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Discussione: Onu e....

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    Predefinito Onu e....

    ....terrorismo

    Ultima dell'Onu. Lancia l'allarme, non tanto sul terrorismo, quanto sull'allarme stesso.
    Al Palazzo di Vetro ci tengono alla tranquillità. Essere liberi dalla paura è una priorità, anche se così si rischia la propria pelle e quella di migliaia di innocenti. È la signora Kalliopi K. Koufa, autrice di un Rapporto speciale, ad aver scoperto che « la paura sproporzionata del terrorismo, generata sia dagli Stati sia da altri soggetti può sortire effetti indesiderabili, come lo sfruttamento della volontà popolare affinché accetti misure antiterrorismo che ledono indebitamente i diritti umani » . E si raccomanda ai governi affinché non generino « una paura ingiustificata » , che « può fomentare l'intolleranza etnica o religiosa » . Quasi che fosse l'emergenza a mettere a rischio il rispetto dei diritti umani. Certo, bisogna combattere la violenza. Il documento non lascia dubbi al riguardo. Nessuna impunità deve essere concessa. La signora Koufa, un genio venuto dalla Grecia, ci ha messo due anni a scriverlo. C'è da capirla. Intimorita da tutti quegli allarmi, rosso, arancione, giallo, verde. Come se quelli che alzano il livello di allerta non fossero i responsabili militari della sicurezza nazionale e internazionale, ma gli operai dei semafor i. Nel frattempo, le cronache parlano di rapimenti e decapitazioni, attentati da centinaia di morti, proclami di guerra santa e minacce quotidiane, ultimatum a ripetizione per il ritiro delle truppe dall'Iraq. Ma se invece di guardare alla strage di Madrid ci si commuove per le perquisizioni nelle moschee è ovvio che l'orizzonte si annebbia. E non c'è colore che aiuti a orientarsi. Si consiglia la visione di un filmato che circola in questi giorni su Internet e insegna a costruire i razzi per lanciarli contro gli americani. Gira in tutto il mondo. e se qulcuno prende l'esempio? Del resto all'Onu sono degli specialisti nel settore dell'insabbiamento. Secondo Inocencio F. Arias, presidente del comitato del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione sul controterrorismo, all'inizio del 2004 ben 64 Stati non avevano consegnato i previsti rapporti informativi sull'applicazione nel 2003 delle sanzioni ( il divieto di viaggiare e il blocco dei beni) nei confronti delle organizzazioni e delle persone poste nell'elenco dei finanziatori del terrorismo predisposto dalle Nazioni Unite, dopo verifiche, dietro suggerimento dei Paesi membri. E poi ci sono ancora in circolazione e in piena attività due banchieri di Al Qaeda, Youssuf Nada e Ahmed Idris Nasreddin. Eppure, le critiche mosse dal presidente del Gruppo di Monitoraggio Michael Chandler per spronare gli Stati a un impegno maggiore ottengono lo scopo contrario: solo sei settimane più tardi, nel silenzio generale, il suo gruppo viene sciolto per le proteste informali ma efficaci, dei diplomatici di Liechtenstein, Italia e Svizzera e il concorso decisivo dell'ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, James B. Cunningham, senza dimenticare le reazioni di Arabia Saudita, Kuwait, Yemen, Egitto, Libano, Giordania, Siria e Marocco, dopo le visite compiute sui loro territori dagli inviati dell'Onu, a cui è stato opposto un muro di gomma. Con tutte le sue commissioni e sottocommissioni, la sua burocrazia attenta a non infrangere gli equilibri diplomatici tra gli Stati, l'Organizzazione delle Nazioni Unite assomiglia a un elefante. Meglio che non si muova, altrimenti rischia di fare danni. Lo ammette la stessa Koufas nel suo documento, quando riferisce della controversia internazionale che riguarda l'utilizzo del termine " terrorista". Alcuni preferirebbero un più sfumato " combattenti per la libertà". Guardacaso sono i Paesi arabi e musulmani, i più sensibili alla causa dell'Intifada e dei " martiri suicidi". Quelli che si fanno saltare in aria sono assassini e basta. E l'allarme, semmai, va lanciato sul compromesso semantico che paralizza gli sforzi per combattere il terrorismo. Che è il nemico non solo dei diritti umani, ma degli umani stessi.

