Se questo è un uomo!!
Le foto del cadavere di Stefano Cucchi, entrato "vivo" in una caserma dei carabinieri, uscito "morto" dal carcere
Verità e giustizia....senza sconti per nessuno
stefano cucchi | Facebook
Viva la Comune


Se questo è un uomo!!
Le foto del cadavere di Stefano Cucchi, entrato "vivo" in una caserma dei carabinieri, uscito "morto" dal carcere
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Le motivazioni della sentenza sull'uccisione di Federico Aldrovandi
Ma gli agenti di polizia condannati sono ancora in servizio
Il Giudice Caruso ha depositato il 5 ottobre le motivazioni della sentenza: 578 pagine. Qui per esteso l’introduzione:
INTRODUZIONE
Vicenda, contesto, interesse, pubblico, gli oggettivi problemi dell indagine. Le finalità del dibattimento in rapporto alla sua durata.
Il caso che il tribunale deve affrontare riguarda la morte di un diciottenne, studente, incensurato, integrato, di condotta regolare, inserito in una famiglia di persone perbene , padre appartenente ad un corpo di vigili urbani, madre impiegata comunale, un fratello più giovane , un nonno affettuoso al quale il ragazzo era molto legato.
Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione.
Quando un affare del genere si verifica in una città civile come Ferrara, dotata di opinione pubblica e società civile reattive, di un sistema d informazione diffuso e disposto a diffondere notizie e spiegazioni e a non subire condizionamenti (gli interessi in gioco non sono tali da indurre cautele ), il fatto di cronaca, una morte di immediato rilievo giudiziario, diventa un caso . Non un qualsiasi procedimento giudiziario ma un affare pubblico ( tutti gli affari giudiziari hanno rilievo pubblico ma nonostante la cronaca giudiziaria costituisca una sezione di primo piano nel sistema dell informazione, la stragrande maggioranza dei processi, di fatto, resta materia
riservata agli addetti).
Il processo come affare pubblico rende accessibili i meccanismi che governano e regolano la giustizia, inverando l astratta nozione di Stato di diritto; permette al popolo di assuefarsi alle procedure, di condividerne le logiche, di controllare il mantenimento delle promesse, in modo da rafforzare il patto costituzionale. In questo processo si è consentito al pubblico, aprendo l aula ai mezzi di comunicazione radiotelevisivi, di avere piena cognizione del modo in cui si amministra giustizia nel Paese, nel bene e nel male, e si è dato modo al pubblico di formarsi un opinione, fondata sull esperienza diretta delle prove e del contraddittorio. Ogni persona di buona volontà ed in buona fede può, se vuole, esprimere un opinione informata. Ovvio che la complessità delle cose e il loro aspetto tecnico, specialistico, professionale, può indurre semplificazioni, errori, omissioni, fraintendimenti. Ma nessuno potrà lamentare silenzi, oscurità, omissioni, il torbido che periodicamente si denuncia negli affari di giustizia. Anche in questa vicenda non tutto è stato chiarito; rimangono vuoti, ma è possibile affermare che sono state individuate le aree, le condotte, le decisioni operative, le situazioni, nell ambito delle quali si sono realizzate perdite di conoscenza.
Il processo si è svolto su un tema d accusa che le circostanze e i modi di svolgimento dell indagine preliminare hanno reso necessariamente limitata, per scelta obbligata e non perché un quadro ricostruttivo, nitido e cristallino, orientasse inevitabilmente nella direzione data. Non che ipotesi diverse si sarebbero potuto con sicurezza suffragare. il tema della causa può considerarsi posto in modo sufficientemente realistico da escludere, in termini probabilistici, ipotesi diverse.
