Adolf Hitler, Ultimi discorsi, edizioni di Ar, Padova 1988, pp.88
Questo volume contiene le ultine conversazioni del Fuehrer comprese nel periodo tra il 4 febbraio e il 2 aprile 1945 e costituisce un documento di grande interesse, non solo storiografico. Si tratta di 18 note che completano i volumi che raccolgono le conversazioni di Hitler note come Borman Vermerke, già pubblicati dalle edizioni di Ar con il titolo Idee sul destino del Mondo. La ricca nota introduttiva al volume in esame potrà essere di molto aiuto al lettore, sia nel fornirgli numerosi dati storici relativi alle rocambolesche vicende che ne resero possibile la pubblicazione, sia nell'inquadrare questi testi nell'ottica della battaglia totale che il nazionalsocialismo stava combattendo fino all'annientamento contro il mondo delle plutocrazie e del nascente imperialismo sovietico-marxista. Non vogliamo, dunque, ripeterci e rinviamo il lettore alla riflessione sulle pagine introduttive stilate da Maurizio Lattanzio, attento e preciso curatore del volume.
Da queste pagine risulta evidente come i numerosi temi affrontati dal Fuehrer, con la disincantata lucidità di chi vede avvicinarsi la fine di un mondo (ma non di un'Idea), confluiscano come tanti fiumi nel mare finale del pensiero nazionalsocialista: la costituzione dell'Ordine Nuovo sull'evanescente mondo borghese. Come ebbe a dire Adolf Hitler: «Da una lotta disperata si irradia sempre un eterno valore esemplare».
Ma le pagine che leggeremo, questi ultimi discorsi, non hanno solo importanza come testimonianza della coerenza di un uomo che ha trasfigurato tutto se stesso e il suo popolo nella lotta metafisica fra due concezioni opposte della vita e del mondo. Le parole del Fuehrer non costringono chi le ‘ascolti’ oggi a volgere gli occhi, sia pure melanconici ed ammirati, al passato. Esse spingono -proprio per la drammaticità del momento in cui furono pronunziate, negli attimi cruciali della tempesta di ferro e di fuoco che che si stava scatenando sull'Europa e sul suo cuore (in senso tradizionale)- a guardare prepotentemente al futuro.
Dobbiamo ammettere che colse nel vero l'ultimo segretario del partito nazionalsocialista, M. Bormann, nel definire questi documenti «di capitale interesse per l'avvenire». Considerando amaramente i passaggi che avevano condotto alla sconfitta storica (e riflessioni davvero amare sono state riservate agli italiani...), Hitler andava anche delineando gli elementi portanti di un nazionalsocialismo che, nella temperie della guerra (come aveva intuito ancor prima lo Juenger di Tempeste d'acciaio ) e nel battesimo di sangue delle Waffen SS si era trasformato in movimento socialista europeo, perdendo quei connotati raccolti lungo il suo percorso politico: di movimento nazionalista e pangermanista.
Hitler ne era convinto: «Io sono stato l'ultima speranza per l'Europa». L'europeismo nazionalsocialista doveva essere scevro da qualsiasi tentazione imperialistica «Dovremmo imporre agli europei una dottrina Monroe applicabile all'Europa: l'Europa agli europei! E ciò significherà che gli Europei non interverranno negli affari degli altri paesi».
In questa prospettiva anche il razzismo hitleriano, al quale gli storici democratici hanno attribuito lineamenti foschi e sulfurei, viene ricondotto nella giusta dimensione (sulla quale molti vogliono tacere). Esso, come risulta dalla conversazione del 13/2/45, si andava trasformando in giusto orgoglio per la propria stirpe e per le proprie tradizioni ed in rispetto di chi avesse sentito altrettanto orgoglio nei confronti della propria terra. «Non ho mai pensato che un Cinese o un Giapponese fossero inferiori a noi. Essi appartengono ad antiche civiltà, e ammetto pure che il loro passato sia superiore al nostro. Hanno ragione di esserne fieri. Così come noi siamo fieri della civiltà alla quale apparteniamo». Non è escluso che da tali convincimenti non fosse estraneo l'ottimo comportamento tenuto in guerra dalla «forza internazionale» del nazionalsocialismo, le Waffen SS.
Il 26/2/45 le conversazioni hanno una battuta d'arresto, riprendendo solo due mesi dopo, con l'ultimo discorso pronunziato dal Fuehrer. Condividiamo l'ipotesi di Maurizio Lattanzio, per il quale tale pausa non fu casuale. In quei giorni si era alla strette finali della guerra, l'esito appariva ormai scontato: si trattava solo di limitare il massacro delle genti europee perpetrato quotidianamente (in tal senso è utile leggere la raccolta pubblicata da Ar con il titolo di La battaglia di Berlino). Nessuno, in quelle ore buie, può parlare di speranza per il futuro. Nessuno, tranne Hitler. Ecco il significato dell'ultimo discorso: si tratta di un messaggio per l'avvenire, di un messaggio che conferisce il senso futuro di una lotta politica che si situi lungo il solco ideale che aveva creato i movimenti nazional-popolari fra le due guerre. Hitler intuisce per la Germania (e per l'Europa, potremmo aggiungere) un lungo declino e un periodo snervante di impotenza politica, accompagnato da un progressivo inquinamento dell'identità culturale ed etnica dei popoli europei. Ma, nel momento più buio, queste pagine testimoniano la volontà di combattere di un uomo, di un mondo, che vuole essere anche incitamento e sprone per quelli che verranno alle prime luci dell'alba: a testimonianza di come la tradizione si innervi nello spirito e nel sangue.
(da un vecchio catalogo delle Edizioni di Ar)




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