dopo quello sull'aborto il dibattito sulla clonazione terapeutica
Roma. La decisione, presa dall’autorità britannica per l’embriologia e la fecondazione umana (Hfea), di autorizzare un gruppo di ricercatori dell’Università di Newcastle di clonare embrioni umani a fini terapeutici (per derivarne, cioè, linee di cellule staminali destinate a curare il diabete) non è piaciuta a Rita Levi Montalcini.
Non solo perché, ha dichiarato ieri al Gr3, la ricerca scientifica può utilizzare cellule presenti nel “midollo osseo, lungo i ventricoli cerebrali e in altri siti che hanno potenzialità staminali”, ma anche perché la clonazione terapeutica
“è contro l’interesse dell’embrione. Normalmente noi dobbiamo proteggere l’embrione e tutelarlo”.
Nella posizione del premio Nobel le motivazioni etiche s’intrecciano a considerazioni scientifiche.
Carlo Alberto Redi, accademico dei Lincei e direttore del Laboratorio di biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia, dice al Foglio che ne comprende lo spirito, che addirittura in parte lo
condivide, ma
“la ricerca va avanti. E’ vero, i buoni risultati delle terapie staminali oggi praticate non riguardano ancora staminali ottenute da clonazione, ma quelle derivate da cellule cerebrali di feti, dal cordone ombelicale o da staminali adulte. Ma ormai sappiamo che le staminali dei primi stadi embrionali, le cosiddette ‘totipotenti’, mescolate in provetta con particolari cocktail di sostanze chimiche possono essere dirette verso la produzione di diversi tessuti del corpo. Da qui una innegabile speranza di terapia rigenerativa, di cui abbiamo già conferme incoraggianti sul modello animale.
Investire in questa ricerca significa probabilmente arrivare ad applicazioni terapeutiche più velocemente che non seguendo solo la strada delle staminali ottenute (comunque con difficoltà) da un adulto o dal cordone ombelicale o da un feto abortito naturalmente. Il problema del ricercatore, allora, è quello di ottenere l’autorizzazione della società. Da questo punto di vista, l’Inghilterra ci ha dato una lezione esemplare. C’è una società civile, attenta ai problemi etici, che si è interrogata per dieci anni, ha pesato il parere di tutti e alla fine ha ritenuto che si possano, per la ricerca e in vista di applicazioni terapeutiche, clonare embrioni umani. Sono passati due anni dal varo della legge, prima che un’università chiedesse di poterne usufruire: i suoi laboratori sono stati ispezionati, è stato passato al vaglio ogni aspetto della sua proposta scientifica e ora c’è il via libera.
Il problema è quello di ridefinire, in una società complessa come la nostra, il principio di responsabilità e le scelte conseguenti”.
Su posizioni diverse è Angelo Vescovi, biologo cellulare e condirettore dell’Istituto di ricerca sulle staminali della Fondazione San Raffaele (Università Bicocca) di Milano. Nella decisione della Hfea, dice al Foglio Vescovi, che lavora da quattordici anni nel campo della ricerca sulle staminali,
“vedo lo spettro della ‘non ragione’: lo dico da agnostico, non da posizioni religiose. Non possiamo minimizzare il fatto che si crea appositamente un embrione allo scopo di distruggerlo (si dice che entro il quattordicesimo giorno quell’embrione sarà ‘fermato’. Guarda caso, da quel termine in poi le staminali non ci sono più)”. Ma, oltre a considerazioni strettamente etiche, Vescovi pensa che
“scommettere a tutti i costi sulla clonazione terapeutica sia sbagliato anche dal punto di vista della ricerca. I coreani hanno dimostrato che la clonazione dell’essere umano avviene, se va bene, in un caso su duecento tentativi. Inoltre, le cellule staminali embrionali umane sono difficili da maneggiare, e non esiste, allo stato attuale, una tecnica che ci permetta di eseguire trapianti sicuri. E mentre non sono ancora utilizzabili le staminali derivate da embrioni ‘normali’, si chiede di sviluppare un embrione umano, quasi sempre geneticamente alterato, utilizzando una pratica con efficienza nulla (uno su duecento)? Questo approccio è un delirio proprio dal punto di vista tecnico, senza contare che prima di ricorrere alla clonazione, più logico sarebbe utilizzare le centinaia di migliaia di embrioni sovrannumerari destinati comunque all’estinzione. Troviamo alternative, siamo d’accordo, ma la pressione esercitata sull’opinione pubblica, con tutta l’attenzione spostata sulla clonazione di embrioni, mette in secondo piano le linee di ricerca che già sono nella pratica clinica, come quelle sulle staminali adulte, e altre assai prossime a entrarci. Sono pronto a scommettere che le staminali cerebrali arriveranno nella sperimentazione clinica molto prima delle staminali embrionali”.
su il Foglio del 13 agosto
saluti




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