Sta di fatto che il legittimo bisogno di sapere il modo in cui gli apparati dello Stato fanno uso del proprio potere di ricorrere alla forza legittima non è del tutto soddisfatto. La ragion d essere dello Stato democratico di diritto sta nel garantire che i rapporti civili si svolgano con assoluta esclusione dell uso della forza e della
violenza. Lo Stato può usare la violenza contro i violenti, i nemici esterni, e i contravventori al patto di pacifica convivenza. La trasgressione di questo vincolo da parte dello Stato, l uso della violenza contro persone inermi, comunque l uso della violenza fuori dai casi consentiti delegittima lo Stato, gli fa perdere il consenso sul quale soltanto può reggersi come Stato di diritto e finisce con il fornire argomenti a quanti al dominio del diritto sulla forza non credono o non vogliono credere. Vi è quindi sempre imperiosa necessità di chiarire se violazione dell obbligo di astensione dall uso della forza fuori dai casi consentiti dalla legge vi sia stato, per restituire fondamento alla convinzione che la violenza pubblica è sempre giustificata e autorizzata dall ordinamento. Interesse primario degli organi titolari del relativo potere è dimostrare che l uso è sempre legittimo e l abuso puntualmente represso, solo in questo modo potendosi ridurre il tasso di violenza della società, con conseguente minore necessità del ricorso alla violenza legittima dello Stato.
E doveroso sottolineare come l istanza di accertamento della verità ha avuto un solido fondamento nella posizione delle parti civili che hanno esercitato tutti i diritti ad esse spettanti. Trattandosi di fare valere la tutela di diritti fondamentali, di diritti dell uomo e non solo del cittadino, resta il dubbio se, al di fuori della cittadinanza, di una cittadinanza ben radicata nel principio di uguaglianza e di pari opportunità, vi sarebbe stata uguale possibilità di tutela. Se in definitiva gli apparati dello Stato, compresi gli organi di giustizia, siano effettivamente in grado di garantire a tutti i diritti fondamentali dell individuo che, come in questo caso, dovessero risultare offesi.
Nell esposizione della vicenda processuale si potrà agevolmente intendere quanto difficile e complesso sia stato il percorso dell accertamento giudiziario, quante le
obbiettive difficoltà, quanto grande la contraddizione rispetto agli obbiettivi di giustizia di un indagine giudiziaria di rango penale, affidata inizialmente non tanto e non solo ai colleghi d ufficio di coloro che sono stati poi imputati e riconosciuti responsabili di avere cagionato la morte di Aldrovandi ma agli imputati stessi, autori della iniziale ricostruzione del caso posta a base di tutte le successive indagini.
Lindagine nasce, quindi, con un vizio di fondo che si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un possibile grave delitto che indagano su loro stessi, come se il
gioielliere che ha sparato sul ladro in fuga fosse autorizzati a indagare sull effettiva consistenza dell invocata legittima difesa. Un paradosso che il semplice senso comune avrebbe dovuto prevenire. Da qui la strada in salita dell accusa privata e lo sforzo che essa ha dovuto profondere per far cambiare di segno all indagine. La necessità dei mezzi che sono stati impegnati, avvocati, consulenti tecnici, investigazioni private, dovendo la parte civile fare i conti non solo con la difesa ma anche con iniziali acquisizioni investigative della pubblica accusa condizionate da una relazione singolare con una polizia giudiziaria oggettivamente coinvolta in un caso che poneva quesiti sui suoi metodi, le capacità dei suoi uomini, la sua imparzialità in rapporto alle fondamentali scelte investigative iniziali e alle concrete iniziative intraprese che non tennero in alcun conto la possibile, ragionevole pista alternativa di un contributo causale colposo di chi aveva esercitato violenza sulla vittima. Gli agenti coinvolti e i loro colleghi intervenuti nell immediatezza, in una prospettiva di ragionevolezza e nell ottica dell imparzialità e della neutralità, avrebbero dovuto esigere l immediato intervento di un istanza neutra e imparziale, il pubblico ministero, che fornisse, anche solo a livello di immagine, le maggiori garanzie di obbiettività all indagine, fin dai primi accertamenti, nel primario interesse degli stessi potenziali imputati, oltre che della giustizia. Quasi un caso di scuola dell assoluta necessità di un pubblico ministero non solo indipendente dall esecutivo ( dagli organi di polizia ) ma esso stesso in grado di disporre di un autonoma forza di polizia, specificamente preposta all indagine sui crimini di organi e apparati dello Stato.
