Sistani contro Moktaqa e....
…i quaranta ladroni
Roma. Il più grande ayatollah iracheno, Ali al Sistani, chiama le masse dei fedeli sciiti a marciare con lui su Najaf per liberare la città santa e il Mausoleo d’Ali “insudiciato e violato” da Moqtada al Sadr.
E’ una clamorosa mossa di fiancheggiamento delle operazioni militari americane quale mai si era vista.
Atterrato ieri a Bassora, al ritorno da Londra dove ha subito un’operazione di angioplastica, il settantatreenne ayatollah ha deciso di giocare oggi quella carta della “marcia su Najaf” che pure aveva disinnescato a fine aprile, quando aveva bloccato con la sua indiscussa autorità un’identica manifestazione che lo Sciri (il più popolare movimento sciita) aveva convocato nella città santa con l’identico obiettivo di incuneare la massa dei fedeli tra le truppe americane e i ribelli di Moqtada al Sadr.
L’operazione, allora come oggi, non mirava a proteggere i ribelli, ma a “scacciarli dal Tempio”.
Ad aprile, al Sistani temeva evidentemente che lo scontro diretto tra i manifestanti e gli uomini di Moqtada avrebbe portato a una situazione di guerra fratricida e preferiva tentare la strada della trattativa. Ma da allora, al Sistani ha dovuto soltanto prendere atto che Moqtada ha tentato due volte di attentare alla sua vita, che ha dichiarato finita la sua leadership religiosa, che ha rifiutato decine di mediazioni e infine che non si è limitato a fare del Mausoleo d’Ali un bivacco, ma che vi ha anche perpetrato gravi furti sacrileghi.
La linea di al Sistani e di tutto il vertice sciita, la Marjia, è così cambiata. Con eccellente tempismo lo stesso ayatollah ha lasciato Najaf il 5 agosto, proprio alla vigilia della controffensiva militare americano-irachena, per farsi curare a Londra, e da allora né lui né gli altri grandi ayatollah di Najaf hanno mai criticato la violenta azione armata americano-irachena contro Moqtada.
Alla vigilia dello showdown finale, però, con tutta evidenza, al Sistani non vuole vivere l’imbarazzo religioso e politico di ricevere il controllo del Mausoleo dalle mani di un’armata di cristiani e quindi gioca la carta della mobilitazione popolare, per rischiosa che sia.
Come sempre, l’inventiva politica di al Sistani è di grande levatura e, a differenza del passato, traspare chiara anche la disponibilità a rischiare uno scontro diretto, anche violento, tra i propri fedeli e i ribelli di Moqtada, soprattutto dopo che il portavoce del grande ayatollah ha accusato le milizie del Mahdi di avere rubato parte del tesoro di Ali e di avere premeditato da mesi, con freddezza, questo furto sacrilego.
Ieri, nei pressi del mausoleo, la polizia irachena ha arrestato Ali Sumeisim, braccio destro di Moqtada, con altri miliziani, trovati “in possesso di Tesori trafugati dal Mausoleo di Ali”.
La capacità di al Sistani di “esercitare egemonia” sulla scena irachena è stata subito confermata – per l’ennesima volta – dalla decisione di tutte le forze politiche di Baghdad (a partire dallo Sciri, che più si è impegnato, anche militarmente, contro Moqtada) di aderire alla marcia di oggi su Najaf, che sarà uno straordinario momento di mobilitazione di massa.
Naturalmente, l’apertura di questa nuova pagina blocca l’assalto finale contro il Mausoleo di Ali, che pareva essere imminente e pronto; dentro il Mausoleo sembra che resistano poche centinaia di miliziani, a esclusione di Moqtada che, nonostante le rodomontesche dichiarazioni, ha già provveduto a una disonorevole fuga.
I commentatori che da mesi continuano a evocare il “nuovo Vietnam” iracheno e i tanti apologeti della “resistenza” sono così serviti.
Ali al Sistani non è un filoamericano, ma la più alta autorità religiosa sciita del mondo, e oggi chiama i suoi fedeli non a marciare contro le truppe americane, ma a cogliere il frutto politico dello sforzo bellico che quelle truppe, mai criticate, hanno fatto maturare.
