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  1. #1
    Totila
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    Predefinito Ma gli squatter sono libertari?

    Come motto hanno il famigerato "Vietato vietare".
    Oggi ne ho visti una decina scendere da un furgone con targa francese. Sudici, con i cani e con alcuni compagni di viaggio multicolorati. Sono entrati dentro un supermercato, hanno fatto un esproprio libertario e se ne sono andati indisturbati (praticamente hanno consumato dentro e poi si sono presentati alla cassa con una bottiglia di acqua minerale )
    "Vietato vietare!"

  2. #2
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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
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    Der Wehrwolf

  4. #4
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    Liberali, e quindi anarchici
    di Carlo Lottieri


    In quest'epoca di crisi degli Stati, non sono soltanto l'unità italiana o quella britannica ad essere messe in discussione. In qualche circolo culturale, e soprattutto grazie ad alcuni intellettuali controcorrente, la stessa idea dello Stato comincia ad essere contestata.

    Sotto certi aspetti pare di tornare indietro di quasi un secolo. Allora il panorama intellettuale presentava le utopie anarchiche di un Francesco Saverio Merlino o di un Camillo Berneri, oltre alle agitazioni libertarie di quei sindacalisti rivoluzionari che Filippo Turati accusa appunto di essere più anarchici che socialisti. Negli stessi anni, soprattutto, fiorivano studi e ricerche fortemente influenzati dall'ultra-liberalismo del Giornale degli Economisti e di quegli studiosi (da Gustave de Molinari a Yves Guyot, da Vilfredo Pareto a Maffeo Pantaleoni) che Léon Walras definì efficacemente con l'espressione "anarchici della cattedra". Tanto liberali e tanto coerenti da immaginare, in qualche caso, una società interamente basata sulla proprietà privata e sul contratto.

    Se il vecchio anarchismo europeo di matrice socialista è oggi ormai in disarmo e ha perso ogni attrattiva, è soprattutto sul versante liberale che l'anti-statalismo sta prendendo piede, in particolare tra i giovani. Ma si tratta di un liberalismo del tutto estraneo ai complessi d'inferiorità da cui erano affetti i liberali post-crociani e i cultori italiani di Ralf Dahrendorf, gli economisti keynesiani e i politologi abituati a considerare la democrazia parlamentare un orizzonte insuperabile: tutti intellettuali in diverso modo attratti dall'azionismo, dal liberalsocialismo, da un gobettismo tanto ingenuo quanto maldigerito.

    Il liberalismo libertario non vuole avere nulla a che fare con la tradizione italiana e, più in generale, con il giacobinismo, il nazionalismo e il laicismo che hanno segnato la cultura politica dell'Europa continentale. Al punto che l'unico liberale del Novecento che sta veramente a cuore a questi estremisti del liberalismo è Bruno Leoni: un intellettuale sicuramente geniale e molto apprezzato negli Stati Uniti, che ha scritto in lingua inglese il proprio lavoro più importante (La libertà e la legge, del 1961) e ha dovuto attendere più di trent'anni prima di vedere quest'opera tradotta in italiano. Il merito di questa iniziativa è di un piccola casa editrice di Macerata, la Liberilibri, e del professor Raimondo Cubeddu, studioso della scuola austriaca ed anche autore di un Atlante del liberalismo (edito da Ideazione) che al libertarismo dedica molte e illuminanti pagine.

    A parte Leoni, però, sono ben pochi gli autori italiani in cui i libertari si riconoscono: lo stesso Luigi Einaudi, d'altra parte, appare troppo timido e moderato a questi innamorati della libertà individuale e della concorrenza di mercato.