Questa è la ragione di fondo di un dibattimento complesso e difficile, protrattosi per 34 udienze, delle quali 28 con esclusiva finalità istruttoria, nel corso del quale
l' accusa privata e la stessa accusa pubblica, che aveva avuto modo di riconsiderare e modificare le proprie valutazioni e orientamenti iniziali, hanno introdotto mezzi di
prova nuovi e diversi, non considerati in precedenza, finendo con il valorizzare soprattutto gli elementi acquisiti nella seconda fase dell indagine preliminare, rispetto ai quali la difesa ha avuto largo modo di giocare le sue controprove
ore 17.44: Testo completo ai seguenti links
INDICE
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INTRODUZIONE
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CAP 01
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CAP 02
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CAP 03
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CAP 04
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CAP 05
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CAP 06
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CAP 07
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CAP 08
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CAP 09
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Viva la Comune


Le toghe "rosse" ànno aperto un fascicolo per omicidio PRETERINTENZIONALE.
Con grande gioia di tutti i torturatori (DINA, SAVAK, SHABAK, CIA, FBI) ke potranno dire:
"Mannaggia, non volevamo solo ke lui parlasse. Poi PER SBAGLIO gli abbiamo data troppa corrente. E à stirato le zampe. Ma mica lo volevamo ammazzare!"
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P.S. Ormai stiamo ai squadroni della morte. Quanti sono a partire dal G8 di Genova i morti torturati in itaglia (ke-raglia-solo-se-muore-un-hooligan?)
Ultima modifica di ARMINIUS; 31-10-09 alle 15:27


"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Morte di Stefano Cucchi in carcere, aperta un'inchiesta
«Ho avuto modo di vedere le foto della salma di Stefano Cucchi, è difficile trovare le parole per dire lo strazio di quel corpo, che rivela una agonia sofferta e tormentata». E’ intenzionato ad andare fino in fondo Luigi Manconi, presidente dell’associazione A Buon Diritto, che insieme ai familiari di Stefano, ha parlato oggi in conferenza stampa per chiedere di fare luce sulla morte del 31enne romano, fermato giovedì 16 ottobre nel parco degli Acquedotti perché in possesso di venti grammi di sostanze stupefacenti, e morto nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini giovedì 22.
Otto interminabili giorni durante i quali la famiglia ha tentato invano di vedere il ragazzo e di parlare con i medici che lo avevano in cura. Per sollecitare l’opinione pubblica, il padre e la sorella Ilaria hanno distribuito le foto del corpo di Stefano scattate dall’agenzia funebre dopo l’autopsia. Si vede così un corpo estremamente esile [dai 43 chili del fermo è passato ai 37], con il volto devastato, l’occhio destro rientrato nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia e la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura. Al momento è stata aperta un’inchiesta d’ufficio.
Il legale della famiglia, Fabio Anselmo, spiega che «l’atto di morte è stato acquisito dal Pm, per cui non abbiamo in mano nulla se non queste foto e un appunto del nostro medico legale. Aspettiamo comunque gli esiti dell’esame istologico». L’avvocato tiene a precisare che «noi non accusiamo nessuno, ma una cosa è certa: Stefano è uscito di casa in perfette condizioni di salute e non è più tornato. Chiediamo che non ci sia un valzer di spiegazioni frettolose e spesso in contraddizione tra loro e di risparmiare alla famiglia un processo».
