Non rompete l’onda
di Marcello de Angelis
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Copertina solare e titolo ottimista. Quello che ci vuole per affrontare l’estate. Mandato in stampa prima dei ballottaggi delle amministrative, quel titolo esprimeva una certezza: quella di superare indenni i cavalloni delle regionali dell’anno prossimo e arrivare in planata sulle spiagge tranquille delle politiche del 2006.
La situazione oggi appare meno rosea, ma i problemi è meglio averli a prima mattina che trovarseli di fronte a tarda sera, così da avere il tempo di riflettere e trovare una soluzione.
Il primo dato da attenzionare è la discrepanza enorme tra i risultati, lusinghieri, conseguiti alle europee e quelli deludenti delle amministrative. Soprattutto, c’è da chiedersi perché - nel caso di An - moltissimi elettori abbiano scelto di dare il voto ad esponenti di Alleanza nazionale per l’assise di Strasburgo e, contestualmente, non farlo sulla scheda del Comune o della Provincia.
Bene ha fatto senz’altro Fini ad imporre ai massimi esponenti del suo partito di trainare le liste alle europee. E non solo per far leva sul prestigio personale di ognuno. An appare sempre più come una federazione di soggetti politici, che si chiamino correnti o componenti, in competizione tra loro e la necessità di contarsi ha fatto sì che ognuno dedicasse alla campagna elettorale tutte le proprie risorse ed energie.
è indubbio che le loro strutture organizzative oggi sopravanzino per mezzi ed efficienza la struttura stessa del partito che, infatti, ha mostrato la propria insufficienza sul dato locale e territoriale, dove esistono piuttosto piccole burocrazie e oligarchie sclerotizzate, incapaci di intercettare il consenso ed aggregare nuovi soggetti.
Sarebbe facile dire che il successo alle europee sia stato motivato da una adesione alla sigla e l’insuccesso alle amministrative dalla scelta errata dei candidati, ma sarebbe una sciocchezza, perché sono stati invece i singoli candidati alle europee, che hanno raccolto un ammontare mai visto di preferenze personali, a trascinare il partito. Ci sono stati anche “sconfitti eccezionali”, che non sono stati eletti pur collezionando un numero di preferenze da capogiro.
Alleanza nazionale si manifesta sempre più chiaramente come un’anomalia nel quadro delle organizzazioni politiche, quasi un nonsense politologico. Un partito con un leader che vola alto al di sopra del suo stesso esecutivo politico, tanto da dimenticarsi spesso di consultarlo nelle scelte strategiche, e con una prima linea di generali fortissimi che organizzano le proprie strutture indipendentemente da quelle del partito, che perdono legittimità e rappresentatività.
An è ancora un partito di base sul quale si è innestato un “partito di amministratori”, e queste due realtà vivono la politica su due piani paralleli che spesso si disconoscono a vicenda.
Non esiste probabilmente un altro caso nel quale la lontananza tra chi vive “per la politica” e chi vive “della politica” sia così netta e uniformamente diffusa.
La burocrazia di partito interrompe così il flusso di energie tra la base ed il vertice e viceversa, cosicché gli elettori disertano le consultazioni quando si tratta di riconfermare deleghe sul territorio a rappresentanti non riconosciuti, ma si impegnano con entusiasmo per palesare la propria adesione a posizioni politiche che ormai vivono da spettatori televisivi.
Sono certo che questo sia stato uno degli elementi che ha portato Alemanno a raccogliere una tale massa di preferenze: il popolo di destra si è sentito chiamato per la prima volta a esprimersi sul tipo di politica che vorrebbe che il partito portasse avanti, un’occasione di partecipazione che gli è stata negata da una serie di conferenze programmatiche e congressi “unitari”.
E credo che anche il successo relativo delle aggregazioni a destra di An sia da leggere in questo senso.
Un ringraziamento va anche rivolto all’estrema sinistra che, con la serie di attentati contro le sedi elettorali e contro lo stesso Fini, ha fatto scattare, in molti elettori delusi che avrebbero disertato le urne, un sano senso di rivalsa e di rabbia che li ha portati a manifestare col voto la propria determinazione a non permettere il ritorno di una nuova stagione di “caccia al fascista” favorita dall’impunità di cui ancora gode l’ultrasinistra nostrana.
I segnali dell’elettorato a questo punto sono tutti chiaramente espressi: meno spazio alle politiche liberiste, un’identità più marcata e maggiori spazi di partecipazione portano alla vittoria.
E' tempo di voltare pagina.
Editoriale del mensile AREA luglio-agosto 2004




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