…realismo
Al direttore - La situazione politica italiana presenta elementi di paradossalità: per un verso il bipolarismo si esprime nella forma più radicalizzata per responsabilità principale della sinistra che non ha rinunciato a demonizzare Silvio Berlusconi, per altro verso, all’interno di ogni polo si svolge una lotta senza esclusione di colpi. Ovviamente su questo secondo terreno la posizione più esposta è quella della coalizione che sta al governo: come il centrosinistra nel periodo 1996-2001 arrivò a cambiare ben tre presidenti del Consiglio, così adesso il centrodestra ha sofferto la contestazione di An che ha provocato le dimissioni di Giulio Tremonti, gli ultimatum della Lega sul federalismo, la guerriglia politico-parlamentare condotta da Follini per fare dell’Udc una sorta di moderna versione del partito di Ghino di Tacco. Il combinato disposto di tutte queste pressioni e del risultato negativo delle elezioni aveva messo Berlusconi in una situazione di accerchiamento. Il presidente del Consiglio ne è uscito con due mosse: in primo luogo ha annullato con una sortita decisionista l’orgia di organigrammi che stava per ubriacare la Cdl: la nomina di Siniscalco a ministro dell’Economia ha tagliato la testa al toro. In secondo luogo Berlusconi si è impegnato in una sostanziale riscrittura del programma consistente nel passaggio dalla poesia alla prosa: dal “sogno” lanciato nel 2001 (che ha avuto un grande successo ma che si è trovato a fare i conti con due realtà negative mondiali, la recessione internazionale e il terrorismo globale) è passato a un programma realistico di modernizzazione dello Stato e della società italiana (federalismo, riforma del welfare, infrastrutture, riforma della giustizia) e a una manovra di rientro sul terreno dei conti pubblici che conquisti anche lo spazio per favorire la crescita del pil. La finanza creativa di Tremonti ha dato tutto quello che poteva dare: ha consentito in anni di recessione di non aumentare la pressione fiscale e di non tagliare la spesa sociale. Adesso, però, non si può fare a meno di operare tagli strutturali alla spesa pubblica. Per far rientrare nell’equilibrio i conti pubblici occorre una manovra di 20 miliardi che diventa di 25-28-30 se si vuole provocare una “scossa” per la crescita riducendo la pressione fiscale e facendo investimenti in infrastrutture. Per fare un’operazione di questo tipo è indispensabile una coalizione compatta e omogenea che scommetta su questa manovra così impegnativa per giocare la carta potenzialmente vincente della ripresa economica di qui alle elezioni del 2006.
Veniamo qui ai nodi politici della Cdl e a quelli politici e organizzativi riguardanti FI. A questo punto bisogna innanzi tutto prendere atto che nella Cdl è finita l’epoca degli “assi” preferenziali (da quello fra Bossi e Tremonti a quello più recente fra l’Udc e An), e che bisogna assestare l’alleanza su due nodi: la leadership indiscussa di Berlusconi e uno spirito di coalizione che colloca tutte le forze su una dimensione paritaria in seguito a una gestione collegiale di tutte le questioni fondamentali, a partire dalla politica economica. Forse un ristretto consiglio di gabinetto, composto oltre che dal presidente del Consiglio anche da un esponente per forza politica, potrebbe servire a marcare questa nuova fase. Nel momento nel quale, a condizione che vengano superate tutte le tendenze centrifughe, si prende atto che la Cdl è fondata sullo spirito di coalizione fra partiti diversi ne discendono anche conseguenze per i singoli soggetti politici. In questo quadro FI, che si era appiattita di fronte alla necessità di venire incontro alle esigenze delle altre forze politiche, deve riacquisire un’autonoma soggettività politica e programmatica al tavolo della coalizione: il presidente del Consiglio, posto al di sopra delle parti e punto di sintesi, dovrà mediare fra tutti, anche rispetto alle esigenze portate avanti dal suo partito.