Il prossimo passo sarà la costituzione di un pool di medici esperti in grado di «vagliare criticamente il poco materiale a disposizione». La Procura della Repubblica ha infatti disposto una consulenza per accertare le cause del decesso di Stefano: gli esperti, nominati dagli uffici di piazzale Clodio, dovranno capire cosa abbia provocato le ecchimosi riscontrate in sede di esame autoptico sul corpo del giovane. Per far luce il magistrato ha disposto anche l’acquisizione delle cartelle cliniche, la trascrizione del verbale d’udienza di convalida, nonché la registrazione della stessa udienza. Secondo le ricostruzioni Stefano fu arrestato nella notte del 16 ottobre dai carabinieri nel parco Appio Claudio in quanto trovato in possesso di sostanza stupefacente, per lo più marijuana.
Fu poi visitato da un medico del 118 chiamato dai militari perché il giovane diceva di sentirsi male. Stando al referto il dottore non notò anomalie, né ecchimosi, riscontrate invece dopo l’arresto. Poi l’udienza per direttissima, dopo la notte nella camera di sicurezza di una caserma dell’Arma, durante la quale Stefano fu visitato dal medico del presidio del tribunale che non riscontrò nulla che potesse mettere in pericolo la sua vita. Il ragazzo fu quindi consegnato alla polizia penitenziaria e portato a Regina Coeli, poi il trasferimento all’ospedale Pertini e la morte il 22 ottobre.
La procura ha quindi deciso di aprire un fascicolo, un «modello 45» ossia senza indagati e senza ipotesi di reato, per fare luce su una situazione che sembrava poco chiara, benché non fosse stata presentata nessuna denuncia.
Anche il mondo della politica farà la sua parte, almeno così hanno promesso Emma Bonino, Flavia Perina, Renato Farina e Marco Perduca, presenti oggi alla conferenza stampa. Marco Perduca, Senatore Radicale, ha annunciato che «come commissione parlamentare sui diritti umani prenderemo in considerazione una missione ispettiva al reparto detentivo del Pertini». Farina, che ha visitato il nosocomio, ha riferito di «una struttura peggio del carcere», mentre l’assessore regionale al Bilancio Luigi Nieri [Sl], ha annunciato l’avvio di un’inchiesta amministrativa per verificare eventuali responsabilità dei medici del reparto detentivo dell’ospedale Pertini «poiché la sanità penitenziaria è ora competenza della Regione».
Dal canto suo il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, dopo aver ascoltato la riposta del ministro della giustizia Angelino Alfano all’interrogazione presentata dai parlamentari Bernardini e Giachetti, presenterà un esposto alla Procura della Repubblica di Roma. Dalle verifiche condotte dall’Ufficio del Garante presso le autorità sanitarie e quelle penitenziarie risulterebbero, in particolare, due punti definiti «importanti»: il pomeriggio precedente alla morte, i medici dell’ospedale Pertini avrebbero avvisato il magistrato, con una relazione allegata alla cartella clinica, delle difficoltà a gestire le condizioni del paziente, che avrebbe tenuto un atteggiamento di rifiuto verso i trattamenti terapeutici.
Inoltre, il personale sanitario non sarebbe mai venuto a conoscenza, se non dopo la morte, della richiesta di colloquio dei familiari, per altro ritenuto dai medici fondamentale in ogni caso. «Ora – ha concluso Marroni – attendiamo l’esito degli esami autoptici per comprendere cosa è esattamente successo a questo ragazzo. Al di là tutto, io credo che aver impedito ai genitori di vedere il figlio per giorni è un fatto di una gravità estrema, così come è grave, se vera, la circostanza riferita dai parlamentari secondo cui al perito della famiglia sarebbe stato impedito di assistere all’autopsia».
