Le richieste di Sadr si riducono
….a una: la resa con onore
Roma. Una continua successione di fatti di sangue e di sceneggiate: lo scarso o nullo spessore religioso di Moqtada al Sadr – è soltanto un mullah – e la sua lunga attività di mercato nero, contrabbando e traffico di valuta sotto il regime di Saddam, risaltano con evidenza anche nel momento della sconfitta.
Le sue milizie sono finite nel cul de sac del mausoleo di Ali, scacciate da tutte le basi nel dedalo di vicoli della città e del cimitero, riparate dalla cattura soltanto dall’inviolabilità di un luogo santo che hanno profanato con le loro armi.
Dopo nove giorni di battaglia che ha fatto centinaia di vittime, ieri mattina, Moqtada manda il suo portavoce, Ahmed al Shibani, a dichiarare alla stampa di essere ferito al torace e alle gambe. Notizia drammatica che però è subito smentita dal ministro dell’Interno iracheno, Falah Hassan al Naqib, che spiega che Moqtada sta bene, che è barricato in armi dentro il mausoleo e che sta trattando proprio con lui.
Perché allora la notizia del ferimento? Tattica negoziale.
Moqtada ha perso sul campo: soltanto un ferimento può coprire in maniera dignitosa una sua fuga o addirittura un suo esilio.
Si tratterebbe di un ferimento “diplomatico” insomma, in piena sintonia con le continue, roboanti dichiarazioni di cui Moqtada ha riempito le televisioni arabe negli ultimi mesi.
Chiarito l’equivoco, si passa al trattato di resa; anche questo è maneggiato con sapiente cura mediatica e si trasforma nelle
“dieci condizioni di Moqtada”.
Se le si legge, si comprende che non sono condizioni dettate, ma condizioni subite: una resa con l’onore delle armi.
Moqtada infatti accetta – sempre con il condizionale che dall’inizio della sua avventura è d’obbligo – di abbandonare Najaf con tutti i suoi miliziani.
Lascia quindi il suo ridotto, da cui ricatta da aprile il governo iracheno, con la minaccia continua di portare battaglia dentro il mausoleo di Ali.
Abbandonerebbe anche le sue armi, perché accetterebbe - di nuovo con il condizionale – che lui e i suoi miliziani escano dalla città soltanto con quelle per la difesa personale: l’intero arsenale di razzi Rpg, bazooka, mortai e mitra di cui dispone sarebbe lasciato alle forze regolari irachene.
Moqtada paga per intero anche il prezzo della sconfitta politica, dichiara infatti anche di “rispettare i principi della Costituzione irachena”, ma proprio dal rigetto della Carta – e quindi delle istituzioni che essa prevede, a partire dal governo provvisorio – Sadr aveva iniziato la sua rivolta ad aprile.
Infine Moqtada accetta, pare, quella trasformazione del suo movimento in gruppo politico che sempre ha rifiutato, anche quando gli è stata autorevolmente richiesta dal grande ayatollah Ali al Sistani.
Le dieci “condizioni” di Moqtada, in cambio di questa resa, si riducono in realtà a una: il rilascio dei suoi miliziani imprigionati in questi giorni di battaglia.
L’altra è in fondo una condizione da sempre posta dal governo iracheno agli Stati Uniti: che la città di Najaf passi sotto il pieno controllo della Marjia, il vertice collegiale della gerarchia sciita, com’è ovvio che sia.
Non stupisce quindi che il ministro dell’Interno iracheno abbia giudicato “una buona base di discussione” queste “condizioni” e che ora la trattativa si sposti sul terreno, sempre difficile, della concretezza operativa del ritiro degli insorti dalla città.
Rapito e poi liberato un giornalista inglese
Liberato in giornata anche James Brandon, il giornalista del Sunday Times che una banda di Moqtada – da lui sconfessata – aveva preso in ostaggio; resta il fiato sospeso per l’esito finale della vicenda, ma le premesse paiono poste. Se lo sgombero di Najaf avverrà in tempi rapidi, il governo di Iyyad Allawi avrà conseguito un grande risultato, per essere riuscito a imporre con determinazione al mullah la scelta della strada del confronto politico.
Quel che è certo è che rapidamente rientrerà a Najaf da Londra l’ayatollah al Sistani, che ha dato a Moqtada una lezione di raffinata “Taquieh”, nicodemismo, dissimulazione, arte della bugia a fin di bene, tipica dell’Islam sciita.
E’ bastato un giorno di esami clinici londinesi per stabilire che il suo stato di salute è eccellente, che è sufficiente una cura di cardiotonici per sistemare quelle che pure erano definite “gravi cardiopatie”, grazie alle quali al Sistani ha “dovuto” assentarsi da Najaf, con urgenza, proprio e soltanto nei giorni dei combattimenti.
