Le grandi potenze hanno la pretesa di stabilire esse sole il grado di violenza ammissibile per ben figurare sulla scena internazionale. Da quando la fine del bipolarismo preclude ogni vera dialettica, esse - di fatto, nelle condizioni attuali, gli Stati uniti e l'Europa nelle sue varie espressioni - hanno anche la possibilità di dar corso ai loro verdetti. Chi fa le spese di questo modo arbitrario di gestire la sovranità, la non-interferenza, i confini è soprattutto l'Africa. E' molto difficile che nel discorso politico corrente ci si chieda perché in Africa ci siano i failed states o perché nel 1994 in Ruanda ci siano stati eccidi di quelle proporzioni. Tutto viene ridotto alla tempistica di ipotetici e mitizzati «interventi» dall'esterno per prevenire, impedire o rimediare. I processi di crescita o di degenerazione interni è come se non esistessero. In ultima analisi si mette in discussione l'efficacia della politica. L'Africa è fuori o prima della politica. E' l'ultima variante moderna dell'atavico pregiudizio contro i discendenti maledetti di Canaan.
L'interventismo delle potenze occidentali sta di nuovo scaldando i motori. Questa volta l'obiettivo sarebbe il Sudan con riguardo all'emergenza umanitaria del Darfur. Sono presenti tutte le premesse giuste. C'è una situazione di turbolenza sullo sfondo di una giurisdizione incerta ed eventualmente illegittima, ci sono le violenze, ci sono i profughi,. Ma c'è anche, ad abundantiam o pour cause, uno stato che si vorrebbe aiutare ad uscire dal chiaroscuro di un regime islamico tendente all'islamismo per promuoverlo ad avamposto contro l'Islam o almeno contro l'islamismo. Nessuno sembra rendersi conto, e prendersi cura, dell'effetto di per sé destabilizzante di una simile operazione - non si parla degli abusi, del fanatismo o del terrorismo ma del profilo identitario di una comunità e delle sue istituzioni - per una vicenda politico-statuale che dall'Ottocento si è sempre articolata attorno ai valori dell'Islam politico, tanto che in Sudan gran parte della vita politica, anche di tipo democratico e rappresentativo, passa attraverso le confraternite musulmane.
L'allarme per il Darfur è scattato in un momento particolarissimo. Nel Sudan sta per essere perfezionata una pace o mezza pace per metter fine alla guerra «storica» fra il Nord e il Sud. Sono ovvii i nessi fra i due fenomeni perché in una fase di riassetto istituzionale le parti, tutte le parti, hanno la tendenza a ricollocarsi. Qualcuno, per esempio gli Stati uniti, che hanno gettato la loro spada sulla bilancia per favorire la riuscita dei negoziati fra Khartoum e i ribelli del Sud-Sudan, potrebbe aver deciso che il Sudan merita una stretta sorveglianza. Qualche minaccia a proposito del Darfur, e una mozione del Congresso che parla di «genocidio», può ottenere più di uno scopo. Un monito per una classe militare con un passato «integralista» e non del tutto rassicurante, un aiuto a ribelli (quelli di Garang) che hanno più di un protettore in America, l'ulteriore indebolimento di un paese arabo che è stato usato spesso da Israele per prendere il mondo arabo alle spalle e addirittura un occhio di riguardo per una new entry nel novero dei produttori di petrolio. Se poi l'intervento umanitario avesse successo, potrebbe scapparci anche una bella presenza militare in una zona nevralgica.
In questi giorni si è evocato il precedente del Ruanda. Forse il paragone giusto è con la Somalia di Bush senior sul punto di lasciare la Casa bianca ma desideroso di mostrare il volto buono dell'America dopo la «Tempesta nel Deserto». Il Bush figlio è in lotta per rimanere nella Casa bianca e la sua performance come Angelo sterminatore ha bisogno urgente di una mano di bianco. L'operazione «Restore Hope» in Somalia finì male per gli Stati uniti e l'Onu, ma soprattutto per la Somalia, gli uomini, le donne e i bambini somali che si fingeva di voler salvare. C'è da sperare che non si ripeta quell'esperienza. Le genti del Darfur hanno già sofferto troppo. Per le scorrerie delle milizie islamiche armate dal centro, per le azioni belliche sia pure a bassa intensità e a fini autodifensivi delle forze militarizzate dello stesso Darfur, per il disastro ecologico che un simile scompiglio inevitabilmente produce in un ambiente fragilissimo. Per colmare la misura manca solo un intervento dall'esterno con l'attenzione per i diritti delle popolazioni locali, la loro cultura, i loro principi e al limite le loro idiosincrasie che è facile immaginare. Il Settimo Sigillo.
Gianpaolo Calchi Novati
Fonte:www.ilmanifesto.it
25.07.04




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