    I pensatori di riferimento, allora, sono prevalentemente americani. E questo non è certo casuale, se si considera che soltanto negli Stati Uniti è veramente sopravvissuta quella tradizione giuridico-politica che ha origine in John Locke e che è basata sulla tesi che gli individui possiedono diritti naturali inviolabili. Per un americano, è normale pensare che le istituzioni politiche debbano servire unicamente alla tutela dei diritti della persona e, in particolare, alla salvaguardia della vita, dell'incolumità e della proprietà. Alle orecchie di un californiano o di un cittadino del Vermont non suona certo strana né estremistica quella frase del presidente Jefferson secondo cui il miglior governo è quello che governa meno, né quell'altra di Thoreau, che aggiunse che il governo ideale è dunque quello che non governa per nulla.

    Oltre Oceano queste idee hanno sempre avuto buona accoglienza e hanno sempre suscitato interesse. Perfino negli anni del dirigismo roosveltiano, così, i luoghi comuni dell'ugualitarismo di Stato sono stati messi a dura prova da un intellettuale coraggioso come Albert Jay Nock, mentre è proprio durante il dopoguerra welfarista che sono state poste le premesse per quella rivolta culturale libertaria che ha avuto in Murray N. Rothbard il suo protagonista più significativo.

    Ed è proprio nel nome di Rothbard che oggi, anche da noi, il liberalismo torna a scoprire quanto lo Stato sia illegittimo e quanto l'ordine che emerge spontaneamente in una società libera, priva di monopoli legali e di minoranze impadronitesi del potere, sia superiore ad ogni sistema pianificato. Per Rothbard, insomma, lo Stato è una semplice banda di ladri e di prepotenti che pretende di disporre della nostra vita e delle nostre risorse, impedendoci di costituire imprese e stipulare contratti.

    Grazie alle iniziative editoriali di Aldo Canovari, responsabile della Liberilibri, questa letteratura liberale comincia ad essere conosciuta. Oltre a Leoni e a Rothbard (L'etica della libertà, del 1982, e Per la nuova libertà, del 1973), Canovari ha pubblicato Nock (Il nostro nemico, lo Stato), Bastiat (Contro lo statalismo), David Friedman (L'ingranaggio della libertà), Block (Difendere l'indifendibile), Jouvenel (L'etica della redistribuzione), Trenchard e Gordon (Cato's Letters), Novak (Verso una teologia dell'impresa), ecc. E sono in cantiere testi di Ayn Rand, di Lysander Spooner e di altri autori fondamentali della tradizione libertaria.

    Questa esplosione di traduzioni è accompagnata dal lavoro di alcuni nostri studiosi, che stanno in vario modo divulgando e rielaborando le teorie del liberalismo classico e - in alcuni casi - dello stesso anarco-capitalismo rothbardiano. Oltre al già ricordato Cubeddu, vanno ricordati quegli studiosi della Luiss di Roma che (per merito, in particolare, di Dario Antiseri, di Lorenzo Infantino e dell'editore Rubbettino di Soveria Mannelli) stanno portando all'attenzione del mondo intellettuale nostrano le ragioni della prasseologia di Ludwig von Mises (maestro di Rothbard), del fallibilismo di Karl Popper e dell'individualismo metodologico di Raymond Boudon.

    Dopo decenni di calma piatta e, insomma, dopo il gran proliferare di una cultura variamente neo-marxista, strutturalista e progressista, la scena intellettuale comincia ad animarsi. Articoli e saggi di intonazione libertaria sono facilmente riconoscibili anche su alcune importanti riviste di cultura politica: da Biblioteca della Libertà (diretta da Angelo M. Petroni) a Federalismo & Società (diretta da Mauro Marabini), a Ideazione (diretta da Domenico Mennitti). Ed è su queste pagine che alcuni giovani ricercatori dichiaratamente avversi allo Stato moderno propongono critiche sempre più aperte nei riguardi della fiscalità (considerata una rapina bella e buona), della solidarietà pubblica (usata per legittimare lo strapotere dei politici e dei burocrati), della regolamentazione (giudicata un'aggressione alla libertà contrattuale), dell'ecologia di Stato (colpevole di ostacolare un'oculata gestione dei beni ambientali), ecc.