Ora può tornare, quale capo della Marjia, per riprendere il pieno controllo della situazione e dei luoghi sacri profanati da Moqtada.
Su il Foglio del 14 agosto
saluti
Sull'interesse dell'Iran...
....sul nuovo Iraq
Da Najaf continuano a susseguirsi notizie di trattative, di rotture, di rodomontate di Moqtada Sadr, di combattimenti, che si estendono anche a Sadr City di Baghdad, mentre da Teheran Yadallah Jawani, generale dei pasdaran, chiarisce che in realtà il mullah ribelle si muove all’interno di una strategia iraniana complessiva, con un campo d’azione più largo di quello dell’Iraq. Jawani è uno dei generali delle milizie islamiche iraniane che da mesi finanziano, armano e dirigono Moqtada e la sua “rivolta sciita” e ora spiega in quale prospettiva si colloca questo supporto:
“Il collaudo del missile Shihab 3 è riuscito e ora possiamo colpire anche le basi nucleari presenti in Israele”.
Non è una novità che lo Shihab 3, che ha una gittata di 1.300 chilometri e che è operativo dal 20 luglio 2003, possa colpire Israele, ma sinora nessun dirigente iraniano l’aveva detto con tanta provocatoria durezza.
Solo la guida della Rivoluzione, l’ayatollah Khemenei, aveva annunciato che questo successo iraniano “poteva essere utile anche ai palestinesi”, ma si era mantenuto in una vaghezza non casuale.
Ora invece proprio chi più s’impegna in Iraq a fianco di Moqtada, chi manda i suoi combattenti iraniani a Najaf indica l’obiettivo finale.
Come spiega il comandante dell’aviazione israeliana, il generale Eliezer Shkedi, questo annuncio si inserisce per di più in una strategia di armamento iraniano in cui, i missili terra-terra in fase di sviluppo in Iran (Shihab 4 e 5) minacceranno in un prossimo futuro “non solo Israele, ma tutto il mondo occidentale”.
E’ questa una delle tante prove che il filo per comprendere gli avvenimenti ormai ripetitivi e scontati della “rivolta sciita” non sta a Najaf, ma a Teheran.
L’operato di Moqtada e della sua milizia, i tempi delle sue
“insurrezioni” che falliscono una dopo l’altra si comprendono solo
con la volontà dell’Iran, suo mandante, di applicare in Iraq il massimo possibile di “strategia della tensione”.
Una strategia che Moqtada sviluppa con perizia e con una notevole dose di cinismo: manda i suoi uomini a farsi massacrare in uno scontro in cui non hanno nessuna possibilità di vittoria militare (nelle ultime due settimane ne sono caduti non meno di 700) e in cui si restringono sempre più quelli di vittoria politica e di mobilitazione popolare.
E’ bastato che il governo iracheno decidesse di andare a vedere il bluff delle milizie del Mahdi, scatenando il duro contrasto militare di questi giorni, con copertura della più forte organizzazione politica sciita (lo Sciri) e degli ayatollah della Marjia (che continua infatti a tacere da dieci giorni, nonostante il mare di fuoco che corre nella città santa), perché si scoprisse quanto Moqtada sia debole e isolato.
Sul piano militare sopravvive perché usa l’inviolabilità del mausoleo d’Alì, in cui è arroccato, per non esporsi al fuoco nemico e per non farsi arrestare.
Sul piano politico, il suo isolamento si è misurato in pieno domenica, quando, su 1.300 partecipanti alla Conferenza nazionale (che Sadr voleva boicottare con l’ennesima
“insurrezione” calibrata a questo scopo) solo 100, neanche il 10 per cento, dei delegati e dei rappresentanti di tribù, etnie e organizzazioni politiche si è allontanato dai lavori per protestare contro “l’ingerenza statunitense a Najaf”, salvo poi tornare in aula per chiedere – naturalmente ottenendola – una delegazione che vada a trattare con Moqtada.
Le condizioni che i “padrini” di Moqtada nella Conferenza hanno avanzato – peraltro si tratta di suoi parenti stretti – sono quelle di una resa. Quel che è importante è che la strategia iraniana – per interposte milizie del Mahdi – non è riuscita a disturbare più di tanto i lavori della Conferenza irachena, che si è svolta regolarmente e che esprimerà gli 81 “parlamentari” che si affiancheranno ai 19 membri del Consiglio nazionale nel formare la prima Assemblea organo di riferimento e di controllo del governo sino alle elezioni del 2005.
saluti