    di ANDREA MORIGI su Libero del 7 agosto

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Londra. Sarebbero oltre centocinquanta le persone uccise tra venerdì e sabato notte nel campo profughi di Gatumba, in Burundi, e almeno altrettanti i feriti.
    Quasi tutte le vittime appartenevano all’etnia Banyamulenge, erano cioè congolesi di origine tutsi.
    Il massacro è stato rivendicato dalle Forces Nationales de Liberation (Fnl), fazione hutu burundese che non ha firmato gli accordi di pace in Burundi e non fa parte del governo di unità nazionale. Sono in molti, tuttavia, a dubitare che l’operazione sia stata condotta soltanto dall’Fnl. Alcuni sopravvissuti hanno riferito che i ribelli comunicavano in diverse lingue, tra cui Kinyaruanda, Kirundi e Lingala, idiomi parlati, rispettivamente, in Ruanda, Burundi e Congo. Inoltre, gli aggressori sarebbero arrivati dal vicino Congo e, una volta terminato il pogrom, vi avrebbero fatto ritorno. Tutto ciò fa pensare a un’operazione congiunta di diversi gruppi estremisti che operano nella regione. In particolare, si sospetta il coinvolgimento dell’Interahamwe, la milizia hutu responsabile del genocidio del 1994 in Ruanda, durante il quale perirono oltre 800 mila persone, in maggioranza tutsi.
    Ironia della sorte, è proprio ruandese il primo contingente della forza internazionale inviata dall’Unione africana in Darfur: in Ruanda sono oggi al potere i tutsi, e il presidente Paul Kagame ha voluto mettere in prima le fila le truppe del suo paese nell’emergenza umanitaria che molti paragonano al genocidio ruandese. Le origini del conflitto tra hutu e tutsi vanno ricercate nella politica seguita dall’Amministrazione coloniale belga, che si basava su uno spregiudicato “divide et impera” e sull’applicazione delle teorie del razzismo europeo a identità di gruppo che, in origine, erano probabilmente più simili a caste o classi sociali che a etnie. La razzializzazione di hutu e tutsi ha prodotto conseguenze disastrose, esacerbate dalla mediocrità dei leader politici: Ruanda, Burundi e Congo avrebbero bisogno della leadership visionaria di un Gandhi o di un Mandela, capaci di catalizzare un processo di riconciliazione nazionale; ma purtroppo non è così.
    Il pogrom di Gatumba avrà ripercussioni sul precario equilibrio politico in Burundi, dove il presidente Domitien Ndayizeye gestisce
    un’incerta fase di transizione tuttora dominata dalla violenza interetnica. Ndayizeye è hutu, a capo di una coalizione d’unità
    nazionale che comprende anche partiti tutsi. Prima di Ndayizeye, i capi di governo hutu in Burundi non sono durati a lungo, deposti o assassinati in colpi di Stato orchestrati dall’esercito, controllato
    dai tutsi.
    Il massacro sarà visto da elementi estremisti tutsi come conferma
    che la collaborazione con gli hutu non è possibile; sfrutterano l’angoscia d’assedio della minoranza tutsi, che certo non ha dimenticato il genocidio del 1994.
    Fu proprio la paura del genocidio a spingere il governo ruandese a intervenire in Congo nel 1997, sostenendo la ribellione che portò alla caduta del regime di Mobutu Sese Seko: gli estremisti hutu controllavano, infatti, i campi profughi nel Congo orientale, a pochi chilometri dal confine con il Ruanda, e li usavano come base per attacchi contro il territorio ruandese dopo il genocidio.

    Che cosa impone il diritto internazionale
    Allora l’incapacità della comunità internazionale di disarmare gli estremisti e garantire la frontiera con il Ruanda precipitò la crisi. Oggi l’alto commissariato dell’Onu per i Rifugiati ha ottenuto il consenso delle autorità burundesi per trasferire i sopravvissuti di Gatumba in un campo più sicuro, più distante quindi dal confine con il Congo. Il diritto internazionale impone, infatti, che i profughi non siano sistemati in zone in prossimità del confine con i loro paesi di provenienza: la vicinanza trasforma spesso i campi in basi militari per gruppi di ribelli e rende i civili facili bersagli.
    Il Consiglio di sicurezza ha condannato il massacro con la “massima fermezza”, ma le parole altisonanti non servono a mascherare la realtà di quanto è accaduto a Gatumba: a dieci anni dal genocidio ruandese e a pochi mesi dalle commemorazioni in cui leader internazionali e diplomatici dell’Onu hanno fatto a gara a ripetere “mai più”, centocinquanta persone in un campo dell’Onu sono state fatte a pezzi a colpi di machete e granate.
    Il nome di Gatumba si andrà così ad aggiungere all’elenco dei luoghi resi tristemente famosi dall’incapacità della comunità internazionale di offrire protezione a chi credeva di trovare rifugio sotto la sua tutela: dal Ruanda a Srebenica fino al Darfur dei giorni nostri.

    saluti

 

 

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