....Europa?
Si incomincia scontentando i grandi
Bruxelles. Manuel Durao Barroso ha rinunciato alla pretattica e ha colto tutti di sorpresa, annunciando già ieri – prima della chiusura ferragostana – la sua nuova formazione.
Rassicurato dalle risposte dei commissari interessati o infastidito dalle troppe indiscrezioni sul possibile assetto del collegio che si accinge a presiedere, il successore di Romano Prodi ha giocato d’anticipo e ufficializzato la lista dei membri dell’esecutivo comunitario, con relativi portafogli.
Ora ci saranno un paio di mesi dedicati all’organizzazione degli staff e a tutti gli aspetti pratici relativi all’entrata in servizio di una squadra quasi completamente nuova, seguiti a fine ottobre dalle audizioni ad personam al Parlamento europeo.
Dal 1° novembre, la nuova Commissione lavorerà a pieno titolo.
L’identità dei 24 commissari era nota da un paio di settimane,
dopo che tutte le capitali avevano completato le nomine.
L’interesse principale dell’annuncio fatto ieri da Barroso consiste
nell’assegnazione delle rispettive competenze.
Il nuovo presidente, pur dovendo comunque ridistribuire gli incarichi fra un numero maggiore di membri (24 rispetto ai 19 di Prodi), ha cercato di smembrare il meno possibile i portafogli principali. Restano infatti sostanzialmente intatti, a quanto sembra di capire dalla lista: quello dell’Antitrust, passato da Mario Monti all’olandese Neelie Kroes-Smit, in omaggio al ruolo storico del paese (fra i fondatori della Comunità, né grande né piccolo, e con un’ottima reputazione in materia economica e amministrativa) e, forse, alla presidenza di turno dell’Unione; quello del Mercato interno, passato da Bolkenstein al ministro delle Finanze irlandese uscente Charlie Mc-Creevy (altro omaggio alla presidenza che ha varato il Trattato costituzionale e favorito la nomina di Barroso); gli Affari monetari, dov’è stato confermato lo spagnolo Joaquin Almunia, arrivato a Bruxelles nell’aprile scorso in sostituzione di Pedro Solbes; e, sempre fra i portafogli maggiori, quello della Giustizia e Affari interni, affidato all’italiano Rocco Buttiglione, in omaggio anche in questo caso al ruolo di “grande elettore” svolto dall’Italia nella scelta di Barroso.
Nei giorni scorsi, riserve erano state espresse da alcuni paesi di fronte all’ipotesi che il settore finora affidato al portoghese Antonio Vitorino potesse essere dato al rappresentante del solo paese a non aver ancora trasposto nella legislazione nazionale il mandato d’arresto europeo.
Ma a Bruxelles sembrano essere prevalse altre considerazioni, compresa quella secondo la quale ora l’Italia sarà ancor più incoraggiata a fare la sua parte.
A Buttiglione, anzi, è andata una delle cinque vicepresidenze della Commissione (ce n’erano soltanto due nella precedente), assieme alla svedese Margot Wallstroem, cui è stata assegnata anche la responsabilità delle relazioni interistituzionali, al tedesco Guenter Verheugen, titolare dell’Industria (ma senza le prerogative da supercommissario richieste da Berlino) – entrambi già nella Commissione Prodi – al francese Jacques Barrot (Trasporti; Parigi preferiva la Concorrenza), all’estone Siim Kallas, solo rappresentante dei 10 nuovi partner, cui è andato l’impegnativo portafoglio della Riforma amministrativa, già di Neil Kinnock.
Una formazione equilibrata
Fra gli altri portafogli maggiori, mantenuti nella loro quasi integralità, spiccano il Commercio estero (da Lamy al britannico Peter Mandelson), l’Agricoltura (da Fischler alla danese Mariann Fischer-Boel, mentre la pesca è stata affidata al maltese Joe Borg), le Relazioni esterne (da Patten all’austriaca Benita Ferrero-Waldner, mentre gli aiuti umanitari sono andati al belga Louis Michel), l’Ambiente (al greco Stavros Dimas), la Ricerca (da Busquin allo sloveno Janez Potocnik), l’Allargamento (da Verheugen al finlandese Olli Rehn), la Salute (al cipriota Markos Kyprianou), le Politiche regionali (alla polacca Danuta Hübner). Se frammentazione c’è stata, ha riguardato soprattutto le competenze economiche più settoriali, disaggregate in più mini-portafogli omogenei: dall’Energia (l’ungherese Laszlo Kovacs) ai Trasporti, dalla Società dell’informazione (la lussemburghese Viviane Reding, anch’essa nella precedente Commissione) a Fisco e questioni doganali (la lettone Ingrida Udre), da Educazione e cultura (lo slovacco Jan Figel) a lavoro e diritti sociali (il ceco Vladimir Spidla).
Una formazione equilibrata in cui nessuno dei grandi paesi ha avuto tutto quello che chiedeva – e questo è un segno di autonomia da parte di Barroso – mentre alcuni dei medio-piccoli sono stati ricompensati per la loro condotta degli ultimi mesi.
da il Foglio del 13 agosto
saluti




Rispondi Citando