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Roma. “Sgomento”, “preoccupazione”, “dolore” sono le parole che si rincorrono nei discorsi di personalità cristiane e vaticane alla notizia delle cinque chiese attaccate a Baghdad e a Mosul.
Lo sgomento è dovuto a un fatto: siccome il Papa è stato contrario alla guerra in Iraq, siccome i cristiani di Baghdad hanno sempre vissuto a fianco dei musulmani per oltre 1.500 anni, forse si poteva pensare che al Qaida li avrebbe risparmiati.
Ma non è stato così. Negli ultimi mesi gruppi di guerriglia a Mosul avevano ucciso alcuni cristiani americani; la decapitazione del coreano Kim Sun-il era stata rivendicata come un gesto contro “un cristiano che voleva evangelizzare la terra dell’islam”. Ma si trattava sempre di obiettivi “filo americani”, legati agli Stati Uniti o ai contingenti militari.
L’attacco alle chiese irachene – che esistono in quel paese da molti più secoli dell’islam – mostra che il disegno di al Qaida non è soltanto “contro gli Stati Uniti”: è contro l’Iraq che non accetta il fondamentalismo.
Per questo tutti gli interventi di personalità vaticane riaffermano una verità: i cristiani hanno diritto a stare nella terra d’Iraq avendo contribuito a modernizzare il paese. Ma la difesa dei cristiani non è di tipo parrocchiale: è in funzione del nuovo Iraq.
La sala stampa vaticana, pur nel modo laconico delle prese di posizioni ufficiali, dice tutta la solidarietà di Giovanni Paolo II a “pastori e fedeli dei vari riti in quest’ora di sofferenza, deplorando vivamente le ingiuste aggressioni verso chi solo intende collaborare per la pace e la riconciliazione del paese”.
In Vaticano non si contempla la possibilità di un Iraq democratico, pluralista e moderno senza i cristiani. Anche il patriarca Emmanule Delly dice che “l’Iraq è una sola famiglia e dobbiamo convivere pacificamente in un Iraq libero e sicuro”.
Un colpo alla convivenza
“L’integralismo terrorista non fermerà la nascita del nuovo Iraq”, ha dichiarato ad AsiaNews il vescovo caldeo di Amadiya, mons. Rabban al Qas. E ha lanciato un appello: “Dovete aiutare i cristiani iracheni e fare in modo che restino in Iraq, per il bene del loro paese”. Il vescovo curdo è in Italia per raccogliere fondi per la prima scuola internazionale che si apre dopo la caduta di Saddam Hussein. A questa scuola sono invitati studenti cristiani, musulmani, zoroastriani.
Secondo lui eliminare i cristiani dell’Iraq significa togliere il puntello più importante per garantire la convivenza pluralista
nel nuovo Iraq. “Il popolo iracheno- continua – è favorevole alla convivenza fra persone di diverse culture, religioni e lingue. Cristiani e musulmani lavorano insieme negli stessi uffici, senza discriminazioni né odi. Per questo sono certo che questi attentati sono opera dell’integralismo musulmano che è stato importato in Iraq e vuole distruggere questa convivenza”.
Mons. Philip Najim, iracheno originario di Baghdad, procuratore dei caldei presso la Santa Sede è convinto che quanto accaduto ieri sia solo l’inizio di una nuova sfida all’Iraq del dopoguerra.
In una dichiarazione all’agenzia Misna ha detto: “Tutto quello che sta accadendo nelle ultime settimane mostra la chiara volontà dei terroristi di dividere il popolo iracheno”.
La domanda è: come salvare l’Iraq della convivenza? Al varo del nuovo governo iracheno, il patriarca Emmanuel Delly aveva detto: “Per ricostruire il nostro paese abbiamo ancora bisogno dell’appoggio di tutte le nazioni del mondo, dell’Onu”. Lo ha ribadito ieri il card. Roger Etchegaray, una persona che ha lavorato molto anche per l’Iraq e per la pace.
Commentando gli attacchi ha detto: “Mi auguro che la notizia di questa catastrofe spinga la comunità internazionale a reagire con forza ma anche con grande spirito di solidarietà”. E’ uno schiaffo indiretto a chi, come Francia e Germania, ha preso le distanze dalla guerra. Mons. Rabban ha perso fiducia in un’Europa così. Per salvare l’Iraq e la presenza dei cristiani, afferma: “Non mi appello agli Stati europei, che stanno facendo di tutto per cancellare la loro identità cristiana”, ma “alle chiese e ai cristiani d’Europa”, “dovete aiutarci a restare in Iraq per ricostruire la nostra nazione, la democrazia e il futuro del nostro paese”.
questa non è l'Europa che "volevano" De Gasperi, Spaak, Adenauer.
Questa è l'Europa di Prodi ed ora di D'Alema.
saluti




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