    Queste discussioni teoriche, certamente, conoscono pure qualche ricaduta politica, nel senso più ristretto del termine. Il cielo della teoria e il terreno della pratica militante, insomma, finiscono in più di un'occasione per venire a contatto. Una delle prime occasioni di dibattito tra anarchici "tradizionali" e anarco-liberali si ebbe quando su "A - rivista anarchica" apparve una lunga lettera di un giovane libertario bolognese, Guglielmo Piombini, che sul numero di maggio del 1995 argomentò a difesa del mercato e della proprietà privata, giudicati strumenti fondamentali per salvaguardare l'autonomia della società civile e porre solidi argini di fronte alla prepotenza degli apparati di Stato. Fece seguito una risposta di Pietro Adamo e, nei numeri successivi, il dibattito si ampliò, contribuendo a fare venire alla luce molte idee e tradizioni culturali che fino a quel momento non avevano avuto alcuna cittadinanza all'interno della nostra cultura.

    Ma se la tradizione anarchica continua tuttora a esibire ostilità o diffidenza verso il capitalismo radicale dei libertari, una diversa simpatia viene mostrata da qualche ambiente liberale di Forza Italia. Si è già parlato di Ideazione: intesa come rivista e come casa editrice. Ma le stesse iniziative culturali di Massimiliano Finazzer Flory, favorevole all'apertura di un nuovo dialogo tra i federalisti del centro-destra e i secessionisti padani, si basano in larga misura sulla forte valorizzazione di questo nuovo liberalismo che intende porre al centro del dibattito la tutela della proprietà e della libertà individuale.

    Anche i leghisti, al pari dei radicali, iniziano d'altra parte a mostrare grande interesse per tali idee. In occasione delle elezioni padane si è così assistito alla presentazione di alcune liste che avevano proprio in Rothbard e nel libertarismo il loro riferimento ideale. Una di queste, intitolata "Padania liberale e libertaria", ha ottenuto un risultato sorprendente, portando all'elezione di una dozzina di candidati. Responsabile di questa iniziativa è un giornalista del quotidiano della Lega, Leonardo Facco, che in qualità di editore sta dandosi molto da fare per diffondere il libertarismo, che ha pubblicato pure un volume (Nazione, cos'è) in cui è incluso un saggio di Rothbard sul tema della secessione e dirige un nuovo trimestrale (Enclave) interamente consacrato alle ragioni del libertarismo padano. Sui Quaderni padani, diretti da Gilberto Oneto e promossi dalla "Libera Compagnia Padana", sono quindi usciti articoli apertamente libertari: a testimonianza del fatto che le proposte del liberalismo più coerente stanno trovando un proprio spazio nell'universo leghista, dove sono rispettate e dove è vivo un serio dibattito sull'esigenza di superare il centralismo della vecchia statualità.

    Le iniziative che abbiamo descritto delineano un quadro che resta ancora inadeguato a fronteggiare la cultura egemone, di destra e di sinistra, molto determinata a mantenere ben saldi i dogmi dello Stato e della sovranità. Eppure questo gruppetto di case editrici e di riviste rappresenta comunque un significativo centro di resistenza intellettuale. Negli anni Settanta, d'altra parte, l'unico tentativo di far conoscere le idee libertarie vide protagonista Riccardo La Conca e si concretizzò nei cinque numeri della sua rivista, Claustrofobia, sulla quale apparvero saggi di Rothbard, Childs, Lavoie, Block, ecc. Dopo quell'episodio, per circa quindici anni vi fu il silenzio più totale.

    Oggi, quanto meno, i libertari sono usciti dalle catacombe. E già questo appare un segnale positivo.



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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Talking Movimento per l'estinzione umana

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    Perche' i veri anarchici non figliano

    di Les U. Knight

    Oggi noi anarchici abbiamo diverse motivazioni per evitare la procreazione. Il nostro figliare eccessivo alimenta le medesime forze che stiamo cercando di contrastare e c'impedisce di vivere liberamente come potremmo.