«E’ inconfutabile – ha detto Manconi – che il corpo di Stefano Cucchi, gracile e minuto, abbia subito numerose e gravi offese e abbia riportato lesioni e traumi a partire dalla notte tra il 15 e 16 ottobre. E’ inconfutabile che Stefano Cucchi, come testimoniato dai genitori, è stato fermato dai carabinieri quando il suo stato di salute era assolutamente normale ma già dopo quattordici ore e mezza il medico dell’ambulatorio del palazzo di Giustizia e successivamente quello del carcere di Regina Coeli, riscontravano lesioni ed ecchimosi intorno alle palpebre: quando, poco dopo, è stato visitato al Fatebenefratelli, gli è stata riscontrata la rottura di alcune vertebre con una prognosi di 25 giorni. Una volta giunto nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini – ha detto ancora Manconi – Stefano non ha ricevuto assistenza e cure adeguate né tantomeno sono stati avvertiti i familiari ai quali non è stato nemmeno possibile incontrare i sanitari o ricevere informazioni. E’ inconfutabile che l’esame autoptico abbia rivelato la presenza di sangue nello stomaco e nell’uretra, ed è inconfutabile, infine, che un cittadino, fermato per un reato non grave, entrato con le proprie gambe in una caserma dei carabinieri e passato attraverso quattro diverse strutture statuali [la camera di sicurezza, il tribunale, il carcere, il reparto detentivo di un ospedale] ne sia uscito cadavere, senza che una sola delle moltissime circostanze oscure o controverse di questo percorso che lo ha portato alla morte sia stata ancora chiarita».
da www.carta.orgsunny
Muntzer il Sopravvissuto


"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Una morte dietro le sbarre
Tratto da Altrenotizie - Fatti e notizie senza dominio
di Rosa Ana De Santis
Stefano Cucchi, 31 anni, è morto nella notte tra il 22 e il 23 ottobre scorso. E’ morto di botte. Solo, lontano dagli affetti familiari di cui è stato privato senza motivo. Il decesso viene certificato all’ospedale Pertini di Roma, dove era stato ricoverato per dolori alla schiena. Questa almeno la motivazione ufficiale riportata dall’Arma dei Carabinieri. All’ospedale Stefano arriva per mano di chi lo ha arrestato il 16 ottobre. Motivo dell’arresto: possesso e spaccio di droga, così hanno detto. Pare invece si sia trattato di due pasticche di hashish, prescritte dal suo medico per l'epilessia di cui pativa. In casa per la perquisizione e al carcere di Regina Coeli, dove lo portano i carabinieri, Stefano arriva sulle sue gambe. Ma già il giorno seguente, in udienza, Stefano Cucchi non è più quello del giorno prima. Il padre vede sul viso segni e tumefazioni che non può essersi procurato da solo.
Al giovane detenuto viene riservato uno strano trattamento, degno di un pericoloso criminale o di un mafioso, non di un giovanotto con un po’ di droga addosso. Non viene mandato agli arresti domiciliari, ma è sequestrato in carcere e poi spedito in ospedale. Per sei lunghissimi giorni i genitori e la sorella non possono avere colloqui con lui. Quando lo incontrano e lo rivedono è tardi ed è per l’ultima volta. Siamo nell’obitorio del Pertini e i familiari sono stati convocati per il riconoscimento.
Stefano è morto e disteso su quel gelido lettino. Addosso a lui dorme per sempre una storia strana e un finale losco. Ha un viso massacrato, segni dappertutto, un occhio è quasi fuori dall’orbita, la mandibola è fratturata. La morte ufficiale parla d’infarto. Non c’è altro. I Carabinieri, che escludono ogni forma di violenza, raccontano di un giovane che in quella notte maledetta si lamenta, dichiara di essere epilettico, ha forti mal di testa e viene accompagnato in ospedale per normali controlli, lì dove muore per cause naturali. Eppure questa morte non spiegherebbe il trattamento accanito e sproporzionato riservato al giovane, tantomeno il divieto imposto alla famiglia di vederlo. Quella morte non spiega niente. O spiega tutto.