[…] Dopo la prima fase movimentista precipitata proprio con la sua fondazione, Forza Italia nella sua seconda fase, dal 1996 al 2001, si è trasformata in una macchina da guerra per l’opposizione. Adesso non è compiutamente decollata la terza fase che è quella di farne un organico partito di governo. Partito di governo vuol dire varie cose, in primo luogo quella più ovvia: un partito che sul territorio difende e spiega le politiche che il governo nazionale sta facendo. Già questo primo compito è stato assolto in modo discontinuo e anche con forti differenze fra regioni e provincie. Il secondo compito, meno ovvio, è quello di essere la coscienza critica del governo nel senso di far presente al presidente del Consiglio e ai singoli ministri le cose che non vanno: per varie ragioni, compreso lo sconto frontale con l’avversario, questo ruolo è stato svolto raramente. Il risultato è che, anche per effetto delle politiche di singoli ministeri, si è complicato il rapporto di FI con alcune categorie sociali e professionali: il mondo della sanità, una parte degli imprenditori, i commercianti, un pezzo di lavoratori dipendenti che nel 2001 ci ha votato. Con questi mondi non è avvenuta una rottura, il rapporto può essere ricomposto, ma non c’è dubbio che settori del blocco sociale costruito nel 2001 sono entrati in sofferenza. Al contrario le cose vanno meglio sul terreno della scuola, della sicurezza, oltre alla politica estera, che però, è noto, non ha riflessi rilevanti sul terreno del consenso. […] Veniamo ai nodi riguardanti più specificatamente FI come partito-movimento. Il campo va sgombrato da alcune mistificazioni. FI non è attraversata da una dialettica fra laici e cattolici perché tutte le questioni discusse vedono al suo interno schieramenti del tutto trasversali. Casomai oggi bisogna fare i conti con il fatto che il partito, che è pluriculturale, è insidiato da due lati da due concorrenze “monoculturali”: da quella dell’Udc che ha l’ambizione di rifare la Dc, e dal nuovo Psi che si rivolge ai laico-socialisti che militano in FI proponendo loro un soggetto politico “storico”. Bisogna fare i conti con il fatto che in Italia oggi c’è una nuova domanda di politica. Tutto quello che sta avvenendo nel sistema politico italiano e nella stessa Cdl richiede che Forza Italia, mantenendo la parte migliore della sua impostazione originaria, si attrezzi come autentico partito politico radicato sul territorio, insieme presidenziale e democratico. […] A parte la riflessione sulla linea politica generale e locale, ciò deve comportare alcune prime conseguenze minimaliste, ma significative riguardanti la struttura interna del partito. In primo luogo, fermo rimanendo che per quello che riguarda la nomina dei coordinatori regionali essa deve rimanere di natura presidenziale e che quelli provinciali vanno eletti dal basso, tuttavia vanno introdotti alcuni limiti. Il primo limite può essere costituito dalla fissazione della durata massima della carica dei coordinatori regionali e provinciali. In secondo luogo sia i coordinatori regionali che quelli provinciali devono diventare dei primi “inter pares” e quindi devono essere affiancati da una ristretta direzione regionale e provinciale (costituita da una quota di parlamentari e consiglieri regionali e da una quota di iscritti eletti nei congressi) in modo da passare da direzioni monocratiche a direzioni collegiali. Infine è indispensabile che a livello nazionale l’attuale ufficio di Presidenza venga riunito con periodicità mensile e diventi una sede di permanente dibattito politico, una sorta di direzione politica del movimento. E’ evidente che le misure organizzative devono sempre essere ispirate dalla politica. Forza Italia rimane il partito-movimento inventato e trainato dal carisma di Silvio Berlusconi. Forza Italia, però deve essere per Berlusconi un aiuto e non un problema. Proprio per questo essa deve vivere di vita propria, una vita coerente con la sua essenza di “partito liberale di massa”, il vero grande partito del centro moderato e riformista che può porsi in prospettiva anche l’obiettivo di costruire il partito unico di tutti coloro che aderiscono al PPE. Nell’immediato Forza Italia deve essere per eccellenza il partito della modernizzazione e della libertà, e proprio per questo deve allontanare da se tutto quello che non è coerente con questi valori.
Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di FI a Giuliano Ferrara
saluti




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