    Il capitalismo dipende dalla crescita della popolazione e dalla forza lavoro impiegabile. Chi lavora ha un maggior potere contrattuale, quando cresce la richiesta di lavoratori. Se la richiesta di prodotti diminuisse ed i mercati smettessero di crescere, sarebbe piu' facile ottenere i cambiamenti economici che desideriamo. Se diminuisse il numero dei consumatori, nuovi sistemi economici sostenibili potrebbero sostituire i vecchi metodi del 'taglia e brucia'.

    Le istituzioni dipendono dal nostro creare famiglie. Per poter esistere, chiese, scuole e servizi sociali hanno bisogno di continui rifornimenti di corpi umani. L'industria plaude alla natalita'. Ad ogni nuova vita occidentale, un veicolo a piu' posti esce dalla catena di montaggio per unirsi ad essa, come per celebrarla.

    Generalmente, gli anarchici si oppongono alla cultura del lavoro, della produzione e del consumo. Figliare incrementa la partecipazione a queste istituzioni. I lavoratori con figli dipendono dal proprio lavoro in misura maggiore e sono meno disponibili a scioperare. Gli anarchici possono assumersi rischi che i genitori non possono correre.

    Per la maggior parte di noi, e' difficile pensare di non produrre alcuna discendenza. E' una liberta' che difendiamo fieramente, anche se - con l'eccezione del governo cinese - nessuno sta cercando di portarcela via. Il sistema non sta certamente provando a convincerci a non riprodurci.

    I governi sono sempre stati natalisti e spesso finanziano la riproduzione. Le grandi masse disorganizzate sono piu' facili da controllare, rispetto a piccoli gruppi uniti.

    Se ciascuno di noi producesse un figlio in meno per le scuole, un soldato in meno per l'esercito, uno schiavo in meno per l'industria, un consumatore in meno e una pedina in meno nella trappola del governo, potremmo contribuire a far crollare il vecchio sistema. E se cadra', non crollera' addosso a nessuno dei bambini che abbiamo scelto di non creare.

    Anarchia significa anche assumersi la responsabilita' delle proprie vite. Creare una persona dipendente, per la cui crescita 'serve un intero villaggio', costringe gli altri a condividere la responsabilita' della libera scelta di una coppia. Figliare - specialmente beneficiando di appositi finanziamenti e servizi extra - e' una fuga dalla responsabilita' individuale.

    Gli anarchici rifiutano la gerarchia, preferendole interazioni tra eguali. Le relazioni genitori-figli sono gerarchiche, non consensuali. I bambini non decidono di nascere, mentre i genitori decidono di figliare. Creare persone dipendenti, inoltre, crea una figura autoritaria per molti anni. Le coppie che figliano 'accidentalmente' non si sono assunte la responsabilita' della propria fertilita'.

    Anarchici ed ecologisti sanno che la biosfera e' in pericolo e che sei miliardi di umani sono troppi. Assumendoci la responsabilita' personale, evitiamo di figliare per amore sia dell'umanita' che della Terra. La biosfera terrestre trarrebbe beneficio dalla riduzione di ogni forma di distruzione della Natura praticata dagli umani.

    Le societa' umane trarrebbero benefici da un miglioramento del tasso di natalita', dato che la mancanza di cibo, case e risorse sarebbe minore. Se ce ne fossero meno, i bambini gia' nati potrebbero essere accuditi in modo migliore, nei prossimi folli anni. Evitando di figliare, avremmo piu' tempo ed energia per promuovere i cambiamenti sociali che auspichiamo.

    Gli anarchici non cercano ne' la sicurezza ne' la stabilita', perche' comprendono che questi stati illusorii non sono compatibili con reali cambiamenti sociali. I genitori desiderano sia la sicurezza che la stabilita', per il bene dei propri figli. I bravi genitori sono pessimi anarchici.

