dall' Unione Sarda
http://www.unionesarda.it/unione/200...3/navipdf.html ....
I tifosi non si rassegnano: vogliono che Zola resti rossoblù. Nel sito del Cagliari appare una lettera toccante firmata da No Potho Reposare. Parole appassionate che non lasciano insensibili gli altri utenti: tanti, tantissimi hanno chiesto la pubblicazione della missiva.
Caro Gianfranco, ero a un concerto dei Tazenda. Mi trovavo in Sardegna da poco, e avevo sentito parlare di questa canzone senza averla mai ascoltata, concludendo che certo si trattava d’un puro, manieroso, eccessivo esercizio a metà tra banale e pittoresco, come spesso accade quando non s’hanno elementi per valutare l’espressione del folklore d’una terra ancora forestiera.
Il warm pad di Gigi aleggiava etereo, sospeso tra terra e cielo di quella sera stellata di fine luglio, insieme alle launeddas campionate, sommerse dall’odore pungente delle cipolle per gli hot dogs e le collane fluorescenti.
Accadde una piccola magia:
tutti, indistintamente, s’alzarono dalle sedie gialle un po’ scalcinate, ed in piedi si presero per mano, cantando: un rito immaginario e spontaneo, quasi tribale, come se suoni e sangue avessero risvegliato da un sonno antico un richiamo insopprimibile.
Ho ancora dentro quelle emozioni forse innate per via delle mie origini barbaricine.
E per la prima volta, ascoltando quella musica e quelle parole struggenti, che tutti cantavano guardando dritto davanti, con fierezza e senza vergogna, realizzai e presi coscienza d’una verità che da allora in poi m’avrebbe accompagnato: io ero sardo.
Me lo ripetevo: SARDO!
Sono di questa terra, vivo e appartengo a questa terra, e un giorno tornerò a questa terra, anche se non vi sono nato…
Passarono gli anni, riascoltai spesso quella canzone, sempre con emozione intatta.
La mia fidanzata di quella sera nel frattempo divenne mia moglie, la madre di mio figlio, poi una mattina di primavera del 2001 ci lasciò… forse Qualcuno aveva deciso che il suo tempo era arrivato.
Ma io son rimasto, perché la mia gente, la mia casa, il mio futuro è questa terra, a cui sento d’appartenere, anche se vi son giunto adulto, per amore di una donna.
Non ti chiedo, amico Gianfranco, di ripensarci, considerare e rivalutare le variabili che - of course - avrai affrontato e rivisto mille volte nella mente e nel cuore.
Non pretendo ci regali ancora il tuo sudore e la tua passione, e neanche ti chiedo di mandar giù tutto ciò che in questi due mesi ti è capitato di sentire e sopportare sulla tua pelle, misurandolo in tempo reale col tuo orgoglio e la tua dignità.
E nemmeno di riflettere sulle parole antiche di questa canzone, con cui un sardo lontano dalla sua terra trasmetteva amore,
cuore e anima alla sua donna, rimasta nell’Isola. Ma se resterai con noi, a vivere per un anno ancora il sogno intatto di questa terra, d’un popolo che cerca anche in un “banale” campionato il riscatto, la voglia d’esserci, di gridare al mondo “Ci siamo anche noi, non siamo solo spiagge, pecorino e cannonau”, il grido di quella rivincita che in tanti, troppi ambiti lontani da quello non siamo riusciti a prenderci, se vorrai essere per un altro anno ancora il nostro alfiere, noi saremo orgogliosi di te, come quella sera lontana io fui per la prima volta fiero di scoprirmi sardo. Sarai il portabandiera della nostra piccola, grande riscossa.
Se invece le tue scelte, oculate o costrette dagli avvenimenti, o da una parola di troppo urlata da una tribuna, ti portassero lontano da qui, da chi ti ama e ti rispetta come uno di noi, resteranno il rispetto e l’ammirazione per il campione puro che ci ha regalato un altro pezzetto dell’orgoglio d’esser sardi, ma te ne andrai lasciando ad altri quella bandiera, che forse oggi solo tu hai il diritto, la forza, la dignità, il carisma di portare in faccia al mondo. Resterai uno di noi.
Grazie, Gianfranco. Asibbìri.
Non conosco l'autore di questa lettera, ma nel leggerla ho provato un piacere che solo le cose pulite possono dare, certo lo so, l'indipendenza non arriva con le canzoni, le poesie o le belle parole, ma la semplicità con cui dice:
"E per la prima volta, ascoltando quella musica e quelle parole struggenti, che tutti cantavano guardando dritto davanti, con fierezza e senza vergogna, realizzai e presi coscienza d’una verità che da allora in poi m’avrebbe accompagnato: io ero sardo.
Me lo ripetevo: SARDO!"
.... ECCO! la scelta di ESSERE SARDO!, la consapevolezza di esserlo, sentirsi parte di quel popolo e se questo è arrivato anche solo ascoltando l'intensità con cui veniva cantata una canzone d'amore che potrebbe, infatti, essere benissimo intonata per dedicarla alla nostra terra ( soggeto femminile-la, madre terra, ecc.) ... ben vengano tali composizioni .... se colpiscono il cuore e la ragione.
saludi e
... fintzas a s'indipendentzia!




Rispondi Citando
che venivano qui a prendere (ma kini is sardus?) anch'essi la loro parte e così sembra di capire dalla lettura dei documenti ufficiali raccolti dal Pecchia (aaaaaah! Pecchia 