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Discussione: Nato

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    Predefinito Nato

    L’annuncio dato ieri da George W. Bush di una profonda ristrutturazione della distribuzione delle forze armate americane sullo scacchiere mondiale non era inatteso. Da quando è finito il confronto con l’Urss e i paesi dell’Est europeo sono passati dal Patto di Varsavia alla Nato, la ragione di mantenere un colossale presidio militare in Germania era venuta meno. Ora le esigenze belliche nel Grande medio oriente hanno reso insostenibile il mantenimento di truppe inutilizzate su un “fronte” inesistente, quindi almeno settantamila soldati e centomila civili americani saranno spostati dalla Germania, una parte andrà nell’Europa dell’est, in maggioranza nelle basi americane, da dove potranno poi essere inviati sui teatri di guerra.
    Anche se nessuno lo dice, questa è la risposta dell’America alla riluttanza della Nato, soprattutto per l’opposizione francese, a impegnarsi in Iraq (se non per modesti compiti di addestramento).
    In questa divergenza sull’impiego delle truppe si riflette la più ampia diversità di atteggiamento verso la nuova sfida del terrorismo internazionale, contro il quale l’America (democratica o repubblicana non importa) si sente in guerra, mentre l’Europa, anche qui al di là delle differenti opzioni politiche dei governi, si considera in una situazione di pace sostanziale, solo scalfita da episodi criminali.
    Uno strumento complesso come la Nato perde di efficacia quando le premesse strategiche per la sua azione sono controverse. Quel che è certo è che, se non si recupererà un’intesa di fondo con Washington, l’America non fornirà più una gratuita copertura difensiva all’Europa, inutile verso un nemico che non c’è più e ostacolata dalle divergenze sul modo di contrastare quello che c’è.
    Dal punto di vista militare con questa decisione americana finisce il dopoguerra e si apre una nuova fase, che per gli Stati Uniti è difficile ma chiara.
    L’Europa, invece, che punta alle soluzioni facili, anche negando pericoli reali, resta nella più totale confusione politica e quindi militare.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito "Mette a rischio la sicurezza....

    ....nazionale”
    ________________________________________
    Roma. “Mette a rischio la sicurezza nazionale, induce la Corea del Nord a persistere nella sua minaccia nucleare e nello sviluppo dei suoi arsenali proibiti, dà agli alleati dell’America in Europa e Asia un segnale opposto a ciò di cui invece c’è bisogno”.
    A Cincinnati, Ohio, davanti alla stessa associazione di veterani scelta da George Bush lunedì per lanciare ufficialmente il piano di ridislocazione delle forze militari americane nel mondo – 70 mila uomini e 100 mila tra familiari e dipendenti civili della Difesa torneranno in patria entro 10 anni – la bocciatura di John Forbes Kerry è stata netta.
    E’ venuta al termine di mezz’ora di discorso privo di pathos, tranne che nella parte iniziale in cui Kerry ha vantato la sua scelta di servire da volontario in Vietnam, e che gli è valsa applausi convinti.
    Poi una lunga tirata “sindacale”, sulla necessità di doddisfare meglio le aspettative mediche e previdenziali dei veterani.
    E infine l’attacco. Non alla guerra in sé, che su questo argomento gli europei restano a bocca asciutta, il front runner democratico continua a dire che “attaccherà qualunque nemico sia necessario”, anche se naturalmente precisa che la potenza militare deve venire buon ultima risorsa, dopo le pressioni diplomatiche, economiche, e le azioni concordate con gli alleati. L’attacco è in realtà più radicale, suona sfiducia all’intero approccio seguito in questi anni da Donald Rumsfeld e dai suoi prediletti pensatori della Net War, sostenitori e attuatori di uno strumento militare più agile e snello, molto più mobile nel mondo e per questo non più ancorato a logiche di stazionamento “di teatro”.
    E’ una visione totalmente alternativa, quella di Kerry, che riaffonda le radici in uno strumento militare più tradizionale, che soddisfa insieme le richieste conservatrici dell’establishment militare – a mal partito sotto i modernizzatori imposti dal Pentagono repubblicano – ma vede il braccio militare dipendere assai più strettamente dalle alterne convenienze della politica. Come sotto Clinton, quando bombardamenti dimostrativi e inefficaci contro una presunta azienda non-farmaceutica in Sudan si alternavano a frenate improvvise sulle piste di al Qaida.
    A seconda, appunto, delle esigenze di breve periodo dell’agenda del presidente e della sua diplomazia, non del perseguimento di efficaci piani operativi dei militari e dell’intelligence.

    Un favore alla Corea del Nord
    Tanto è vero che l’attacco di Kerry è stato anticipato sul Washington Post da uno dei più duri critici dell’attuale Amministrazione tra gli ex del Dipartimento di Stato degli anni clintoniani, quel Ronald Asmus che serviva come deputy assistant per gli affari europei e che sulla vicenda irachena se non ha posizioni collimanti con Parigi poco ci manca.
    Kerry non ha usato lo stesso aspro linguaggio di Asmus – “Harry Truman si rigira nella tomba, nell’apprendere che il presidente degli Stati Uniti intende ridurre la nostra presenza militare lasciando soli i nostri migliori alleati in Europa e in Asia” – ma la sostanza è la stessa.
    E poiché l’argomento “europeo” non è tra quelli destinati a esercitare il maggior traino sugli elettori americani, ecco che l’accento prioritario, per bocciare la “Global Military Posture Review”, diventa il contraddittorio effetto che il ritiro di 12 mila dei 37.500 uomini oggi schierati in Corea del Sud potrebbe esercitare sul regime di Pyong Yang.
    Un argomento sul quale lo stesso repubblicano John Mc Cain – richiamato puntualmente da Kerry nel suo intervento ai veterani – ha chiesto pubbliche spiegazioni a Bush e Rumsfeld.
    Accusare di “miope opportunismo elettorale” il rischieramento voluto dall’Amministrazione, ridurlo al consenso elettoralistico indotto dall’annuncio di “riportare a casa” migliaia di militari e familiari, è però oggettivamente un falso.
    Non converrà dirlo in campagna elettorale, ma Kerry e i suoi consiglieri sanno benissimo quanto lunghe e accurate siano le premesse della proposta.
    Fin dal primo mese in cui Bush fu eletto, al Pentagono ha lavorato una squadra coordinata dall’undersecretary Douglas Feith, coadiuvato dai deputy assistent Andrew Hoehn, che si è occupato di tenere le fila coi comandanti militari sulla strategia connessa alla Review, e Richard Lawless, che da un anno ha girato in lungo e in largo il mondo proprio per contattare gli alleati e spiegare loro i termini del ridispiegamento americano, al fine preciso di evitare equivoci sulla sua portata politica e sul futuro delle proiezioni di forza.

    su il Foglio del 19 agosto

    saluti

 

 

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