Roma. Ministro nuovo, richiesta antica: l’attuazione del promesso abbattimento delle aliquote fiscali.
Ora o mai più, nella massima misura possibile, secondo quanto già votato nella legge delega.
Checché dicano le interessate vestali banco-industriali, che sui loro giornaloni mobilitano editorialisti a difesa dell’intangibilità dell’attuale prelievo, a garanzia di una spesa pubblica associata a servizi sociali che si vorrebbero sotto attacco.
E’ l’esatto opposto.
La riforma va fatta “anche” per obbligare lo Stato ad assicurare da regolatore servizi pubblici migliori, “non” a gestirli in proprio mirando solo ad accrescere il numero dei dipendenti pubblici invece dello standard dei servizi.
Una compagine sedicente liberale, tanto più se atterrita e divisa davanti alle urne come la scombiccherata alleanza casaliberista, dovrebbe esitare ancor meno, forzando a ogni costo su questo obiettivo. I cui nemici – altro paradosso – sono magistralmente descritti da figure che la pensano all’opposto, quanto a “modelli”. Due nomi: il liberale Francesco Giavazzi, con il suo vademecum al nuovo ministro dell’Economia, sul Corriere della Sera di ieri; e, in campo socialista, quel grande inascoltato che è Napoleone Colajanni, nel suo “Riformisti senza riforme”.
Uno vuole meno Stato, l’altro uno Stato diverso: ma le corporazioni da sconfiggere per entrambi sono le stesse.

Domenico Siniscalco non ha bisogno dei nostri consigli.
Dovrà destreggiarsi con interdizioni accresciute, e malcelati sensi di superiorità “politica”. Ma a noi sta benissimo, che proprio lui sia uno dei più decisi nel ripetere che l’abbattimento del prelievo, nell’Italia di oggi, va congegnato non per sostenere la domanda, con qualche spicciolo in più che non si sa quanto finisca in consumi e quanto invece in risparmi, quanto per ottenere effetti permanenti sul versante dell’offerta, abbassando il disincentivo a impiegarsi e a realizzare iniziative economiche.
E’ per questo, che occorre anche abbattere l’aliquota più elevata, non per “fare un favore ai ricchi” come salmodia l’armata della spesa pubblica intangibile.
Avanziamo però una proposta provocatoria.
Ieri, nell’incontro tra i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil, si è reso evidente che le pressioni da Confindustria per “ricucire lo strappo” hanno buoni margini di successo.
Mercoledì c’è una prima convocazione presso il Welfare, poi partirà il confronto sul Dpef.
Lo scontro sui contratti pubblici sarà durissimo, il sindacato chiede più del doppio di quanto offre il governo. E’ probabile che tutto ciò avvenga accogliendo la posizione della Cgil: di assetti contrattuali diversi, con Confindustria si parlerà solo quando il sindacato avrà macinato mesi di confronto interno.
Intanto, imprese e sindacati concorderanno solo quali richieste
“girare” al governo sugli incentivi allo sviluppo.
Ed è un gran peccato, anzi un grave errore, prendendo in parola quella definizione di “classe dirigente” con cui ogni giorno Montezemolo fieramente identifica i suoi associati.
Perché da contratti diversi, con una quota maggiore affidata alla contrattazione decentrata, laddove si formano i costi reali sia per le imprese che per i lavoratori, tutti avrebbero di che guadagnare. Vero è che il governo, di fronte a posizioni lontane tra loro quali quelle di Cgil e Cisl nel campo sindacale, potrebbe e anzi dovrebbe assumere un’iniziativa.
Di qui la seguente provocazione liberista.
Invece di concentrare gli sgravi Irap solo nel sostegno alla ricerca – “cosiddetto”, perché escludere dal computo dell’Irap i lavoratori “dichiarati” dalle imprese in attività di ricerca farà miracolosamente aumentare gli addetti ufficiali alla ricerca in Italia, ma non significa affatto che svolgano ricerca sul serio e tanto meno valida – e oltre gli sgravi per aiutare le medie e piccole imprese a fondersi e concentrarsi, perché non fare di più? Perché non offrire a Confindustria e sindacati la disponibilità ad abbattimenti dell’Irap da tradurre direttamente in retribuzione netta aggiuntiva, in tutti i casi di singole intese contrattuali il cui fine dichiarato sia quello di accrescere del 10 per cento annuo la produttività?
Spezzerebbe la neutralità del prelievo? Certo: ma la sinistra con Dit e SuperDit lo aveva fatto premiando le imprese grandi e supercapitalizzate rispetto a quelle medio piccole, con Telecom che pagava un’aliquota del 19 per cento e il capannone che pagava 20 punti in più.
Così il “meno imposte” sarebbe mirato ad accrescere produttività e potere d’acquisto dei lavoratori, a stimolare padroni e dipendenti a non farci perdere anni, prima di capire che gli assetti contrattuali vanno cambiati nell’interesse di tutti.

Un aiuto ai corpi intermedi
E’ lavorando di più e in maggior numero che si cresce e si guadagna di più. E il fisco può far molto.
Chi avesse dubbi, legga due saggi opera di un’accoppiata straordinaria:
Glenn Hubbard, quarantenne professore alla Columbia Business School, ma già di tale successo da esser stato dal 2001 al 2003 presidente del Council of Economic Advisors alla Casa Bianca (bipartisan), e il suo sodale William Gentry, del Williams College. Due anni fa i due dimostrarono gli effetti negativi dell’imposta progressiva sull’offerta di lavoro, in “The Effective of Progressive Income Taxation and Job Turnover” (in rete, NBER Working Paper W9226).
Ora hanno esteso la ricerca.
In “Success Taxes, Entrepreneurial Entry, and Innovation” (NBER Working Paper 10551) misurano gli effetti dell’imposizione progressiva sulla propensione al rischio di diventare imprenditori. Come il fisco progressivo scoraggia a impiegarsi, così i dati mostrano che scoraggia il rischio d’impresa quanto più elevata è “la tassa del successo”, e con crescente selettività proprio per il segmento di imprese piccole e medie che vogliano intraprendere attività innovative, rispetto alle grandi che hanno ben altre reti di copertura per finanziarsi.
Il governo non si tiri indietro: da meno imposte hanno da guadagnare non solo gli individui, ma innanzitutto quei corpi intermedi che, per fatalismo, pensano invece che partiti e sindacati rendano impossibile abbattere la spesa pubblica.

da il Foglio del 20 luglio

saluti