In Vietnam, presidente J. F. Kennedy, i bonzi buddhisti si bruciavano sulle piazze, non manifestavano assieme alle truppe americane.
In Iraq gli ayatollah marciano davanti alle truppe americane per sconfiggere i nemici interni.
Non è difficile capire la differenza.
lo sapranno fare i nostri "teneri" aspiranti talebani
saluti
Ecco come muoiono gli....
....americani
Roma. Black Hawk Down è “proprio un bel film”. Non certo per ragioni artistiche o tecniche, ma “perché mostra come si fa a
uccidere gli americani”.
Così la pensa, come riporta il Christian Science Monitor (Csm), uno dei membri del dipartimento dei media della milizia di Moqtada al Sadr, il suo personale ufficio stampa.
Si fa chiamare
Abu Mujtaba, ma non è questo il suo vero nome: insieme con altri cinque o sei collaboratori, si occupa di filmare quello che, a suo dire, i media ufficiali non mandano mai in onda.
“Le emittenti televisive mostrano soltanto la forza dei nostri nemici, mai le loro morti. I video che giriamo noi fanno vedere come li uccidiamo. Gli americani non sono invincibili”,
dice Mujtaba.
I filmati, con l’inizio della guerra al terrorismo, sono diventati un’arma politica. Grazie a Internet si è visto di tutto: rivendicazioni, decapitazioni, anatemi contro l’oc cidente.
In questo modo i movimenti islamici si sono appropriati di una grande fetta dell’informazione, trasformando i filmati in uno strumento del terrore, in un mezzo efficace per parlare direttamente alle opinioni pubbliche. Il team che lavora con al Sadr ha sviluppato una competenza specifica: non si occupa di ostaggi e di uccisioni in diretta.
Preferisce riprendere le conferenze stampa del leader, i suoi discorsi, le sue dichiarazioni e, soprattutto, le battaglie dell’esercito del Mahdi. Vuole in questo modo mostrare quello che “realmente succede a Sadr City, Karbala e Najaf”.
Questi piccoli documentari, girati con telecamere digitali, non sono nati durante la guerra in Iraq: esistevano già ai tempi della dittatura di Saddam Hussein. Allora, come oggi, gli sciiti si lamentavano di una censura del loro eroismo e usavano i filmati per documentare le vessazioni del governo sunnita. Oggi questi video sono uno strumento di propaganda, incoraggiano i sostenitori a continuare la battaglia contro gli invasori occidentali, mostrano il valore dell’esercito del Mahdi. Le immagini sono spesso talmente violente che le emittenti locali non accettano di pubblicarle. Mujtaba racconta al Csm di essersi presentato alle redazioni di al Jazeera e di al Arabiya con i suoi video, ma di aver ricevuto soltanto rifiuti. Li ha poi invitati ad andare loro stessi sul campo di battaglia per vedere che cosa succede negli scontri, ma neppure questa proposta è stata accettata: “Non sono soltanto io a pensare che i canali televisivi sono bugiardi, è tutto il mondo che lo crede”. La qualità dei filmati è superiore a quella dei video delle decapitazioni: le riprese sono nitide, le voci chiare. Mujtaba si definisce “regista”, un soldato che imbraccia la telecamera al posto del kalashnikov. Obiettivo: far paura al nemico, richiamando l’attenzione degli osservatori internazionali e iracheni su un leader che in patria non ha un seguito di massa. Questi filmati non sono pubblicati soltanto sulla rete, ma, sotto forma di cd rom, sono venduti, a prezzi irrisori – circa 16 cent – in alcuni negozi nei pressi delle città sante. A Sadr City, dove la polizia irachena ha difficoltà a entrare, i cd rom sono quasi l’unica merce in vendita. I giovani ne comprano in gran quantità e restano affascinati dalle battaglie e, soprattutto, dalla forza della milizia sciita. Provano anche un sadico piacere:
“Vedere gli americani che saltano per aria mi rende felice”, dice al Csm un ragazzo di 14 anni con un cappello dell’Nba sulla testa. “Mi piace guardare i nostri mentre uccidono i nemici”, aggiunge un suo amico. E’ così che i miliziani passano dalla propaganda all’arruolamento di nuove leve.
saluti