Marica Maric, una ragazza handicappata, stuprata nella sua povera casa di Belo Polje. La trovammo su un letto sfatto, morta, sfigurata." Anche qui, sotto il sole pallido di Visoki Decani, o dentro la Chiesa, che induce a sentimenti di commozione e meditazione, mentre la voce serena del prete ortodosso descrive le innumerevoli figure della storia sacra, anche qui, le immagini crudeli dell'enclave rimandano alle parole del Vescovo Artemjie: "E' incontestabile che il primo obiettivo è stato quello di espellere i Serbi, e il secondo, in atto attualmente, di sradicare le tracce e le testimonianze, di sradicare qualsiasi cosa possa ricordare che i Serbi siano mai esistiti... ma nonostante tutto quello che sta avvenendo in Kosovo, non tutto è già perduto per i Serbi. Finchè ci sono Serbi nel Kosovo, questo continuerà ad essere loro." In realtà, mi dicono i Serbi, nessuno può voler rientrare per soccombere alla lenta agonia e alla morte sicura dell'enclave, nessuno rientra per subire le indagini condotte dalla polizia albanese (con quale obiettività?), nessuno rientra per vedere la trasformazione dell'UCK, prima in Corpo di Protezione Civile super-armato (hanno chiesto ancora più armi, e le otterranno), e poi in esercito regolare albanese del Kosovo...nessuno rientra per non poter andare all'Università, per non potersi curare in ospedale...nessuno rientra per avere il fienile bruciato finchè non accetta di vendere la propria casa per un prezzo ridicolo... nessuno rientra per stare senza luce elettrica e senza acqua, come ha deciso la gestione albanese della centrale idro-elettrica...nessuno rientra in questo Kosovo che un carabiniere di stanza a Pristina, con una grande conoscenza della situazione, ha definito "una camera stagna". Dice il Metropolita Amfilohije: "Non credo che vivrò abbastanza, sarà quel che Dio vuole, per vedere il Kosovo senza la presenza delle forze armate internazionali che, come d'abitudine, dopo essere state troppo a lungo nella casa di altri, nella terra di altri, nel Paese di altri, si mutano in forze di occupazione. Con una lunga strada, il Kosovo si prepara a diventare uno stato indipendente, che, un giorno, sarà incorporato nella "grande Albania". Se questo è anche il piano della Comunità Europea, non posso dirlo." Quella stessa Comunità Europea che preferisce non vedere e non sentire la "pulizia etnica legalizzata" della popolazione serba, e continua a diffondere notizie false e ipocrite su quella "pacificazione" della quale vediamo oggi gli effetti.

    http://www.centroitalicum.it/giornale.php

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    Da "La Nuova Venezia", 25 ottobre 1999, pag. 8
    ----------------------------------------------


    IL PUNTO

    Pulizia etnica e guerra Nato in Kosovo: siamo stati ingannati?

    L'inchiesta internazionale in corso smentisce, o ridimensiona
    clamorosamente, gli eccidi attribuiti ai serbi

    di Giorgio Tosi

    Durante la recente guerra nei Balcani pur nella diversità dei
    giudizi sull'opportunità o meno dell'intervento militare Nato, nessuno ha
    mai posto in dubbio che in Kosovo fosse in atto una crudele "pulizia
    etnica" da parte dei Serbi contro la popolazione albanese, con massacri e
    fosse comuni. lo stesso che in numerosi articoli ho condannato duramente
    l'aggressione militare Nato come illegittima, immorale e
    inopportuna - ero fermamente convinto che le esecuzioni di massa, gli incendi dei
    villaggi e la fucilazione degli abitanti maschi corrispondessero a verità, e
    dovessero essere condannati e fermati dalla comunità internazionale
    (non dalla Nato quindi, ma dall'Onu).

    Durante i due mesi di guerra, giornali e televisioni ci hanno
    bombardato di notizie e di immagini sconvolgenti, arrivando a parlare di
    genocidio, con l'effetto di aumentare l'orrore e di giustificare i
    bombardamenti aerei presso l'opinione pubblica. Quasi ogni giorno veniva data
    notizia della scoperta di fosse comuni e il numero dei sacrificati aumentava
    ogni settimana arrivando a un totale alla fine della guerra di circa
    50.000 vittime.