    Quando pensiamo a come migliorare la nostra densita' demografica, molti credono che la morte sia l'unico strumento possibile. In realta', la morte ha poco o nessun effetto sulla popolazione globale. Un milione di morti viene compensato in meno di una settimana. Alti tassi di mortalita' provocano alti tassi di natalita'. Per molti, abbandonare l'illusione di crescere dei figli biologici puo' sembrare un grande sacrificio. Tuttavia, se siamo disposti a rischiare la nostra posizione sociale, il nostro lavoro e, a volte, la nostra liberta', possiamo sicuramente considerare l'idea di rinunciare a qualcosa che ancora non esiste .

    C'e' chi dice che dovremmo figliare per mettere al mondo altri anarchici, ma quanti di noi sono nati da genitori anarchici? Le persone non possono essere rese anarchiche: sta a loro decidere se esserlo. Avremmo probabilmente maggior fortuna nel convincere i figli altrui. In ogni caso, figliare per creare anarchici significherebbe aspettare che siano i nostri figli ad occuparsi, con 15 o 20 anni di ritardo, di cio' che dovremmo fare noi. L'anarchia e' possibile qui e ora, se la scegliamo. Scegliere volontariamente di non aggiungere un altro umano ai miliardi che gia' esistono e' il piu' grande dono che possiamo offrire al pianeta e il colpo piu' duro che possiamo assestare al Nuovo Ordine Mondiale.

    I veri anarchici non figliano.

    Fascismo e Anarchia: il fattore della nostra densita'

    Spesso viene ignorato uno dei fattori che maggiormente limitano la nostra liberta': il numero crescente di persone che condividono uno spazio. All'aumentare del numero di persone che vivono insieme, devono aumentare anche le restrizioni delle loro attivita', per avere giustizia e ordine. Il numero di interazioni possibili determina il livello di anarchia possibile, o il livello di fascismo necessario a mantenere l'ordine *.

    Quando viviamo da soli, sono necessarie poche o nessuna regola. Regna una pacifica anarchia. Vivendo in due, bastano pochi semplici accordi. Ma quando piu' di due persone condividono una cucina e un bagno, alcune regole precise devono essere stabilite e rispettate - volontariamente o meno.

    Avviene lo stesso su larga scala. I ritrovamenti archeologici in ogni parte del mondo e la nostra esistenza rivelano che piu' bassa e' la densita' demografica in una societa', piu' i suoi membri vengono trattati come eguali. Quando tribu' egalitarie diventano dei regni, nasce la gerarchia. Le citta' diventano Imperi, soggiogando sempre piu' gente ed alimentando la diseguaglianza tra chi sta sopra e chi sotto.

    All'aumentare della nostra densita', le regole diventano progressivamente sempre piu' pervasive e restrittive. Nelle aree piu' dense, non possiamo neppure attraversare la strada senza aspettare che un segnale luminoso ce ne dia il permesso. La Cina ha circa le stesse dimensioni degli Stati Uniti, ma una popolazione quattro volte piu' numerosa. Solo per mantenere l'ordine, le societa' cinesi devono essere quattro volte piu' repressive.

    Un futuro di pace e liberta' in una societa' di eguali sarebbe possibile, se un numero sufficiente di noi accettasse la responsabilita' della nostra crescita numerica e cessasse volontariamente di incrementarla.

    * Formula per stabilire il numero di interazioni: n(-n2) su 2. n = numero di persone. Quando n aumenta aritmeticamente, il numero di interazioni cresce esponenzialmente, cosi' come la necessita' del controllo.

    "Un figlio puo' cancellare un intero villaggio." ~ Anon
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Perche' i veri anarchici non figliano



  10. #10
    Totila
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    Non avere figli non significa essere impotenti...
    C'è una "impotentia coeundi e una generandi"...

 

 
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