Kalashnikov made in Urss

«È il prodotto di design industriale più venduto nel mondo. Stupisce che ci siano ancora esseri viventi in giro»

Di Franco La Cecla

Siamo nell’aprile del 1981, e la guerra di mafia che porterà Totò Riina al vertice della cupola sta per avere una svolta. Stefano Bontade, capo della famiglia di Santa Maria del Gesù di Palermo, dopo aver festeggiato il suo quarantesimo compleanno sale sulla Giulietta 2000 verso la casa di campagna. Fermo a un semaforo rosso della circonvallazione viene raggiunto da un commando che lo riduce a un colabrodo, lasciando sul selciato bossoli di un’arma mai usata a Palermo: un mitra Kalashnikov A47.
Una ventina di giorni dopo a mezzanotte, un giovane con un oggetto avvolto in una coperta scarica un caricatore di kalashnikov sulla vetrina blindata della gioielleria Contino nel pieno centro di Palermo. Due metronotte lo mettono in fuga prima che possa inserire un secondo caricatore per una seconda vetrina. I bossoli ritrovati sul luogo risultarono dello stesso tipo di quelli che avevano ucciso Bontade, uno dei capi di quella che sarebbe stata la "mafia perdente".
La mattina dopo, l’11 maggio del 1981, un altro dei capimafia opposti ai corleonesi, Salvatore Inzerillo, venne falciato mentre andava a un appuntamento galante, tranquillo nella sua Alfetta 2000 blindata. In effetti, il kalashnikov riusciva a rompere i vetri bilndati e Inzerillo, forse, non aveva ascoltato il notiziario della mattina. Da quel giorno la lupara cominciò ad essere obsoleta e la mafia fu vittima della globalizzazione come ogni ragazzino che consuma Coca Cola.
L’inventore del kalashnikov, Michail Kalashnikov, è oggi un piccolo uomo corpulento in abito grigio, che ha da poco compiuto ottant’anni. Nel 1938, lavorando nel genio dell’Armata Rossa, mentre smontava una locomotiva, gli venne in mente di riciclarne alcuni ingranaggi e pezzi dimessi per mettere a punto una nuova arma. Dopo varie prove venne fuori ciò che l’Armata rossa cercava da tempo, un’arma in grado di unificare tutti gli equipaggiamenti dei Paesi del Patto di Varsavia. L’arma era semplicissima, robusta, manovrabile e smontabile anche da un bambino e sparava raffiche a ripetizione. Era uno strumento utile sia ad un esercito regolare che ad operazioni di assalto ravvicinato, quelle preferite nelle imboscate in territori difficili e in giungle intricate, insomma in quella che negli anni a venire sarebbe stata la guerriglia.

arma, battezzata con il nome del suo inventore, divenne subito diffusissima ed esportata in tutto il mondo. Non solo fu il Kgb a portarla in giro a movimenti di liberazione in Africa, Asia e America Latina ma divenne un pilastro delle entrate commerciali dell’Urss. Il suo successo era ed è dovuto al costo imbattibile. Ancor oggi un kalashnikov si aggira intorno a qualche dozzina di dollari. Armi simili d’assalto e a ripetizione, come una Colt M16 , un Famas francese o uno Steyr austriaco, costano dieci volte tanto. Per questo il kalashnikov lo ritrovate nelle mani dei mujahiddin afghani o dei ribelli filippini, dei peshnmerga curdi o dei guerriglieri birmani. Bin Laden, nei video inviati ad al-Jazeera, ne imbraccia uno a dimostrare la sua volontà di potenza. Ed il compianto comandante Massoud la sua dedizione alla causa della libertà. Ci sono delle foto del Che con il "mate" da un lato e il fucile dall’altro. Le guerriere curde sulle montagne del nord dell’Iraq non se ne separano mai, mentre i loro uomini tengono un rosario di preghiera nella sinistra ed un kalashnikov nella destra ( sostituito a tratti solo dal telecomando con cui seguono le news di al-Jazeera, Cnn e Tv kurda).

