Geronimo, così uccidi la seconda Repubblica
di RENATO FARINA su Libero
C' è una tribuna politica dove si discute di roba grande invece che di gomitate quotidiane. La conduce Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Ogni giorno lascia spazio ad una lettera che ponga questioni di sistema democratico e modelli elettorali. Si sono cimentati in tanti. Mieli con pazienza batte e ribatte su un punto: guai a chi tocca l'alternanza, questa è l'essenza della democrazia liberale.
Ieri, Geronimo - che già aveva duettato con lui sul Corriere - lo ha contraddetto su Libero.
Geronimo ha scritto che persino in te è esploso «il virus dell'antiparlamentarismo ».
E si è spaventato. Tu sei visto come il gonfaloniere del vasto mondo, di destra e sinistra, che si oppone alle libere scelte del Parl a m e n t o.
«Questa accusa è proprio sbagliata. Geronimo è intelligente e arguto, ma equivoca. Il Parlamento è importantissimo, per me, ovvio. Io colgo piuttosto come grave per la democrazia il virus dell'antialternanza. Esso si palesa in posizioni come quelle di Geronimo, che teorizza il diritto ad aggiustaremaggioranze diverse da quelle votate dagli elettori».
Insomma: rispedisci il virus al mittente.
«Stiamo cominciando ad essere un Paese normale, dove le elezioni si fanno per mandare a casa chi non ci piace governi. E si vuol rinunciare? La forza della democrazia liberale consiste assai più che nella facoltà di scegliere chi governa, nella certezza di potergli togliere il potere con il voto. In Italia questo non è mai accaduto, salvo da una decina d'anni a questa parte. Mi pare un risultato enorme. Tanto più che in precedenza eravamo una triste eccezione".
Addirittura. «Ma certo. In tutti i Paesi democratici del mondo il gioco democratico si è sempre basato sulla possibilità dell'alternanza per via elettorale. In teoria anche da noi. La differenza è che nel resto dell'universo democratico, questo è accaduto. Da noi, per quasi 140 anni, mai. Messico, India, Giappone da quando sono democrazie hanno subito incardinato questo metodo: l'alternanza. L'elettore sceglie: chi vince governa, chi perde va a casa. Fino alla prossima occasione quinquennale. È molto semplice. Ripeto, in tutti i Paesi del mondo è stato ed così. Noi, che esistiamo come Stato dal 1861, ci siamo arrivati solo ora. Con molti difetti, ma a un governo di destra è succeduto uno di sinistra, e poi si è cambiato ancora. adesso si vuole disfare questo sistema? Non ne faccio una questione di legge elettorale, proporzionale o maggioritaria. Interessa la sostanza del discorso. I padri del Risorgimento non seppero trovare questa strada, e non si è mai riuscito a rimediare. Solo a partire dagli anni '80 si è avvertita l'urgenza del cambiamento, che ha trovato la via della sua realizzazione con i referendum e per i contraccolpi di Ta n g e n t o p o l i » .
L'obiezione è: meglio prima.
Invece di lasciare alla guida un autista inetto, prima che ci schiantasse tutti, i deputati lo sostituivano in corsa. Oggi il Parlamento ha le mani legate. E comandano le lobby esterne, magari la piazza.
«Poter mandare a casa un capo del governo per via elettorale, permette proprio di evitare tentazioni violente. Se il voto non serve ad allontanare dal potere chi non vogliamo, si fa largo l'idea di tirannicidio oppure quella di colpo di Stato. Abbiamo sperimentato qualcosa di simile nel '22 e nel '92-'93, dove un'alternanza impropria avvenne per infarto istituzionale. Finalmente, dal 1994 in poi siamo approdati a una certa normalità. Ripeto, sistema elettorale. Mi va bene qualsiasi meccanismo elettivo. Purché accompagni all'uscio chi perde, e non ci sia rischio di trovarselo a reggere le sorti del paese dopo un patto extraelettorale con l'altra parte. Per troppo tempo abbiamo avuto chi si metteva in mezzo e vinceva comunque. Gli eterni gruppi inamovibili di potere»
Detta così, è convincente. Allora perché c'è in giro rimpianto per la prima repubblica? «Certo, ci sono stati grandi leader e grandi politiche. Geronimo fa bene a ricordarli. Ma molta gente rimpiange quell'età politica come si fa con la giovinezza. Per via di sentimento e non di ragione. Quella non era democrazia compiuta. Sarebbe un gravissimo errore la marcia indietro verso l'anormalità». Insomma, la normalità è divider si. «Dobbiamo abituarci a questo. Col tempo impareremo anche un modo sereno di esserlo: divisi, ma senza caricare l'altra parte di disegni spaventevoli». Avevi parlato di "guerra civile mentale" come male italiano. «E questa guerra civile si supera soltanto con la pratica dell'alternanza. Quando Prodi ha vinto nel 1996, a destra si è gridato al rischio di regime. Lo stesso, a sinistra, con Berlusconi. Bubbole. È invece evidente che regime non c'è stato e non c'è. La Casa delle libertà è in dissesto perché l'opposizione ha avuto la chance di darle scacco proprio in Parlamento. Dunque non è vero che in questo sistema il Parlamento non pesa». Evoluzioni possibili? «Se la maggioranza di centro- destra resiste e ritrova il filo, arriva a fine legislatura e si ripresenta così. In caso di elezioni anticipate, pezzi di centro-destra passeranno dall'altra parte. E non sarebbe un ribaltone, ma una faccenda totalmente leale e legittima Intendi una parte dell'Udc? «La Lega non potrebbe. Con la sinistra non esistono margini di accordo. E da sola andrebbe al suicidio. L'Udc invece si. Ma questo mettilo sotto la voce fantapolitica». Alcuni dicono: non è forse innaturale che Enrico Letta e Bruno Tabacci siano divisi? La pensano quasi uguale, e invece l'uno sta con Bertinotti e l'altro con Borghezio. «Tony Blair aveva posizioni simili ai conservatori, era più vicino alla Tathcher che non ai massimalisti del suo partito. Ha vinto nel suo partito e poi nel Paese. Che senso avrebbe un centro che vince sempre e comunque?
Spolpa la democrazia, cioè la possibilità dell'alternanza




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