    A quattro mesi dalla fine della guerra leggo con stupore un
    articolo «fuori del coro» di Paolo Soldini (L'Unità, 20 ottobre) che pone la
    domanda di "quanti Kosovari di etnia albanese siano stati
    effettivamente uccisi dai Serbi durante la guerra". Il giornalista riferisce che
    secondo l'esponente dell'Onu Bernard Kouchnner le vittime furono circa
    11.000, attribuendo la fonte al Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia.
    Il Tribunale però, scrive Soldini, ha serenamente smentito. E' da
    notare che da agosto si trovano in Kosovo 62 agenti del Fbi americano (compresi
    analisti e medici legali) che conducono le inchieste coordinati
    dall'Armed Forces Institute of Pathology.

    Contando i corpi ritrovati, isolatamente e nelle fosse comuni, gli
    uomini del Fbi sono arrivati a un totale di 200. Gli Americani non sono i
    soli a svolgere questa terribile indagine. Sono al lavoro ormai da tre mesi
    investigatori e medici legali di 15 Paesi che hanno partecipato
    all'attacco e di altri che ne sono rimasti fuori. Secondo una
    relazione pubblicata dal giornale spagnolo El Pais le vittime certe sarebbero
    187.Il numero in sé è piccolo, anche se il crimine resta grande e tale
    sarebbe anche se le vittime fossero ancora meno. La differenza però, come
    cercherò di spiegare, è politicamente di grande portata.

    Secondo le fonti citate da Soldini «in nessuno dei luoghi teatro
    delle presunte stragi di cui si era dato notizia durante la guerra sono
    stati trovati cadaveri corrispondenti all'eccidio denunciato. Il più delle
    volte, anzi, non è stato trovato alcun corpo». E' stato così ad
    esempio per le miniere di Trepea dove si era detto che i Serbi avessero
    nascosto i cadaveri di 700 vittime. L'ottobre scorso un portavoce del Tribunale
    per i crimini nella ex Jugoslavia ha ammesso che non è stato trovato alcun
    cadavere. Nella fossa comune di Ljubenic, presso Pec (zona
    controllata dagli italiani) in cui si diceva fossero sepolti 350 cadaveri ne
    sono stati trovati soltanto sette. «A Pusto Selo» scrive Soldini «dove i
    morti sarebbero 106 e dove gli investigatori non hanno trovato traccia
    delle presunte fosse comuni riprese dagli aerei Nato e mostrate alla tv...
    C'è poi il caso clamoroso di lzbica, il villaggio che tutto il mondo
    vide nelle riprese segrete di un profugo albanese; 130 uomini uccisi,
    neppure un corpo trovato".

    Che dire? E' troppo presto per affermare che le bugie hanno le gambe
    corte, o è tardi per accorgersi che il naso di Solana e quello del
    generale Clark sono più lunghi di quello di Pinocchio? Emotivamente
    non si riesce a sfuggire alla sgradevole sensazione di essere stati
    travolti da un'ondata di menzogne, fabbricate a freddo per preparare l'opinione
    pubblica a digerire i bombardamenti perfino sugli ospedali e sugli
    asili nido.

    Politicamente va detto che la differenza nell'ordine di grandezza
    delle vittime, cioè fra 200 e diverse decine di migliaia, è essenziale in
    relazione al giudizio da dare all'iniziativa Nato e costituisce un
    problema politico ed etico (anche per i giornalisti del video e
    della carta stampata). E' chiaro a tutti che 200 omicidi sono un crimine
    orrendo ma non costituiscono pulizia etnica, come invece sarebbe stato con
    50.000 o anche soltanto 10.000 vittime.

    Forse abbiamo fatto la guerra per una pulizia etnica che non è mai
    esistita, e dietro la quale si sono impudicamente nascosti i governi
    europei e quello degli Usa.

 

 

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