l’oggetto di design industriale più venduto nel mondo. Si dice che ne siano state vendute cento milioni di copie. Se vi fate un conto e pensate che è un’arma a ripetizione vi potete domandare come mai ci sono ancora esseri viventi in giro.
Michail Kalashnikov non ha mai ricevuto una sola royalty per i diritti d’autore. Poco tempo fa era a Parigi, e ad un giornalista di Liberation dichiarava che non si lamenta di non essersi arricchito, che gli basta la soddisfazione di avere servito il suo Paese. Alla domanda se mai si sentisse responsabile di tanto spargimento di sangue, aggiungeva: «Ho inventato questo fucile d’assalto per difendere il mio Paese. Oggi sono fiero che sia divenuto per molti sinonimo di libertà».
Durante la guerra in Libano un combattente palestinese aveva raccontato ad un giornalista di avere battezzato suo figlio con il nome di Kalach, perché questo nome era diventato appunto sinonimo di libertà
Pochi oggetti hanno rimpiazzato con tanto successo i simboli tradizionali sulle bandiere dei gruppi armati. La Raf, la banda Baader-Meinhof degli anni ’70 in Germania, aveva come propria bandiera il kalashnikov sotto una stella alla Che Guevara.
Sempre in Libano, durante la guerra civile, il kalashnikov era diventato lo strumento indispensabile di chiunque pensasse di rappresentare un nuovo gruppo identitario, drusi, maroniti, palestinesi, hamas, hetzbollah, israeliani, siriani. Libanesi cristiani o musulmani ne hanno fatto un uso immoderato, come testimoniano ancora i muri di Beirut crivellati dalle raffiche dei combattenti.

l regista bosniaco Kusturiça ne ha fatto la colonna sonora del suo magnifico e tragico film Underground. L’anno scorso ero sui monti dello Chouf in Libano, al festival organizzato dal capo druso Jumblatt nel suo palazzo di Beittedine ad ascoltare Goran Bregovic suonare con la sua orchestra «Kalashnikov» e devo dire che faceva un certo effetto. Ad un certo punto Goran si è fermato per dire che questa musica serviva a ricordare che nella sua ex Jugoslavia come in Libano la gente ha pensato e pensa ancora che la prima cosa da fare per risolvere un problema di convivenza è armarsi e che questo, insomma, non è poi tanto geniale.

a facilità del ricorso alle armi in questi ultimi decenni ha fatto dimenticare che la Guerra fredda degli anni ’70 aveva un vantaggio rispetto al presente. Si era convinti che la sofisticazione e l’effetto devastante delle armi nucleari ne allontanasse il paventato uso. Il kalashnikov ha "riscaldato" la Guerra fredda, riportando in auge le armi convenzionali, trasferendole alla portata di tutti, perfino ai bambini guerrieri del Congo e consentendo delle guerre forse meno definitive per l’umanità, ma altrettanto devastanti, permettendo un politically correct, la guerra democratica, possibile per tutti, anche i più poveri.
L’uso quotidiano, tanto facile da divenire banale, ha fatto sì che ci sono stati momenti negli ultimi anni in cui negli imbottigliamenti di traffico ad Algeri qualcuno estraeva un kalashnikov per sgombrare la strada.
Sempre in Libano si racconta ancora la storia di un sostenitore del generale Aoun che alla discesa dal ferry boat proveniente da Larnaca, trovandosi di fronte ad un traffico impossibile abbia ribattezzato – usandolo – il suo kalashnikov «clacson made in Urss».
Il kalashnikov è diventato simbolo di un’epoca, come lo sono stati la colt o il winchester nella saga del Far West, o la triste P38 nei nostri anni di piombo.
Le armi sono una strana appendice dell’essere umano e della sua civilizzazione.
Se visitate un museo delle armature e delle armi vi rendete conto che nella crudeltà dei mezzi c’è una strana costante creatività non dissociata da una certa civetteria. Come se le armature e gli strumenti di morte dovessero anche essere eleganti, una eleganza funzionale.

ono utensili, al pari della ruota o del martello e diventano presto appendici del corpo, e conosciamo bene il dibattito richiamato da 2001 Odissea nello spazio se la prima clava avesse altro uso che quello di accoppare la scimmia vicina. Abbiamo anche imparato a distinguere nella preistoria e nella storia le civiltà dalla forma delle proprie armi, dalle decorazioni delle spade dei guerrieri gotici o dei samurai, agli scudi di guerra africani, agli elmetti degli eserciti.
Hillman direbbe, come dichiara nel suo ultimo libro, che la guerra è davvero una spaventosa irredimibile passione del genere umano. Per questo le armi sono utensili che diventano simboli e li si può trattare al pari di un vaso greco o di una sedia di design. Al punto da farci dimenticare i costi che esse comportano, le mutilazioni al nostro senso del tempo e della vita. Esse mostrano intelligenza ed inventiva, sono il frutto di una ricerca costante e sono allo stesso tempo un accompagnamento della nostra quotidianità. Uno strumento d’uso quotidiano.
La cosa più terribile del kalashnikov, come di qualunque altra arma, è la sua spaventosa banalità, la sua maneggevolezza per cui ci possiamo sentire a nostro agio nell’imbracciarla, è quello che si dice uno strumento friendly, un interfaccia comodo tra noi e la morte.