Probabilmente era necessario occultare qualcosa di scomodo, forse proprio quei segni di terribile violenza che il giovane, come dichiara disorientata sua sorella, non può essersi inflitto autonomamente. L’indagine dovrà accertare di cosa realmente sia morto Stefano; le testimonianze sconcertate dei familiari raccontano una storia già nota agli italiani sulle divise di Stato, sulla loro impunità, sulla sospensione di ogni diritto civile nelle loro stanze e sull’omertà con cui sono solite coprire i misfatti o assolvere i responsabili.
Questa storia assomiglia a quella del giovanissimo Federico Aldovrandi, caduto vittima per mano della Polizia di Stato. Un clan di poliziotti rambo appena appena infastiditi dalla condanna per omicidio colposo, mentre Federico sta sotto metri di terra, morto per niente, per sfogo e per libido violenta delle divise di Stato. Il legale della famiglia di Stefano è lo stesso che seguì la vicenda Aldovrandi e i contorni delle due storie sembrano tratteggiati dalla stessa mano. Morti per repentini decessi naturali. Giovanissimi e in buona salute solo una manciata di ore prima. Sotto arresto e in balia dei poliziotti o dei carabinieri di turno. Visi e corpi tumefatti e pieni di botte. Tenuti lontano da casa. Famiglie avvisate tardi, solo alla fine.
Le indagini andranno avanti, ma l’ansia di giustizia porta già sulle spalle il peso di un’amara consapevolezza. In Italia si può morire senza verità. Si può al massimo ottenere una sentenza riparatrice che non basterà a togliere quell’immunità de facto con cui tanti utilizzano arma e divise, almeno con i più deboli ovviamente. Reati contro figli minori, contro cui si può pensare di farla franca.
La storia di Stefano Cucchi non è soltanto una storia personale. Chi vuole guardarla bene può trovarci la memoria di tanta storia della democrazia italiana, la militarizzazione crescente del controllo sociale e l’intoccabilità degli uomini dello Stato. Quelli che non vengono pubblicamente umiliati da condanne esemplari nemmeno quando uccidono. Quelli che non hanno mai alcuna evidente responsabilità penale e pubblica, perchè quando le divise non sono innocenti, sono al massimo delle mele marce. E quest’ultima moda o bieca strategia di difesa dovrebbe bastare a una madre e a un padre che seppelliscono un figlio ucciso?
Muntzer il Sopravvissuto




Controinchiesta sull'uccisione di Stefano Cucchi da parte delle Forze dell'Ordine
Cari Compagni, Care Compagne,
Negli scorsi giorni la nostra Controinchiesta sulla Morte di Stefano Cucchi che operava una ricostruzione giorno per giorno dell'agonia di Stefano, delle torture subite dalle forze dell'ordine, delle falsificazioni, degli insabbiamenti, dei depistaggi, dell'assurda odissea dei famigliari ha visto oltre 51.000 contatti al nostro Blog e oltre 380 Commenti.
Vogliamo ringraziarli tutti, uno per uno, quelli che esprimevano rabbia e frustrazione per una morte assurda, quelli che raccontavano le proprie testimonianze sulle "ordinarie" vessazioni e violenze subite da Polizia e Carabinieri e anche i commenti fatti da quelli che si qualificavano come Poliziotti e Carabinieri, che giustificavano l'operato dei loro colleghi, che insudiciavano la memoria di Stefano e che insultavano e minacciavano noi... Sì vi ringraziamo e non abbiamo minimamente intenzione di cancellare le vostre parole. Cosicchè chiunque possa capire che razza di gentaglia senza cuore voi siate.
Nonostante in seguito a queste nostre circostanziate denunce il social network FaceBook abbia ritenuto opportuno cancellarci ed eliminarci dagli utenti senza spiegazioni...
Potete comunque trovare il servizio in questione, corredato da foto molto esplicative, cliccando il link qui sotto:
*RaDiO CoNTRo*
La Redazione di RADiOCoNTRo.
LA SCiNTiLLA VENTiMiGLiA.
Viva la Comune